I protagonisti delle due culture

    Luigi Paganetto

    Professore emerito di Economia politica, Luigi Paganetto ha fondato, nell'anno accademico 1987-88, la Facoltà di Economia di Tor Vergata, a Roma, guidandola in un percorso scientifico e didattico, che, nei 20 anni successivi, l'ha fatta diventare, a giudizio generale, una delle più quotate sedi universitarie italiane ed europee. Particolarmente impegnato nell’ambito dell'economia internazionale ed europea, ha ideato, nel 1988, il CEIS (Centre for Economic and International Studies) e, insieme al premio Nobel Edmund Phelps, nello stesso anno, il ciclo dei ‘Villa Mondragone International Economic Seminar’, sui temi dello sviluppo e delle politiche per la crescita.
    Nel 2008 ha fatto nascere la Fondazione Economia dell'Università di Roma Tor Vergata, impegnata, con il ‘Gruppo dei 20’, nel ‘Revitalizing Anaemic Europe’, e, in generale, sui temi di ‘policy’ come espressione della ‘terza missione’ dell'Università.
    Vice-presidente del CNR nel 1996, diviene Commissario straordinario dell'Enea nel 2005, e poi Presidente dello stesso ente dal 2007 al 2009. Rappresentante italiano presso l'OCSE, nel comitato per la politica economica, dal 2008 al 2011 è Segretario generale dell'International Economic Association.

    Dal 2018 al 2021 è stato Vice Presidente di Cassa Depositi e Prestiti.

     

    Professore, ci regala una sua opinione sul PNRR e sulla sua ‘attuazione’ in Italia?

    La mia convinzione è che ci troviamo di fronte ad un progetto irrinunciabile e di grande importanza per lo sviluppo del Paese, che non indica, tuttavia, in maniera esplicita, la visione organica che deve presiedere all’integrazione tra i singoli progetti che sono stati selezionati. L’occasione della centralizzazione dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con quelli del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC) e con quelli del REPowerEU in materia di energia sicura, sostenibile e a prezzi accessibili per l’Europa, offre l’occasione per una revisione che metta in chiaro gli aspetti strutturali del progetto.

    Le nuove stime sulla crescita e sulla riduzione del debito pubblico ci autorizzano a ben sperare?

    Abbiamo di fronte, come suggerisce il Fondo Monetario Internazionale (FMI), un percorso che per l’economia mondiale si presenta poco dinamico, con una tendenza alla stazionarietà degli investimenti. Anche per questo motivo, il ruolo del PNRR è centrale.

    Sulla crisi economica ancora in corso in Occidente ha inciso di più la pandemia o la guerra in Ucraina?

    Credo che dobbiamo risalire alla crisi del 2008, la prima occasione in cui si è verificata una caduta significativa degli investimenti negli Stati Uniti e in Europa, per trovare un filo di continuità nell’andamento stazionario dell’economia, che da quel momento è diventata una tendenza e che è ancora in atto. La guerra in Ucraina ha aggiunto a questo quadro un cambiamento importante nella struttura degli scambi commerciali e finanziari tra le grandi aree del mondo, creando, di fatto, blocchi contrapposti, che non sono di certo funzionali allo sviluppo globale.

    Relativamente a questa fase storica, ritiene plausibile parlare di una stabile finanziarizzazione dell’economia mondiale?

    Anche per gli aspetti finanziari è in corso una contrapposizione tra il blocco occidentale e quello rappresentato da Cina, Russia e da una parte dei Paesi emergenti, che hanno da tempo avviato processi di integrazione tra loro, attraverso accordi commerciali e finanziari. Questi ultimi stanno assumendo un ruolo crescente, in conseguenza della volontà, espressa da Cina e Russia, di creare rapporti di scambio non più basati sul dollaro. Si tratta, tuttavia, di un processo lungo e dagli esiti incerti.

    A quale modello di economia reale bisogna invece guardare, secondo lei, per uscire dalla crisi?

    Ipotizzarlo oggi è difficile, ma dovremmo puntare su un aumento della cooperazione internazionale, fondamentale anche per scongiurare la prevalenza dei soli aspetti finanziari.

    E l’Europa, in particolare, quali contromisure dovrebbe adottare?

    L’Europa si sta muovendo con decisione su vari fronti, come dimostrano le scelte in materia di politiche industriali riguardanti i microchips, e, in generale, le materie prime sensibili. Tali orientamenti nascono dalla consapevolezza raggiunta in merito al rallentamento della produttività, che ha messo l’Europa dinanzi ad un problema di ritardo competitivo nei confronti del resto del mondo.

     

    Si è passati forse da un primato assoluto della politica a una sua subalternità alla finanza?

    Nel caso dell’Europa siamo di fronte soprattutto a una modifica dei rapporti tra Stato e Mercato, conseguenza della presa d’atto della crisi del 2018, della pandemia e della guerra in Ucraina. Gli Stati nazionali intervengono di più rispetto al recente passato, come è previsto, ad esempio, dal programma recente di politica industriale europea, che consente un allentamento delle regole in materia di aiuti di stato. Questo cambiamento in materia di politica economica fa nascere questioni controverse circa gli effetti che ne possono derivare, sia per il rischio di un ulteriore aumento delle disuguaglianze, sia per le crescenti difficoltà che potrebbero presentarsi nel coniugare Stato sociale ed Economia.
    Il dibattito è in corso. Quello che è certo è che in questa fase non si può rinunciare a fare scelte che favoriscano meccanismi innovativi all’interno del processo economico. Allo stesso tempo, si deve prendere atto dell’invecchiamento crescente della popolazione europea e dell’esigenza di guardare al fenomeno dell’immigrazione con occhi diversi da quelli del passato. C’è infatti un rapporto stretto tra popolazione residente, occupazione e crescita, che non va mai dimenticato.

     

    Cosa butta a mare della costruzione comunitaria e cosa ritiene debba essere, invece, solo migliorato?

    Molto si può fare per migliorare il funzionamento dell’Unione Europea, a partire dal meccanismo decisionale, spesso troppo rallentato dal principio dell’unanimità. Bisognerebbe inoltre aggiungere alle competenze dell’Unione quella dell’offerta di beni pubblici europei, a cominciare da salute, scuola e formazione. Lo chiedono con forza crescente gli stessi cittadini europei.

    In materia di politiche energetiche, se la sente di dare alcuni consigli mirati all’attuale Governo italiano?

    Mi sembra importante che il nostro Governo definisca, con un piano energetico, il sentiero che intende percorrere, i suoi modi e i suoi tempi. Va certamente confermata la spinta a favore delle energie rinnovabili. Al tempo stesso, è necessario, per il medio periodo, rendere disponibili le quantità di gas ritenute necessarie fino al momento programmato di abbandono delle fonti fossili. Da questo punto di vista, può essere importante avere disponibilità sufficienti di LNG (Liquid Natural Gas).
    Indispensabile è anche definire scelte congrue in merito alla domanda di energia, rispetto all’offerta disponibile. In quest’ambito va tenuto presente che l’energia consumata si divide, principalmente, in un 30% da destinare all’industria, un 30% ai trasporti e un 30% agli edifici. Lo spostamento verso l’elettrico del consumo di energia negli edifici e nell’industria renderebbe ovviamente più chiara la transizione che il Governo intende realizzare.
    La scelta di prospettiva europea sull’auto elettrica offre infine una chiara indicazione, al netto delle differenze di opinione espresse sull’argomento, di una decisione che ormai è definita, con l’accordo di tutti i Paesi.

     

    Come giudica la proposta di riforma fiscale al centro del dibattito politico?
    Ritengo che su questo si sia espresso il Parlamento, con un atteggiamento convergente tra maggioranza e opposizione, nella Commissione che ha redatto il testo, oggi all’attenzione del dibattito pubblico. Non credo sia possibile dare un giudizio fino a quando non saranno conosciuti, oltre ai principi generali, anche quelli che stanno a fondamento di tutte le questioni presentate nella proposta del Governo. Va aggiunto un punto, che è legato all’importanza della riforma fiscale e di quella del bilancio pubblico. Non bisogna infatti dimenticare che contano molto le risorse dedicate ai servizi pubblici e alla loro disponibilità per tutti i cittadini. Scuola, salute, sanità e trasporti sono importanti quanto la riforma fiscale nel definire l’equità sociale.

    E quella della giustizia, certamente non priva di risvolti economici?

    La riforma della giustizia è una priorità, che riguarda non solo il cittadino, nei suoi rapporti con il corpo sociale, ma anche le imprese, che devono poter contare su tempi brevi e sulla certezza del diritto come condizione essenziale per lo stesso agire economico.

    Il ‘suo’ ormai pluridecennale ciclo di seminari internazionali a Villa Mondragone, sui Castelli Romani, ha coinvolto tanti Premi Nobel e illustri economisti. Quale incidenza ha avuto sull’economia teorica e applicata nel nostro Paese?

    Abbiamo tracciato, lo scorso anno, una sorta di bilancio scientifico e siamo arrivati alla conclusione che è stato particolarmente fruttifero l’impegno sulla questione dello sviluppo ‘endogeno’. Il Premio Nobel Phelps ha sottolineato come questo sia un tema centrale per l’attività economica, ricordandone l’importanza in un suo recente volume, che quest’anno presenterà a Villa Mondragone.

    E il ‘Revitalizing Anaemic Europe’, altra sua prestigiosa creatura?

    Il progetto nasce dalla constatazione che, anziché esercitarsi soltanto in una critica permanente sull’Europa, sia importante contribuire al miglioramento della sua ‘governance’, sia monetaria, sia fiscale. Il ‘Gruppo dei 20’, che ha portato avanti questo progetto, è fatto non di soli economisti, ma di accademici, managers pubblici e privati e di esperti internazionali, indipendenti dalla politica. Tutti costoro hanno cercato di affermare nei fatti questa volontà che anima il gruppo, con una assai ampia attività di pubblicazioni scientifiche e con numerosi documenti programmatici.

    Andando ancora più indietro negli anni, ci racconta la grande epopea dell’Università di Tor Vergata e della sua Facoltà di Economia?
    Fu una scelta difficile, perché la Facoltà di Economia non era prevista dallo Statuto dell’Università. Arrivai come professore di economia politica nella facoltà di giurisprudenza e mi resi subito conto che la grande novità rappresentata dalla seconda università di Roma non poteva mancare di esprimersi anche attraverso la fondazione di una facoltà di economia. Nonostante le difficoltà istituzionali e finanziarie (non erano previste risorse per le strutture e per il personale docente e amministrativo e neanche per l'acquisizione del materiale didattico e scientifico necessario), riuscimmo ad andare avanti, realizzando, attraverso un finanziamento del Fondo investimento e occupazione, la struttura che oggi ospita i circa mille studenti che si iscrivono ai corsi ogni anno.
    La scelta decisiva fu quella di puntare su un nuovo modello di istituzione, caratterizzato dalla grande attenzione alla capacità di formare giovani sui temi emergenti dell’economia, con la capacità di applicarsi alle scelte da fare sia nelle aziende sia nelle pubbliche amministrazioni. In quest’ottica, fu molto importante essere partiti in contemporanea con i seminari di Villa Mondragone, che hanno rappresentato un modo per realizzare quell’internazionalizzazione degli studi che ritenevo e ritengo, ancora oggi, fondamentale. Il patrimonio di idee e di competenze scientifiche e gestionali è stato così travasato, anno dopo anno, nei corsi della facoltà.

    L’economia è una disciplina scientifica di carattere matematico, ma fortemente ancorata al mondo umanistico. Forse più di altre deve prediligere un approccio ‘biculturale’?

    In economia oggi è sempre più evidente che l’approccio corretto deve essere attento anche a discipline apparentemente lontane. Basti pensare alla teoria delle decisioni, che comprende la matematica, l’economia in senso stretto e la sociologia.

    Nella sua formazione, quali maestri in carne e ossa o sui libri mette ai primi posti?

    Ho sempre cercato di guardare ai maestri portatori di idee nuove e l’attività che abbiamo svolto a Tor Vergata lo dimostra, per la presenza di tutti i principali filoni di pensiero all’attenzione dei docenti e dei ricercatori.

    Rubando qualcosa al suo privato, ci confida le passioni di una vita?

    Ho praticato molti sport, ma la vera passione è stata la vela, che mi ha dato ciò che in più può dare il mare, dalla sfida agli elementi, alla possibilità di contemplare il sorgere o il tramonto del sole lontano da terra.

    E il suo rapporto con la natia Genova?

    In questa mia passione per il mare c’è una probabile componente genetica. Provengo, infatti, da una famiglia di gente che ha lavorato sul mare e per il mare.

    Come giudica la tendenza italiana a scegliere spesso i cosiddetti tecnici per la guida dei ministeri economici o di interi governi?

    Credo che quando si assumono persone estranee alla politica nel Governo del Paese, automaticamente per queste cessa, o almeno si appanna, la funzione di tecnici, e prevale quella di politici. In questo senso, la differenziazione tra tecnici e politici mi sembra un tantino oziosa.

    Quali tipi di rapporti possono fruttuosamente instaurarsi tra un economista e un partito politico?

    Il rapporto più genuino è quello che fa nascere visioni e suggerimenti generali, utili alle scelte politiche.

    L’ideologia pesa di più in politica o in economia?

    L’ideologia fa parte di quelle cose che, secondo Keynes, dobbiamo cercare di disboscare negli angoli della nostra mente. Quanto meno serve essere consapevoli del ruolo che l’ideologia ha, tenendola ben distinta dalla ricerca scientifica, che deve essere libera.

    Il nostro secolo sarà asiatico o occidentale?
    Mi auguro sia, come è stato in passato, il risultato di un confronto di visioni e di idee, capace di portare alla reciproca acquisizione dei principali messaggi delle ‘due culture’.

     Bucatini all’amatriciana o trenette al pesto?

    Nello stesso spirito, entrambi. Ma ben distinti tra loro.

    Ettore Zecchino



     

     

     

     
    Guido Trombetti

    Professore emerito di Analisi Matematica presso l’Università Federico II di Napoli, Guido Trombetti è stato Rettore dello stesso Ateneo dal 2001 al 2010, nonché Presidente della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) dal 2006 al 2008.

    Nel 2003 è Medaglia d’Oro ai Benemeriti della cultura e dell’arte, consegnata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
    Assessore all’Università e alla Ricerca Scientifica dal 2010 e vicepresidente della Regione Campania (dal 2013) al 2015, è autore di numerosi testi scientifici, ma anche di apprezzate opere saggistiche e letterarie. Giornalista pubblicista, è prolifico autore di articoli nei vari ambiti del sapere su quotidiani locali e nazionali.

    Professore, da matematico, quante probabilità ha il Napoli di vincere lo scudetto?

    Da matematico superstizioso non vorrei rispondere. Da matematico senza aggettivi mi costringe ad ammettere almeno il 90%.

    Alla matematica si può approcciare con serietà anche attraverso il gioco, come la storia dell’uomo dimostra inequivocabilmente. Ci può invece ricordare il suo esordio ‘serio’ con il celebre maestro Carlo Miranda?

    Ho avuto la fortuna di dare ben tre esami con il professore Miranda (Analisi Matematica 1 e 2 e Matematiche superiori). In più, ho discusso con lui la tesi di laurea, dalla quale scaturirono i miei primi lavori scientifici sulle equazioni a derivate parziali, uno dei grandi strumenti per modellare la realtà fisica.

    Eppure, poteva essere un ingegnere?

    In effetti, mi ero iscritto ad Ingegneria, ma dopo un anno ho cambiato, sedotto dalla matematica pura.

    Quale ricordo ha della sua adolescenza e giovinezza pre-lavorativa?

    Sono ricordi ormai avvolti in una nebulosa. Certamente ho grande nostalgia del periodo in cui giocavo a calcio con una squadretta del Vomero, come centrale difensivo. Ma anche del mio passato in atletica, con le vittorie nella corsa veloce a livello provinciale. O delle letture compulsive e dei tanti cineforum. Poi, dopo la prematura morte di mio padre, cambiò tutto. Mio fratello e mia sorella erano infatti più piccoli di me e avvertii subito la responsabilità del capo-famiglia. Da quel momento mi dedicai quasi esclusivamente allo studio, anche se ho giocato a calcetto fino a 50 anni e oltre.

    Forse in quegli anni è nata in lei la curiosità dell’intellettuale a tutto tondo?

    Amo dire che non faccio bene niente perché mi piace troppo fare tutto. E non la consideri un’espressione di falsa modestia.

    Tornando alla matematica, può indicarci i suoi maggiori successi e le linee guida del suo impegno professionale?

    Il periodo più fecondo e intenso fu quello trascorso a Parigi, tra la fine degli anni ‘70 e i primi ‘80, quando collaborai con Pierre Louis Lions, futura Medaglia Fields, occupandomi di problemi di ottimizzazione.

    E’ più facile per un grande matematico essere contemporaneamente un buon umanista rispetto al caso inverso?

    Direi di no. La cultura è una e si nutre di curiosità, che non conosce confini.

    L’uomo ha imparato prima a scrivere o a far di conto?

    Secondo me a far di conto, perché contare le pecore era una necessità, come contare i nemici. La scrittura è stata invece a lungo preceduta e ben sostituita dalla tradizione orale.

    Dopo la rivoluzione del linguaggio, la rivoluzione dei numeri può essere considerata la più importante nella storia dell’uomo?

    Direi di no. Il linguaggio è ovviamente alla base di tutto, ma la seconda più grande rivoluzione di sempre è quella informatica, che abbiamo avuto la fortuna di intercettare in questi anni, e che, secondo me, ha inciso e inciderà più della stessa scrittura, cambiando i paradigmi espressivi, e, in prospettiva, anche il lavoro degli storici. Tutto questo è molto affascinante, come lo è notare la naturalezza di approccio a questo nuovo mondo da parte dei nativi digitali.

    La matematica è stata scoperta o inventata?

    Secondo la visione platonica, che faccio mia, le idee già esistono, vanno solo scovate. Una visione che va estesa a tutte le scienze. Il problema è indossare gli occhiali adatti.

    La si può definire come la regina delle scienze, o, piuttosto, come un imprescindibile paradigma di conoscenza a vantaggio di tutte le discipline scientifiche, e, probabilmente, non solo di quelle?

    La matematica è entrambe le cose, caratterizzandosi come una scienza autonoma, ma, all’occorrenza, anche come una scienza di servizio. Oggi si avverte un’esigenza enorme di conoscenza matematica, per altro alle origini di tante scoperte scientifiche negli ambiti più disparati. Per Marconi, quando si produce conoscenza non bisogna chiedersi mai a quale scopo farlo. In altro senso, secoli prima, Galileo aveva detto che il linguaggio della natura è la matematica.

    Come mai i fisici sono stati più protagonisti dei matematici nell’interpretare i dati del COVID?
    I fisici hanno un talento che li porta a uno studio più diretto dei fenomeni naturali e si giovano, spesso, di un’immediata forza divulgativa, che la matematica non possiede. Non credo, tuttavia, che in questo caso i matematici siano stati ‘scavalcati’. E comunque, non ci può essere buona fisica senza una robusta base matematica.

    La matematica, a certi livelli e in certi ambiti, diventa filosofia?

    I fondamenti e le basi logiche della matematica impattano direttamente nell’ambito della filosofia. Mi fermerei a questo livello.

    I sommi matematici nella storia occidentale secondo lei?
    I grandi dell’Ottocento, come Georg Cantor e Bernhard Riemann.

    E Pitagora, Euclide?
    Euclide è stato un pilastro plurisecolare della geometria, un gigante che ha costruito un modello ipotetico deduttivo imprescindibile. Pitagora, tra le tante scoperte attribuitegli, ha posto le basi per mettere in crisi l’idea che tutti i numeri fossero frazioni. Con conseguenze straordinarie per l’umanità.

    Quanta matematica c’è stata nel suo percorso di crescita spirituale?
    La matematica per me è stato un incontro fondamentale. Mi ha aiutato moltissimo a ‘gestire’ il conflitto che ha attraversato la mia vita tra la costante ricerca della razionalità e la constatazione dell’irrazionalità di buona parte dell’umano.

    Dove si può trovare il ‘bello’ nella sua disciplina?

    Il bello non si misura. La bellezza in matematica esiste, ma a un livello assolutamente personale. Come quella di un quadro, di un incontro. A pensarci bene, spesso è impossibile definire la bellezza, eppure Einstein diceva che quando una teoria diventa bella vuol dire che ci si sta avvicinando alla soluzione del problema affrontato.

    Da qualche anno il Trombetti umanista sta emergendo prepotentemente nello scenario culturale, non solo campano. Come è nata questa voglia di narrare?

    In realtà ho sempre scritto tanto. In un certo momento della vita ho semplicemente cominciato a pubblicare. Tutto parte dal desiderio di comunicare. Per me, infatti, scrivere è uno dei modi possibili per comunicare con gli altri.

    L’opera letteraria più matematica nella storia?
    Secondo me, la Divina Commedia, densa com’è di suggestioni matematiche, al di là dei suoi aspetti puramente numerologici. Finanche rispetto al concetto dell’ineffabilità del divino, con la metafora della quadratura del cerchio, Dante si rivolge alla matematica. Più in generale, possiamo dire che l’intera architettura della Divina Commedia è matematica. Bisogna tuttavia precisare che la matematica è diffusa molto più di quanto si pensi in letteratura. Basti pensare a Borges, Calvino, Buzzati.

    Il suo libro non scientifico di maggiore successo?

    Quello al quale sono più affezionato è il primo (‘Quando meno te lo aspetti’), che ripercorre la vita di cinque ragazzi, presi alle scuole elementari e seguiti fino all’età adulta.

    Nella sua vita grande spazio ha avuto anche la politica. E’ stato più difficile fare il presidente della CRUI o il vicepresidente della Regione?

    Sono due cose completamente diverse. In ogni caso considero quella della politica un’esperienza limitata nel tempo e auto-contenuta. Mi sono confrontato con iniziative di ampio spettro e ho molto allargato le mie conoscenze, anche in ambito umano. Sono contento dell’esperienza, vissuta comunque da tecnico, ma non la ripeterei. Nella vita c'’è un tempo per tutte le cose.
    E il Trombetti privato quali svaghi si concede?

    Le mie grandi passioni sono la letteratura, e il cinema, consumati entrambi in maniera compulsiva e disorganica. Amo sempre il racconto e la commedia umana. Per questo adoro Balzac, Maupassant o i grandi scrittori russi. Quanto al cinema, per la stessa ragione, spazio da John Ford a Franck Capra, fino a Martin Scorsese e Woody Allen. Senza dimenticare i grandi italiani, come De Sica, Rossellini e Fellini, fino a Francesco Rosi e a Nanni Moretti, di cui mi considero un fan della prima ora.

    I suoi luoghi del cuore?

    Ovviamente Napoli, di cui riconosco le tante criticità, ma che non cambierei per nessuna città al mondo. E poi Procida, perché è un luogo dove la dimensione umana è sempre destinata a prevalere.

    Passioni enogastronomiche?

    Molti cavalli di battaglia della tradizione partenopea, a partire dalla pasta, nelle svariate ricette che Napoli offre, e dalla straordinaria pizza. Non mi appassionano, invece, le alchimie di tanti maestri della cucina. Allo stesso modo, apprezzo molto i vini campani. Su tutti, quelli di Quintodecimo, del professore Luigi Moio, da me stimatissimo.

    Un suo ricordo di Biogem?
    Lo lego indissolubilmente a quello del suo fondatore e attuale presidente, Ortensio Zecchino. A mio parere, il migliore ministro dell’Università e della Ricerca.


    Ettore Zecchino

    Cosimo Risi

    Laureato in Scienze Politiche all’Università di Napoli Federico II, è in carriera diplomatica fino al 2016. Copre vari incarichi alla Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione Europea, a Bruxelles. Da ultimo è Ambasciatore e Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra e Ambasciatore presso la Confederazione Elvetica e il Principato di Lichtenstein, a Berna. Insegna Relazioni internazionali al Diploma Alti Studi Europei presso il Collegio Europeo di Parma e Politiche europee per la ricerca e l’innovazione presso l’Università di Napoli Federico II. Professore ospite in vari atenei, è Commendatore al merito della Repubblica italiana e commentatore di affari esteri per varie testate.

    Ambasciatore, come è iniziato il 2023 in politica internazionale?
    Come è finito il precedente. La guerra in Ucraina si avvia a compiere il  primo anno di vita e non sembra destinata a un epilogo immediato. Al momento, per dirla tutta, la mediazione in campo più significativa è quella turca, ma i contendenti sembrano bloccati su posizioni intransigenti.
    Una novità importante si segnala in Israele, con Benjamin Netanyahu rieletto a capo di un Governo spostato più a destra, con presenze, al suo interno, di partiti rientranti nella galassia dell’estremismo religioso.
    Non meno preoccupante è la crescita della repressione in Iran, dove, proprio in queste prime settimane dell’anno, sono aumentati i processi sommari e le esecuzioni senza possibilità di appello. Sorte toccata anche a un ex Sottosegretario alla Difesa, cittadino iraniano e britannico.
    Complessivamente,  il panorama non è dei migliori.

    E cosa si prospetta di importante nei prossimi mesi?

    Si spera nel decollo di un negoziato serio per la guerra in Ucraina. Al momento Kiev chiede di tornare ai confini antecedenti febbraio 2022. I Russi ammoniscono di tenere conto dei nuovi assetti determinati dal conflitto. La diplomazia è impegnata a trovare una soluzione di compromesso, mentre la politica si biforca nel presenzialismo sempre più spinto di Volodymyr Zelens'ky e Signora e l’enigmatica chiusura, in un ostentato isolamento, di Vladimir Putin.

    Quale ruolo potrà e/o dovrà avere il nostro Paese?

    Il Governo, accreditato di una tendenza filo-russa, si mostra invece in linea con il precedente, continuando a sostenere la resistenza ucraina, nel quadro di una politica comune dell’Occidente.
    Il nostro ruolo in ambito internazionale si caratterizza prevalentemente nel quadro europeo, dove cerchiamo di far avanzare alcuni nostri interessi in materia energetica e industriale. Dobbiamo puntare, ad esempio, a rendere il modello di Next Generation EU un caso non isolato. Senza dimenticare i problemi tutt’altro che risolti, di una immigrazione incontrollata verso le nostre coste. Una ragione in più per provare a recitare un ruolo da co-protagonista, in passato spesso avuto, nell’area mediterranea.

    Il mondo verde, tema principale delle Due Culture 2023, è sempre più in pericolo. Crede che azioni in sua difesa, già in agenda nei programmi delle principali istituzioni internazionali, siano concretamente possibili nei prossimi mesi?

    Sono possibili e soprattutto doverose. Bene fa Biogem a dedicare il meeting le ‘Due Culture’ del 2023 indirettamente anche a questo tema. La situazione generale è tra l’altro peggiorata ulteriormente proprio a causa della guerra in Ucraina, che ha determinato il ritorno, sia pure parziale, al carbone, come conseguenza della crisi energetica in corso, aggravata dalla riduzione e dal blocco delle forniture di gas provenienti dalla Russia di Putin.

    E riguardo alla pandemia, non del tutto sganciata dal grande tema della tutela dell’ambiente, quali contromisure significative sta approntando l’Organizzazione Mondiale della Sanità?

    L’OMS sta evidenziando che la pandemia ha una coda lunga, soprattutto nei luoghi da dove è partita (Cina), e che, quindi, non va minimamente sottovalutata. Un secondo allarme riguarda la previsione di nuove pandemie nel futuro più o meno prossimo. Su tutte, quella generata dalla crescente resistenza batterica agli antibiotici.

    Ritiene che l’OMS debba cambiare assetto? E, in ogni caso, quale giudizio si sente di esprimere sul suo operato in era pandemica?

    Non sono un esperto della materia e quindi non azzardo giudizi netti. Inizialmente l’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata tacciata di partigianeria nei confronti della Cina e su questo non sono in grado di pronunciarmi. Direi comunque che l’OMS ha un organigramma insufficiente e grandi difficoltà operative. Il suo ruolo, attualmente, è soprattutto quello di dare direttive e indicazioni agli Stati membri e ad altre organizzazioni internazionali.

    Quali Stati hanno reagito meglio all’aggressione del COVID-19?
    Sul fronte europeo, l’Italia si è mossa con una certa tempestività nell’attuare misure precauzionali e, successivamente, nel portare avanti campagne vaccinali di successo. Altri Paesi hanno inizialmente sottovalutato il problema. Basti ricordare il discorso, poi rettificato, del Premier britannico Boris Johnson, sull’inevitabilità di una immunità di gregge da raggiungere con un certo numero di vittime sul campo.
    Ha reagito bene l’Unione Europea, soprattutto grazie all’intuizione di centralizzare l’acquisto e la distribuzione dei vaccini.

    Per l’Europa sarà più gravido di conseguenze storiche il lungo periodo pandemico o quello bellico, che si avvia ad essere altrettanto duraturo?

    La pandemia ci ha segnato dal punto di vista dei comportamenti. L’Europa si è caratterizzata nella storia recente come il luogo delle libertà individuali e le ripetute chiusure hanno determinato una sorta di shock psicologico, particolarmente significativo per i più giovani.
    La guerra in Ucraina è invece responsabile di uno shock politico e militare, determinato dal fatto che per la prima volta dopo la seconda Guerra Mondiale, l’Europa, non esente in passato da feroci conflitti regionali, è oggi al centro di un conflitto che vede protagonista una superpotenza mondiale. Ne è nato uno scossone all’ordine internazionale, che ha spinto l’Occidente nel suo insieme a reagire. La minaccia all’Ucraina è stata percepita come indirettamente rivolta a noi stessi.

    L’Ucraina entrerà nella NATO e nell’UE?

    Nella NATO mi sembra poco probabile, almeno per ora, come ammesso a mezza bocca dalla stessa Ucraina. Un simile passo sarebbe infatti considerato dalla Russia come una provocazione inaccettabile.
    Per quanto riguarda l’adesione all’Unione Europea, c’è stata indubbiamente un’accelerazione degli eventi. I negoziati di adesione prevedono un percorso che richiede tempi lunghi e l’unanimità dei Ventisette in tutte le fasi, dall’avvio alla conclusione dei negoziati. A Trattato costante, l’Ucraina dovrà ragionevolmente aspettare qualche anno.

    Il primo quarto di millennio, nonostante evidenti arretramenti, può dirsi ancora americano. Sarà così anche per gli altri tre?

    Gli Stati Uniti hanno il potenziale per resistere e prosperare, grazie alla loro inventiva e alla riconosciuta capacità di assorbire il meglio dagli altri Paesi. Direi quindi di si, anche se dovranno  accettare una qualche forma di condominio.

    I problemi maggiori per gli equilibri occidentali arrivano dalla Cina, dalla Russia, dal ‘solito’ Medio Oriente o dall’emergente Africa?

    Per gli Usa il problema numero uno è la Cina, con la quale è in corso una fortissima competizione economica e tecnologica, con preoccupanti momenti di tensione. Si pensi a Taiwan.  Segue quello, attualissimo, della Russia. Poi quello, ‘endemico’, del Medio Oriente, erroneamente circoscritto alle problematiche connesse alla nascita e all’ascesa dello Stato d’Israele, e del Mediterraneo allargato fino al Golfo.
    L’Africa costituisce un serio problema per lo squilibrio tra la sua imponente crescita demografica e il modesto sviluppo economico. Le ricorrenti ondate migratorie che colpiscono l’Europa sono la conseguenza più vistosa di questa situazione.

    E la ‘sonnacchiosa’ India?

    L’India è una sorta di mistero. Ha infatti una popolazione pari a quella della Cina, con prospettive di superamento, ma i grossi problemi che la affliggono la inducono a tenere un profilo basso. Una condizione che potrebbe non durare a lungo.

    Quali doti deve avere un buon diplomatico?

    La principale dote è proprio la diplomazia, intesa come l’attitudine a prestare la giusta attenzione agli argomenti dell’interlocutore. Obiettivo del diplomatico è infatti arrivare a un’intesa per via di compromesso. La capacità di ascolto e, quindi, la comprensione piena degli argomenti e dei livelli di disponibilità alla trattativa della controparte, sono presupposti indispensabili per raggiungere lo scopo. Un diplomatico deve avere una buona cultura generale, un’apertura mentale che lo porti a bandire l’integralismo e il manicheismo.

    Quali Stati possono contare sulle più importanti tradizioni in materia?

    L’Italia, con la Serenissima Repubblica di Venezia, e prima ancora con i Romani, ha ‘inventato’ la diplomazia. Nella mia esperienza ho sempre trovato esemplare, per la sua capillarità, la diplomazia vaticana, capace di ‘leggere’ il mondo, pur non essendo dotata di un numero elevato di diplomatici di professione. Anche quella britannica, erede della lunga stagione imperiale del Regno Unito, mi ha sempre impressionato positivamente. Come, all’opposto, la piccola e giovane, ma determinatissima diplomazia israeliana. Non ho invece una grande opinione di quella americana, pur sorretta da mezzi straordinari.

    Ci può rivelare i nomi di due grandi diplomatici della storia e di un suo personale punto di riferimento professionale?

    Per fermarci al nostro secolo, citerei Paolo Ducci, un diplomatico di grandi visioni e luminosa carriera, tra i protagonisti della stesura dei Trattati di Roma. Un gigante ancora in vita è lo statunitense Henry Kissinger, inizialmente un professore prestato alla diplomazia e alla politica conservatrice, oggi ascoltatissimo anche dai Democratici.
    Quanto alle mie esperienze dirette, ho cominciato la mia carriera con Renato Ruggiero, un diplomatico dalle brillantissime capacità operative e un maestro di grande statura umana e professionale, premiato, a fine carriera, anche con la nomina, da tecnico, a Ministro degli Esteri.

    Ritiene auspicabile che la ‘diplomazia’ diventi materia di insegnamento scolastico?

    Più che la diplomazia auspico che lo diventi lo studio delle relazioni internazionali. Bisogna spiegare agli studenti quanto e come il mondo sia interconnesso. Per suscitare in loro la curiosità per i fatti del mondo.

    Quali margini di autonomia un Ambasciatore ha rispetto al suo Ministro degli Esteri?

    La risposta si deve cercare nella prassi. Ai diplomatici italiani, ad esempio, viene generalmente lasciato un ampio margine di azione, all’interno di parametri ben precisi. A volte la catena di comando è lenta e il diplomatico deve arrangiarsi. La comunicazione tra Governo italiano e ambasciate non sempre è diretta.

    E quale rapporto si ha con il mondo dei servizi segreti?

    Quasi naturale, più o meno intenso in relazione all’importanza strategica della sede diplomatica.

    Preferisce il sistema di reclutamento dei diplomatici statunitense o quello europeo?

    Quello europeo non è esattamente uniforme. Un progetto di riforma in Francia prevede, ad esempio, la nomina politica degli ambasciatori, con le conseguenti proteste dei diplomatici professionali. In Italia abbiamo avuto casi sporadici di ambasciatori non di professione, circoscritti, per lo più, al periodo post-bellico, anche a causa della oggettiva carenza di diplomatici non compromessi con il Regime. Un’eccezione è stata la recente nomina, da parte del Governo Renzi, di Carlo Calenda come Rappresentante Permanente presso l’Unione Europea a Bruxelles. Il suo incarico durò molto poco: a dimostrare quanto la nomina fosse stata frettolosa. Al sistema professionale e al livello di competenza che dovrebbe garantire vanno senza dubbio le mie preferenze.

    L’ambasciata italiana più ambita?
    Quella di Washington, la capitale dell’’Impero’.

    E quella più bella?

    Probabilmente Parigi, anche per la vita spumeggiante che promette.

    Una sua graduatoria delle cucine nelle grandi ambasciate del mondo?

    Bisognerebbe averle provate tutte! In realtà spesso nelle ambasciate si ricorre a una cucina internazionale, fruibile da tutti e perciò standardizzata. La cucina italiana è apprezzatissima ed è una delle carte a nostra disposizione, non sempre viene presentata in tutta la sua tipicità.

    Percentualmente quanti accordi si realizzano a valle di una buona cena?

    La cena, in linguaggio diplomatico si dice pranzo o dineur alla francese, serve a creare un rapporto informale per favorire o corroborare un’intesa. Un accordo non si conclude mai a tavola, necessita di processi più lunghi. Le spese di rappresentanza a favore dei diplomatici in servizio all’estero servono proprio all’attività conviviale.

    Il mestiere della diplomazia è spesso invidiato. Quali inconvenienti presenta?

    Il più significativo è l’essere sempre in viaggio e in trasferimento, anche in Paesi scomodi. I divorzi nel nostro mondo sono percentualmente superiori alla media proprio perché, nella maggioranza dei casi, le famiglie rischiano di sgretolarsi e disunirsi a causa della distanza tra i loro membri. La costante riduzione del bilancio della Farnesina sta causando un vulnus al funzionamento delle sedi, la cui manutenzione è sempre meno efficiente. Stanno quasi scomparendo le spese per le  missioni brevi, si privano i giovani diplomatici di occasioni per formarsi  sul campo.

    Quali opere in tutte le arti hanno meglio descritto la vita in ambasciata?

    Focalizzandoci sulla letteratura e limitandoci alla mia esperienza personale, i romanzi di Roger Peyrefitte, belli ma datati, hanno acceso la mia fantasia. Mi viene infine in mente un romanzo di spionaggio, Il Sarto di Panama di John le Carrè: un graffiante e ironico ritratto della vita in una sede periferica del Regno Unito. Vale come metafora del mondo delle Ambasciate e dell’intreccio, di cui sopra, fra diplomazia e Servizi.

     


    Ettore Zecchino

     

     

     

    Aldo Schiavone

    Professore ordinario di Diritto Romano nelle Università di Bari, Firenze, e alla ‘Scuola Normale Superiore', dal dicembre 2016 Aldo Schiavone è docente a contratto presso l'Università di Roma, 'La Sapienza', per la direzione del progetto europeo ERC ‘Advanced Grant Scriptores iuris Romani’. Insignito, nel 2005, della ‘Medaglia d'oro del Presidente della Repubblica’ Carlo Azeglio Ciampi, conferita ai benemeriti della scuola, della cultura, della scienza e dell'arte, dal 2007 è Membro Onorario dell'American Academy of Arts and Sciences.

    Storico del diritto tra i più letti e apprezzati anche all’estero, recentemente Aldo Schiavone ha scritto libri di grande impatto per un pubblico ‘generalista’, come quelli con protagonisti Spartaco e Ponzio Pilato, presto diventati dei piccoli best-seller internazionali.

    Professore, le ‘Due Culture’ del 2023 avranno come tema principale il mondo verde e la salute green del pianeta, con le grandi inquietudini connesse. Quale contributo serio può arrivare dal mondo umanistico?

    La rivoluzione tecnologica in atto ci fa capire che sempre maggiori risorse planetarie dovranno appartenere al ‘comune umano’. Un concetto che possiamo riferire soprattutto al contesto ambientale, per il quale abbiamo ancora bisogno di elaborare un quadro di categorie – etiche, giuridiche, politiche – adeguate. A questo importante compito sono chiamati tutti gli studiosi di scienze umane, a qualunque disciplina essi appartengano.

    Uno storico deve occuparsi anche di futuro?

    Credo sempre di più. Non nel vecchio senso della ‘storia maestra di vita’, ma perché la conoscenza del passato ci consente di individuare degli elementi di prevedibilità nel futuro, grazie alle intrinseche regolarità che si possono rintracciare in ogni processo storico.  Oggi noi siamo  immersi nella più importante rivoluzione tecnologica della nostra storia: e, per esempio, il confronto con la rivoluzione industriale di più di due secoli fa ci consente, pur tra tante differenze, di individuare alcuni elementi che tendono a ripetersi, utili alla comprensione del nostro presente.

    Che cosa significa oggi assumere un atteggiamento green?

    Il progresso tecnologico rende sempre più l’insieme dell’ecosistema non un presupposto immodificabile delle nostre vite, bensì un risultato delle nostre azioni. Assumere un atteggiamento di protezione e di valorizzazione della fascia di natura ‘umanizzata’ che ci circonda è quindi per tutti noi una scelta cui non si può sfuggire.

     

    Il dibattito scientifico in corso non ci consente di accertare al di là di ogni ragionevole dubbio la diretta origine antropica dei grandi cambiamenti climatici sotto gli occhi di tutti. Un umanista può almeno invitare alla prudenza?

    Deve certamente farlo. L’aumento di potenza dell’umano rende le nostre responsabilità sempre maggiori e meglio definite. Se non sapremo orientare al bene comune il nostro potere ci troveremo di fronte a pericoli enormi.

    Quale peso reale ha il mondo umanistico nel ‘governo’ mondiale del verde?

    Credo molto poco, almeno per ora. Le scelte di cui stiamo parlando coinvolgono, in larga misura, una rete di poteri tecno-economici sovra-nazionale, non adeguatamente fronteggiata dalla politica e dalla democrazia, che restano per lo più chiuse in una dimensione solo nazionale.  E questo dislivello di scale è un grande problema irrisolto della globalizzazione.

     

    E la politica, allora?

    Il nostro obiettivo dovrà essere quello di riequilibrare questa ‘governance’ tecno-capitalistica mondiale con quella della politica democratica, da costruire oltre la cornice degli Stati, che non hanno da soli, singolarmente presi  (tranne forse, per alcuni aspetti, gli Stati Uniti) la forza per contrastare  il potere del sistema tecno-capitalistico che sta dettando oggi la forma del mondo.

     

    I diritti del mondo verde come sono tutelati da un punto di vista strettamente giuridico?

    Si tratta di forme di tutela nascenti, per quanto possa saperne. Ancora una volta si palesa  l’inadeguatezza di risposte prevalentemente nazionali (e quindi locali), nonostante la crescente esigenza di un diritto globale che non riguardi solo i mercati, ma anche l’ambiente, il lavoro, la fiscalità, la cittadinanza.
     

    Come mai in Italia i movimenti ambientalisti sono stati esclusivamente di sinistra e sempre estremamente minoritari?

    La connessione generale di questi movimenti con le politiche di sinistra mi sembra un dato riscontrabile un po’ ovunque nel mondo. Quello che invece sorprende è il carattere fortemente minoritario di questi movimenti in Italia, che non accenna peraltro a mutare.
    Tra le cause di questa singolarità, indicherei per un verso l’esistenza di un deficit culturale nella nostra sensibilità collettiva, rispetto a quella di altri Paesi. Basta pensare, per esempio, a fenomeni come l’abusivismo edilizio: una parola che nemmeno esiste in altre lingue.
    In secondo luogo, pesa, io credo, il carattere fondamentalmente antimoderno e antitecnologico di questi movimenti, che confondono la tutela della natura con il rifiuto tout court della tecnica e dell’innovazione e troppo spesso sanno dire solo dei no.

    Può la sensibilità ambientalista spiegare da sola le ragioni dell’appartenenza a un partito?

    Forse sì, in un momento come questo, soprattutto in Occidente. Anche se, in una prospettiva più generale, troverei auspicabile che le tematiche ambientali fossero assorbite in modo adeguato nelle piattaforme programmatiche e nel background culturale dei nuovi partiti della sinistra, a cominciare dall’Italia.

    Venendo ai suoi studi ultimi, tra le cause della ‘decadenza’ italiana inserisce anche i temi ambientali?

    L’incuria per il nostro territorio, tanto bello quanto delicato e fragile, è certamente una delle cause oggettive, forse tra le più sottovalutate, del declino italiano. Un progetto di rinascita del Paese non potrebbe certo prescindere da questo tema.

    In senso lato il cambiamento climatico e le questioni ambientali non hanno inciso sulla fine dell’Impero Romano e della civiltà classica, oggetto frequente dei suoi approfondimenti storico-letterari?

    Direi proprio di no. Dobbiamo essere molto attenti a non proiettare nel passato problematiche che appartengono solo al nostro tempo.  Certo, la geografia ha sempre condizionato e tal volta determinato la forma dei processi storici, ma questo non vuol dire immaginare contiguità inesistenti tra passato e presente.

    Il Cristianesimo può assorbire all’interno del suo sistema culturale e valoriale una generalizzata e accresciuta sensibilità green?

    Un Cristianesimo moderno potrebbe certamente farlo, credo, anche sulla scia di alcune grandi tradizioni del suo passato. L’enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco mi sembra un bell’esempio in questa direzione.

    Al concetto generico di religione si è sempre legato un rispetto per la natura?

    Direi di no. Bisogna sempre evitare eccessive generalizzazioni.

    Il mondo dell’economia è in grado di riconvertirsi in tempi utili, favorendo l’emersione di nuove politiche energetiche a impatto limitato sull’ambiente?

    Lo potrebbe essere, ma solo se adeguatamente spronato da una politica all’altezza dei tempi. Torniamo così al discorso precedente, e alla necessità di affrancare lo stesso mondo dell’economia dal dominio incontrastato di una governance tecno-capitalista globale, capace di agire solo sulla spinta della massimizzazione dei profitti.

    Le piante sono intelligenti?

    Preferirei riservare la parola ‘intelligenza’ alla specie umana: non per marcare un primato, ma per segnare una differenza.  Il vivente non umano ha senza dubbio delle forme di adattabilità e plasticità rispetto al mondo esterno, che variano da specie a specie, e che riguardano, credo, anche quello che chiamiamo in modo approssimativo il mondo vegetale.

    Storicamente l’agricoltura ha maggiormente danneggiato o migliorato l’ambiente?

    Fino alla metà circa del secolo scorso, l’impatto delle coltivazioni sull’insieme dell’ecosistema è stato minimo. Le trasformazioni tecnologiche dell’ultimo secolo hanno cambiato molte cose, purtroppo non sempre in meglio. Non dobbiamo tuttavia mai dimenticare che le attuali tecniche agricole consentono la sopravvivenza di circa 8 miliardi di persone nel mondo; e, se adottassimo forme più razionali ed eque di distribuzione, e sprecassimo di meno, si potrebbe fare ancora molto meglio. Mentre soltanto pochi secoli fa l’agricoltura spesso non riusciva a sfamare neppure solo qualche centinaio di milioni di donne e di uomini.  Attenzione, quindi, prima di mettere sempre sotto accusa il progresso tecnologico.

    Dopo Spartaco e Ponzio Pilato quale altro grande ‘paradigma’ umano ha messo nel mirino delle sue  ricerche?

    Sto completando questa piccola serie con la figura di una donna,  Cleopatra. Una specie di trittico che comprende personaggi molto diversi tra loro, ma  che sono appartenuti più o meno alla stessa epoca – quella fra gli anni centrali del primo secolo a.C. e i primi decenni del primo secolo d.C.: un’età cruciale per il destino dell’Occidente e dunque dell’intero pianeta.


    Ettore Zecchino

     

    Ettore De Conciliis

    Divenuto famoso nel 1965, a soli 24 anni, grazie al Murale della Pace, innovativo affresco realizzato per la chiesa di San Francesco, ad Avellino, ha consolidato definitivamente la sua notorietà internazionale nel 1980. Risale infatti a quell’epoca l’esecuzione del Memoriale di Portella della Ginestra, opera di Land Art, inserita nello scenario naturale di Piana degli Albanesi, luogo del famigerato eccidio commesso dal bandito Salvatore Giuliano il primo maggio 1947. Negli ultimi 30 anni si è concentrato prevalentemente sulla pittura di paesaggio, ispirata principalmente dalla valle del Tevere, a nord di Roma. La sua intensa attività è stata presentata con mostre personali in alcuni importanti musei d’arte italiani e stranieri, come il Museo di Palazzo Braschi a Roma, il Museo dell’Accademia di Belle Arti a San Pietroburgo, e il Museo d’arte internazionale Ca’ Pesaro a Venezia.

    Maestro de Conciliis, dalle grandi opere di impegno politico della gioventù all’intimismo dei paesaggi su tela della tarda maturità artistica. Ci racconta il suo percorso?

    Le mie opere di impegno civile sono iniziate in un luogo di culto con il Murale della Pace (Chiesa di San Francesco, Avellino, 1965). Da allora mi sono sempre espresso ispirandomi contemporaneamente alla natura ambientale e a quella umana con i suoi problemi sociali.

    Un’evoluzione simile è toccata al suo collega e amico, coautore di molte opere giovanili, Rocco Falciano. Quanto ha contato per lei questo rapporto e questa collaborazione?

    Sono stati molto importanti. Ho conosciuto Rocco Falciano nello studio del mio maestro Marino Mazzacurati. Con lui ho avuto una collaborazione artistica cessata solo con la fine della sua vita, pochi anni fa. Provo molta gratitudine per lui.

    Si sente parte di una scuola?

    La mia formazione artistica è stata per molti versi una formazione da autodidatta. Ho studiato architettura e non belle arti. Si può dire che mi sono formato nei musei, osservando e poi copiando i capolavori di grandi artisti, a partire da quelli esposti al museo di Capodimonte a Napoli, e qualche anno dopo, quelli della Galleria Doria Pamphilij a Roma. Li, in particolare, ho eseguito studi sul ritratto di Innocenzo X di Diego Velazquez. La mia formazione universitaria di architetto, avviata a Napoli e terminata a Roma, ha in un certo senso completato quella di autodidatta in pittura.

    La mia opera viene accostata dalla critica d’arte al movimento del Realismo. In più mi sono appassionato anche all’intervento nella natura, con le realizzazioni di arte ambientale, cioè di Land Art, di cui sono stato un iniziatore in Italia.

    Cos’è la Land Art?

    La Land art è un movimento artistico (letteralmente l’arte della terra), con opere come quelle dell’impressionismo concepite nell’open air, nato negli Stati Uniti verso la fine degli anni Sessanta del Novecento, consistente in un intervento diretto dell’artista nella natura. L’opera più famosa è la Spiral Jetty, di Robert Smithson, realizzata nel 1970 sul Great Salt Lake, nello Utah. Precedenti antichissimi sono considerati il sito neolitico britannico di Stonehenge, le figure del deserto di Nazca in Perù e anche i dolmen in Puglia, Sardegna e altrove in Europa.
    In Italia è noto il mio Memoriale di Portella della Ginestra, realizzato in Sicilia nel 1980. Dopo questa data è stato realizzato, sempre in Sicilia, il Grande Cretto di Alberto Burri, sulle rovine post-sismiche di Gibellina.

    La pittura, e l’arte figurativa in genere, ha rapporti strettissimi con la scienza sin dai tempi del mitico Apelle, ma è con Giotto prima e con il Rinascimento poi che tale contatto assume le forme tutt’oggi in continua elaborazione. Qual è il suo personale rapporto con la scienza?

    Di grande interesse. La ricerca scientifica ci offre una conoscenza sempre migliore di chi siamo. L’artista svolge una ricerca parallela a quella della scienza, più guidata dall’intuito, ma vicina ad essa, per potersi esprimere artisticamente. Leonardo è l’esemplificazione massima di come arte e scienza vivono insieme.

    Quali sono i suoi autori di riferimento nell’ambito scientifico?

    Nella mia attività artistica ho sempre avuto la necessità di interessarmi a personalità e discipline differenti dalla mia. Negli anni universitari napoletani, ad esempio, incontravo spesso il già leggendario matematico Renato Caccioppoli, il quale, per uno strano gioco delle somiglianze, mi sembrava un artista. Più tardi, a Roma e poi a New York, frequentai Edward Spiegle, l’astrofisico che formulò la teoria del caos e della turbolenza.

    Ian McEwan ha visto nell’invito alla meraviglia un punto di contatto tra scienza e letteratura (il discorso può tranquillamente estendersi a tutte le arti). Condivide?

    Assolutamente si. La meraviglia è nella scoperta, che non cade facilmente dal cielo, ma è frutto di sensibilità, studio e ricerca. La creatività ha a che fare col sentimento della meraviglia, la quale raggiunge il fruitore della letteratura e anche dell’arte in generale, cosi come raggiunge chi le crea.

    Il suo esordio fulminante ha avuto come scenario la natia Avellino. Attualmente onora Biogem di frequenti visite ed esposizioni. La patria elettiva è però Fiano Romano. Come mai?

    La mia prima opera fu una Crocifissione per il complesso monastico delle Oblate ad Avellino, rifiutata perché ritenuta non idonea e poi distrutta. Ad essa seguì il Murale della pace, che suscitò un grande interesse in Italia e all’estero, a causa della sua innovazione nell’arte sacra dovuta ai contenuti e al modo in cui furono trattati. Dopo quell’opera oggi torno raramente ad Avellino, dove ho affetti ed amicizie. Ma, nelle vicinanze, in Irpinia, ho eseguito a Paternopoli il Memoriale ad Aldo Moro e la sua scorta. Sempre in Irpinia, quest’anno, mi è stata data generosamente l’occasione di esporre le mie opere di paesaggio nella sede Biogem di Ariano. Il mio posto di lavoro è principalmente lo studio di Fiano Romano, dove già dall’inizio degli anni settanta avevo organizzato il Centro di Arte Popolare, vicino alle valli del Tevere, luoghi che hanno ispirato la maggioranza della mia opera pittorica di paesaggio.

    Come nacque il Murale della Pace?
    Ero molto interessato al nuovo cammino della Chiesa dopo l’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII del 1965, già avviato dal Concilio Vaticano II e ai cambiamenti della società. Incontrai il parroco don Ferdinando Renzulli, che mi diede l’occasione di esprimere liberamente quello che sentivo. Di qui l’esordio ad Avellino, con un’opera per l’epoca molto audace per la sua novità iconografica rispetto all’arte sacra tradizionale. Fu infatti molto avversata, ma altrettanto apprezzata. In ogni caso, anche grazie al dibattito critico che suscitò, fu presto conosciuta in tutto il mondo, in Europa, negli Usa, e nell’America Latina.

    La nostalgia in pittura ha lo stesso peso che in letteratura?

    In pittura la nostalgia, sentimento profondamente umano, può servire come anche in letteratura. Personalmente ho un carattere orientato più al presente e al futuro che al passato; e forse, per questo, sono meno legato a momenti nostalgici nel mio lavoro.

    Michelangelo considerava la scultura una forma di arte più pura della pittura. E lei?

    Non ho approfondito abbastanza questo problema. Vedo le due forme di arte molto vicine. Mi sembra anche che nella stessa opera di Michelangelo, la pittura è scultorea, come nel Giudizio Universale, e viceversa, la scultura è pittorica come nella Pietà Rondanini e nei Prigioni.

    In percentuale, quanto talento e quanta conoscenza è richiesta ad un grande pittore?

    Sono due elementi più vicini tra loro di quanto si è disposti a credere. Un talento non educato solo di rado riesce ad esprimersi artisticamente, come accade nell’arte dei naif. L’arte richiede un’educazione, studi nei musei, nelle accademie e nella vita. Ma, al momento della creazione, l’artista deve cercare di esprimersi in piena libertà.

    Quale atto creativo è il più ‘immediato’ nel mondo delle arti?

    Forse, ma il terreno è scivoloso, quello della creazione musicale. Ma essa può avere anche una gestazione lunga come quella della creazione di un’opera di arte figurativa. L’mmediatezza può essere un’improvvisazione musicale o un semplice veloce sketch. Alla fine però, quello che conta, è il risultato.

    Quanto conta la fantasia in un quadro di realismo pittorico?

    Tantissimo. L’arte del cosidetto realismo in pittura consiste soprattutto nella libertà di saperne considerare i contenuti con l’appropriata fantasia.

    La pittura sta morendo?

    Credo che non morirà mai. Non c’è bambino che nonostante l’invadenza continua di un uso sbagliato di smart-phone, computer, cattivi insegnamenti, non disegni o dipinga spontaneamente. Bisognerebbe saper offrire giusti stimoli e rispetto della sua visione.

    Chi sono i più grandi pittori viventi?

    L’epoca dei giganti, come Pablo Picasso per il Novecento, è alle spalle. L’arte di oggi è caratterizzata da una contemporaneità di molteplici modi espressivi mai vissuta prima. Non so quali sono i più grandi pittori viventi. Ho i miei preferiti, quelli con i quali sono più in sintonia.Tra essi ne cito almeno due: in Italia, Piero Guccione e, in America, Eric Fischl.

    Qualche consiglio per i suoi colleghi debuttanti?

    Cercare di trovare in se stessi quello che sembra più vero e giusto, studiare la natura, votarsi alla ricerca della sua bellezza, che nonostante tutto, esiste.

     

    Ettore Zecchino

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