I protagonisti delle 2 culture

    Edoardo Boncinelli

    Scopritore di una famiglia di geni che controllano il corretto sviluppo corporeo nell'uomo, Edoardo Boncinelli è uno scienziato di fama internazionale, fisico di formazione, filosofo per vocazione, e letterato per passione. Fiorentino di famiglia e di studi, ha partecipato a due edizioni del meeting settembrino di Biogem, regalando altrettante perle di quell’arte della divulgazione che possiede e coltiva da sempre. Autore di una vastissima produzione, non solo scientifica, è una delle massime personificazioni viventi delle ‘Due Culture’.

    Professore, urge un suo parere sull’attuale campagna di vaccinazione anti Covid19

    Bisogna fare presto. Per ogni giorno che passa, aumenta la probabilità di accumulo di mutazioni, che generano varianti. Il virus, come ogni entità vivente, esprime tutte le mutazioni utili alla sua sopravvivenza, e il pericolo è di arrivare al punto di non poterle combattere tutte.

    E sul caso Astrazeneca?

    Rifuggirei dalle due posizioni estreme di chi minimizza e di chi enfatizza. Per quel che riguarda me, non avrei particolari timori a farmi somministrare questo tipo di vaccino.

    La pandemia era prevedibile?

    Come la morte. Sappiamo che ogni tanto ne arriva qualcuna, ma mai esattamente quando. Oggi ci troviamo in una condizione grave, sia per la notevole densità abitativa in molte aree del pianeta, sia perché siamo psicologicamente poco preparati a questo tipo di eventi, sia perché, accanto a noi, per ragioni di mercato e non di natura, ci sono troppi animali. Quando e se usciremo dal tunnel, dovremo cambiare qualche parametro e qualche presidio sanitario.

    Sposa la tesi del contagio da animale?
    Mi sembra la più probabile.

    Si può escludere altro?

    Francamente, non saprei immaginarlo, ma forse, chissà….

    E sul fronte della gestione?

    Di volta in volta sembrano avanti alcune nazioni, poi altre. Potremo capire solo tra qualche anno. Mi piace pensare che meglio non si poteva fare. Per quanto riguarda l’Italia, il problema è di natura burocratica, anche se, come popolo, dovremmo chiederci come mai non c’è un vaccino italiano?

    In questa fase si è molto ascoltata la scienza?

    Per fortuna si, ma la decisione è e deve essere sempre politica. La scienza aiuta a capire.

    Qual è la funzione di un virus in natura?

    I virus sono molti particolari, non sono nemmeno esseri viventi in senso pieno.Tendono ad essere deleteri.

    Come mai il virus non si accontenta del danno minore, anche per se?

    Il virus è cieco, non ha nessuna capacità di comprendere, tanto meno di decidere. Come tutti gli esseri viventi, però, non fa niente che lo danneggi oltre una certa misura. Tollera cose che non sappiamo quanto servono, ma non è tanto dannoso da essere spazzato via dalla selezione naturale.

    Venendo alla sua vita, ci rivela perché ha avuto inizio a Rodi?

    All’epoca era un’isola italiana. I miei genitori, nel ‘38, appena sposati, decisero di trasferirvisi, attratti dalla prospettiva di stipendi doppi rispetto all’Italia. Nel ‘41, scoppiata la guerra, come tutte le isole, anche quelle belle, divenne una trappola. Ad appena 13 mesi tornai, quindi, in Italia.

    E poi Firenze, un bell’incrocio tra due culle della cultura e dell’ingegno?

    Firenze tende sempre a ‘vantarsi’, ma è una piccola città pettegola e brontolona, sia pur intelligente e colta. Non ero ricco ed ero circondato da amici ricchi. Di quel periodo non ho in fondo, un grande ricordo. Ho tuttavia un rapporto intellettuale con la città, e in questo senso, sono orgoglioso di essere un fiorentino.

    La più grande opera scientifica della Grecia Antica?

    Premettendo che la scienza in senso moderno (ovvero scienza sperimentale) è nata solo da pochi secoli, direi che senza dubbio i greci hanno dato tanto all’astronomia e alla matematica. Naturalmente, tra i moltissimi eminenti filosofi, c’erano anche fior di scienziati. Basti pensare a Talete e ad alcuni presocratici. Non dimentichiamoci, poi, della tecnica (acquedotti, costruzioni, estrazioni di minerali). Il mondo è andato avanti prima per la tecnica, poi per la scienza e per la tecnica.

    Venendo all’antica Roma, si può dire che la prima opera di Due Culture in senso moderno è il De Rerum Natura di Lucrezio?

    Sarebbe in ottima posizione sia dal lato scientifico sia da quello letterario. Lucrezio è stato forse l’unico a trovare la cifra giusta per parlare di entrambe le cose, e poi ha lanciato messaggi straordinari, come l’ineguagliato monito contro la paura per la peste, nella parte finale dell'opera. Giusto per rimanere in tema.

    Perché gli antichi non compresero il ruolo del cervello?

    Ad essere cattivo, perché  per Aristotele, ‘il maestro di color che sanno’, il cervello serviva solo a raffreddare il sangue. La sua autorevolezza ha ‘congelato’ il tema. D’altra parte, il cervello non lo conosciamo bene neanche noi oggi.

    La complessità del cervello umano è paragonabile all’intelligenza artificiale?

    L’intelligenza artificiale è un’entità astratta, in larga parte di là da venire. In inglese intelligence vuol dire capacità di capire, di fare meccanicamente qualcosa. Siamo quindi nell’ambito di una branca della cibernetica. La complessità può tuttavia essere certamente superiore a quella del cervello, anche, banalmente, per ragioni di spazio, per noi umani troppo compresso, sin dalla nascita.

    Potremmo dire che l’intelligenza è una questione di spazio?

    Direi che lo spazio è una condizione necessaria ma non sufficiente per una vivace intelligenza, anche se il problema vero è avere un numero adeguato di cellule connesse. Il cervello, nelle dimensioni è in genere proporzionato al corpo, e serve a coordinarlo. Nel caso dell’uomo, la natura è stata generosa o, se vogliamo, dispettosa. A un cervello più grande seguono infatti anche ‘preoccupazioni’ maggiori.

    Cosa ha influenzato maggiormente la genetica umana?

    Come per tutte le cose biologiche, il caso e la selezione naturale. Quest’ultima sui corpi e sulle azioni, non direttamente sui geni.

    Spazio per Dio?

    Un mio prozio diceva: ‘’Di tutti parlò mal fuorchè di Dio, scusandosi col dir ''non lo conosco’’.

    Cosa ci differenzia dagli animali?

    Il linguaggio, che a sua volta influenza l’importanza della coscienza. In loro, anche dove presente, è infatti poco ascoltata.

    Cos’è la coscienza?

    La risposta non ce l’ha ancora nessuno. Personalmente ho elaborato un modello a clessidra. Tutti i processi cerebrali agiscono “in parallelo”, qualche volta una parte di essi viene messa in fila, cioè “in serie”. In questo caso si ha la coscienza.

    Quando ha capito di voler diventare un genetista?

    Ho capito che volevo diventare uno scienziato a 10 anni. Mi piaceva molto la fisica, e mi ci laureai, ma dopo una serie di ‘eventi traumatici’ mi sono rivolto alla biologia, dove c’era molto più da fare.

    La sua formazione di fisico è stata un limite o un’opportunità?

    Certamente non un limite.

    I suoi modelli nella storia?

    Una luce più luminosa delle altre non la saprei individuare.

    E quelli in carne e ossa?

    Per la fisica, Giuliano Toraldo di Francia, maestro  di vita e di cultura. Per la genetica, Ferruccio Ritossa.

    Nella sua recente opera ‘La farfalla e la crisalide’ (2018) ridimensiona fortemente il ruolo della filosofia nella modernità e finanche la sua presunta grande importanza per la storia dell’uomo. Come è arrivato a questa considerazione?

    Mi occupo di filosofia da quando leggo. La mia casa da bambino era piena di libri di filosofia. L’ho sempre amata, ma progressivamente, mi sono reso conto che, come diciamo a Firenze, ‘’non cava un ragno dal buco’’. Una decina di anni fa ho cominciato a frequentare molti filosofi, e la cosa ha avuto un effetto negativo. La critica va tuttavia molto lontano. Due sono le colpe maggiori che attribuisco alla filosofia, almeno a quella successiva alla rivoluzione scientifica. La filosofia, in questi secoli ha infatti cercato di ostacolare la scienza naturale, ma il danno più grosso l’ha causato alle scienze umane (sociologia, politica, psicologia).

    E come la mettiamo con Cartesio, Pascal, Leibniz?

    Tutti grandi matematici e la filosofia, tra le scienze, può andare d’accordo solo con la matematica, vista la sua natura di scienza perfetta, esatta ma astratta.

    Eppure, le opere più influenti nella storia dell’uomo sono in larga parte filosofico-letterarie!

    Perché l’uomo è quello che è.

    A proposito di Due Culture, le sue due partecipazioni al meeting settembrino (2011 e 2016) si sono distinte anche per la durata della sua permanenza ad Ariano Irpino. Avendo conosciuto approfonditamente la realtà di Biogem, quali consigli può dare agli organizzatori per far crescere la manifestazione?

    Non posso parlarne che bene. Ero scettico, ma è andato tutto bene. Forse allungherei un po’ la discussione dopo gli interventi. In tema di Due Culture è dal confronto che giungono le cose migliori.

    Ci parli un po’ del suo lato umanistico

    Se essere umanisti significa amare la letteratura, la filosofia, le arti figurative, sono un umanista. Ho praticato la pittura, la scultura e la letteratura. La filosofia continua a essere il mio divertimento preferito. Non la considero, tuttavia, neppure una palestra per la mente. La filosofia non prepara al pensiero critico, ma lo blocca, perché è quasi sempre dogmatica.

    Il capolavoro letterario più vicino al concetto delle Due Culture?

    La Divina Commedia, per l’ampiezza dei suoi orizzonti, ma anche Shakespeare.

    E il suo preferito in assoluto?

    Oltre ai già citati, i Promessi Sposi, la tragedia greca, e il ‘lucreziano’ Leopardi.

    Ascoltare buona musica aiuta davvero ad accrescere le doti intellettive?

    Non credo

    Qual è per lei la buona musica?

    Tutto il 600, una parte del 700. Dei romantici non sono così entusiasta. Tra tutti, Bach, e soprattutto, Mozart.

    Un film di fantascienza da promuovere?

    Da giovane mi è piaciuto Forbidden Planet, ma poi non ne ho visti più.

    Le piacciono i legumi?

    Mangiare mi piace davvero tanto. Amo soprattutto i primi, le verdure, e da buon toscano, la carne.

    I suoi alimenti nutraceutici?

    Bisogna mangiare di tutto. L’uomo è onnivoro. Nella mia vita, grazie a mia madre e a mia moglie, ho sperimentato questo approccio al cibo.

    Parafrasando un suo noto titolo, perché mangiamo?

    Banalmente, perché abbiamo bisogno di carburante. Il cervello, poi, è pari solo al 2% del nostro corpo, ma consuma il 20% delle energie necessarie al nostro sostentamento.

    Una sua ricetta del cuore?

    Sono indeciso tra ‘l’amatriciana’ e la ‘genovese’.

    Da accompagnare a quale vino?

    A un buon rosso, anche se, da toscanaccio rossista, dopo una lunga parentesi biografica a Trieste, ho imparato ad apprezzare molto anche i bianchi, come il magnifico Friulano.

    Professore, in definitiva, per la nostra salute quanto conta la genetica e quanto le abitudini di vita?

    Le do una ormai classica risposta boncinelliana. Un terzo, un terzo, e un terzo.

    Ma, i conti non tornano?

    Non dimentichi mai il caso.

    E Dio?

    Come le ho già detto, non lo conosco.

     

    Ettore Zecchino

     
    Paolo Isotta

    Paolo Isotta era una colonna delle ‘Due Culture’, ma, più ancora, era un appassionato e autoproclamato ambasciatore di Biogem nel mondo alato dell’alta cultura umanistica e del giornalismo da terza pagina. Tutto principia, come direbbe lui, da un incontro straordinario con il presidente Ortensio Zecchino, contattato per condividere la comune passione per lo ‘Stupor mundi’, Federico II, e divenuto in breve tempo, secondo una definizione paradigmatica del suo modo di intendere i rapporti, un ‘’amico del cuore’’. Un rapporto presto rafforzatosi, sull’onda di Virgilio e di altre comuni passioni, e inverata in questo attaccamento straordinario per Biogem. Nel centro di ricerca arianese, e, nell’intera realtà circostante, Isotta sembrava infatti aver trovato un rifugio dell’anima, una piccola Svizzera (sensazione comune a tanti napoletani viscerali). Nei convegni delle ‘Due Culture’, la sua critica più severa riguardava la brevità eccessiva degli interventi, a significare lo stato di profondo appagamento che evidentemente procuravano al suo animo: motivo di vanto tra i maggiori per una rassegna molto positivamente condizionata dai suoi consigli in fase di programmazione, e dai suoi contributi in fase di realizzazione. Alle sue brillanti lezioni, spesso sfociate in apprezzate pubblicazioni, seguivano, infatti, i memorabili intrattenimenti musicali da lui ideati, con nomi del calibro di Francesco Libetta, Francesco Nicolosi, Vittorio Bresciani, Sandro De Palma, Nazzareno Carusi (quest’ultimo amicissimo di Biogem), tutti arruolati alla causa della ricerca dal comune maestro. Un termine, questo, sempre fieramente respinto da Isotta, ma che innegabilmente ben si attaglia a chi non faceva mistero di preferire le lezioni ai dibattiti, e a chi affrontava con spirito didattico e puntiglio didascalico qualunque uscita pubblica. Accuratezza necessaria per un approccio sempre e comunque ‘critico’ alla vita. Dal pranzo appena consumato all’ultimo libro letto, tutto per Isotta era ‘criticabile’, e, quindi, tutto doveva essere approfondito, conosciuto a fondo, classificato. E se si esclude certamente l’enogastronomia, in nessuna delle ‘contese’ umanistiche, si poteva prescindere dal suo giudizio, spesso severo, ancor più spesso tranciante, ma sempre autorevolissimo. E non poteva essere altrimenti, vista la sua sterminata cultura, sorretta da una memoria elefantiaca (tema alla base del suo libro probabilmente più riuscito) e dall’altrettanto grande sensibilità, pur camuffata, e, in qualche caso occultata, da un temperamento luciferino. Di qui le straordinarie amicizie e le risentite inimicizie, spesso in alternanza circolare tra loro.

    Proprio l’amicizia è una delle chiavi di lettura delle ultime fatiche interamente letterarie di Isotta, capace , sia nella Virtù dell’elefante, sia in Altri canti di Marte, di dar vita a intriganti libri di memorie, sublimate da eruditissime digressioni lungo tutto lo scibile musicale e umanistico. Celebri per l’unicità dello stile e per la bellezza di una prosa latineggiante ma personalissima , sono senza dubbio le opere ideali per accedere al magico mondo di Isotta. Un mondo fatto di classifiche, graduatorie, giudizi, palinodie (come ‘classicamente’ chiama i ripensamenti su questo o quell’autore) , ma, soprattutto, opere capaci di una interdisciplinarietà umanistica quasi miracolosa. Scritti nei quali, complice uno studiato disordine creativo, una prosa fra le più originali dei nostri giorni ci regala gustosissimi aneddoti personali e storici, venati da un raffinato gusto del pettegolezzo, mai disgiunto da un approccio finanche seriosamente didattico. Opere letterarie straordinarie, ma, in fondo, originali autobiografie, in una summa del suo pensiero e della sua visione della vita, spesso intrisi di contraddizioni. Cattolico paganeggiante, anti-luterano innamorato della Controriforma, devotissimo a San Gennaro, eletto a primo tra i santi del Paradiso, napoletanissimo wagneriano, animalista anti-caccia (sublime il suo Canto degli animali, pubblicato da Marsilio, e figlio legittimo di un suo mirabile intervento alle ‘Due Culture’) ma divoratore di carne e pesce. E ancora, aulico e osceno quasi contemporaneamente, fascista fuori dal tempo, ma convintamente iscritto al Partito Radicale, conservatore assoluto, ma libertario a tutto tondo. Una libertà, la sua, conquistata sul campo, con la profondità delle idee e il coraggio nel manifestarle. E, soprattutto, a rischio di gravi conseguenze professionali ed esistenziali, come attestano le ben note peripezie al Corriere della Sera, sua prestigiosa casa giornalistica per vari decenni. Libertà di elogiare e di stroncare, come si conviene a un critico, ma anche libertà di percorrere nuove strade, sparigliando e sovvertendo consolidate conoscenze, come si conviene a uno storico. Libertà, soprattutto, di registro stilistico, quello creato da una prosa tanto ortodossa, quanto insensibile alle catene del tempo, dello spazio, delle mode.
    Una libertà di approccio alla ricerca, figlia di immersioni nelle letture come autentico godimento intellettuale, già in gioventù divenuto definitivo stile di vita. Di qui il suo enorme lascito culturale, dagli studi su Antonio Caldara, al suo esordio, fino a quelli su Totò, sua ultima fatica. Estremi enormemente distanti, attraversati da una memorabile ricerca sul Rossini napoletano, e poi dal suo primo capolavoro, quel Ventriloquo di Dio, capace di mettere in evidenza la grande influenza della musica nella produzione letteraria di Thomas Mann. Da un omaggio a Renata Tebaldi, fino alla svolta letteraria autobiografica dei già citati La virtù dell’elefante e Altri canti di Marte. Per poi tornare alla grande musica, con, tra gli altri, Paisiello e Verdi, senza dimenticare la sua più che quarantennale attività al Giornale prima, e al Corriere della Sera poi. Centrale, e non poteva essere altrimenti, per la sua formazione di critico musicale, e’ stato l’approccio ai tanti grandi della sua amatissima scuola napoletana. Tra i quali mai ha annoverato il ‘panormita’ Alessandro Scarlatti, da lui sempre appellato enfaticamente ‘musices instaurator maximus’, citando la celebre iscrizione funebre dedicatagli dal cardinale Pietro Ottoboni, da Isotta stimatissimo. Ed eccoci al ‘gioco dei sommi’, come potremmo chiamare la tendenza di Isotta ad attribuire, in fondo generosamente, ma anche un po’ mutevolmente, questa qualifica ai più grandi in ogni campo. E così se Bach e Mozart sono dati per scontati, e se Beethoven è venerato, i sommi, nei loro campi o nei loro anni diventano Wagner, appunto Scarlatti, Caldara, Gesualdo, Leo, Pergolesi, Franco Alfano e via napoletaneggiando, con una voglia continua di sorprendere, mai disgiunta da una partigianeria partenopea incontrollabile. La città del Vesuvio, per Isotta senza dubbio la più bella del mondo (e qui non c’è gara), che ospita le ceneri del sommo Virgilio, anche se non ha dato i natali a quello che egli reputa il più grande scrittore di tutti i tempi, Alessandro Manzoni, i cui Promessi Sposi erano per lui lettura permanente, in alternanza con il Fermo e Lucia. E così classificando, in un gioco che dai direttori di orchestra si sposta sui cantanti, sulle singole tipologie di opere, per sconfinare nelle arti figurative (tra i suoi preferiti Raffaello, Tiziano, Bernini, ma anche Bronzino e Guido Reni), nelle dimore gentilizie (tante ne ha conosciute), nel teatro, nel cinema (con l’amore per Totò).E che si estende finanche alla morte (somme tragedie della storia della musica furono per Isotta le premature dipartite di Pergolesi, Bellini e Schubert, mentre il divino Mozart aveva già completato l’opera).

    Il tutto sempre sotto la sorveglianza attenta dei classici greci e latini, dai quali prende le mosse ogni suo sforzo letterario. Dall’inarrivabile Virgilio, una sorta di sommo dei sommi, a Tito Livio ‘’che mai erra’’, al genio militare di Cesare e Scipione, fino a quell’Ovidio, posto all’origine del teatro musicale nel suo La dotta lira, orgogliosamente da lui considerato il maggiore contributo agli studi sul poeta di Sulmona, nel bimillenario della morte.

    In una produzione così sterminata non può quindi non inorgoglire la presenza attiva di Biogem, teatro di quattro sue deliziose lezioni tenute proprio nel corso delle ‘Due Culture’: L’estetica della bellezza nei ‘Meistersinger singer von Nuerberg di Wagner; Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste. Il convito e la fame tra mito, musica, poesia e teatro napoletano; Cosmo, musica e uomo nel mondo classico e in Dante. Senza dimenticare il già citato Canto degli animali, da Isotta stesso definito ‘’un’opera di bellissima letteratura’’, alludendo ai tanti brani di grandi autori in essa raccolti, e fortemente ispirata dalla sua partecipazione all’edizione 2016 del meeting settembrino.

    Un genio, Paolo Isotta, a suo agio in ogni settore delle scienze umane, e, forse anche per questo, fascinosamente attratto dall’altra metà del cielo, che una rassegna come le ‘Due Culture’ gli proponeva di esplorare.
    E l’edizione 2021 sarà incentrata sulla libertà!

     

    Ettore Zecchino

    Antonio Ereditato

    Professore emerito dell’Università di Berna, dove è stato ordinario di Fisica delle Particelle Elementari dal 2006 al 2020, Antonio Ereditato, che vanta anche importanti trascorsi al CERN di Ginevra e all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Napoli, è attualmente visiting professor in un tempio della ricerca mondiale, quale è l’Università di Yale, negli Stati Uniti. Il professore, negli ultimi anni, si è calato con successo anche nei panni del divulgatore scientifico di alto livello, talvolta in coppia con un altro grande italiano, il genetista Edoardo Boncinelli. È un protagonista assoluto delle ‘Due Culture’ a Biogem, sin dai primi anni della rassegna.

    Caro professore, cosa dicono di noi, in questo momento, nella comunità scientifica internazionale?

    Si è sempre saputo che l’Italia, nonostante una cronica instabilità politica,  onora i propri impegni, contrariamente ad altri Stati, pur storicamente e politicamente stabili. Basti pensare agli Usa di Trump, o, per citare un caso meno noto, alla compassata Austria, che una decina di anni fa decise di uscire dal CERN, salvo rimangiarsi subito la decisione presa, sotto la spinta di imponenti petizioni, scientifiche e non. Venendo alla stretta attualità poi, confermo che Mario Draghi può contare su una rispettabilità internazionale assoluta. Molti colleghi mi chiedono infatti perché solo ora si è pensato a lui.

    Come ha ‘scoperto’ le ‘Due Culture’?

    Ricevetti una bellissima lettera-invito del presidente Ortensio Zecchino nel 2012. Accettai subito e ricordo ancora con piacere la tavola rotonda cui partecipai, con Paco Lanciano e Giovanni Caprara.

    Perché se ne è innamorato?

    Per la presenza e la personalità di Ortensio Zecchino, una grande sorpresa per me, che da giovane diffidavo dei ‘vecchi’ democristiani. Aggiungo il piacere della scoperta di nuove discipline, comune a tutti gli operatori della scienza. È un po’ come ricreare un’atmosfera rinascimentale. Come un angolo di casa dove incontrare amici vecchi e nuovi all’insegna del networking, di cui oggi tanto si parla. Quando ci si incontra in contesti come questo 1+1 finisce sempre col fare 3.

    Detto da un fisico come lei!

    Confermo tutto. Una magia simile la riscontro, ad esempio, nell’Aspen Group, di cui mi onoro di essere un membro appassionato.

    Quale edizione le è rimasta nel cuore?

    Tutte. Soprattutto quelle nelle quali ho dovuto collaborare attivamente all’organizzazione, come quando riuscii a portare a Biogem il fisico giapponese Takaaki Kajita, all’epoca da poco insignito del premio Nobel. Ricordo con molto piacere e orgoglio come il collega nipponico apprezzò il meeting.

    E gli interventi memorabili?

    Mi vengono in mente Giuseppe Remuzzi in ambito scientifico e il mio amico Maurizio De Giovanni in ambito umanistico. Ma sono solo due nomi di una lunga lista.

    Quale contributo sente di aver dato alla crescita del meeting?

    Credo di aver improntato sempre la mia partecipazione al più puro rigore scientifico, cercando modestamente di cautelare questo tipo di eventi dal rischio sempre in agguato di un approccio qualitativo alla discussione degli argomenti . Intendiamoci, anche il ricercatore puro deve fare un bagno di umiltà e capire, ad esempio, che possono esserci delle raffinatezze intellettuali assolute nei ragionamenti non ‘scientifici’, ma il bastiancontrarismo, soprattutto in Italia, è una vera e propria patologia del sistema.

    Continuerà a partecipare alle ‘Due Culture’?

    Assolutamente si.

    Ritiene di poter offrire qualche consiglio per migliorare la rassegna?

    Penso si debba allargare la partecipazione, invitando organizzazioni e gruppi anche esterni al territorio, magari creando un’associazione del tipo gli ‘Amici delle Due Culture’, con tanto di tessere fidelizzanti, in modo da coinvolgere più attivamente un maggior numero di persone, a cui donare i frutti di eccellenza che scaturiscono dal meeting.

    In quale stato di salute è il dialogo fra le due culture nel mondo?

    Direi proprio in buono stato. Oggi si parla molto di contaminazione, un concetto più avanzato (o forse solo più moderno) dell’ interdisciplinarietà.

    Quando ha scoperto la vocazione per la ricerca?

    Ero in quinta elementare e cresceva in me la curiosità di conoscere i ‘meccanismi’ della natura. I perché più dei come.

    Chi sono stati i suoi maestri?

    Parlerei piuttosto di riferimenti, modelli, esempi. Non posso non partire dalla professoressa Fortunata Sassi, all’epoca mia insegnante al Liceo Scientifico Arturo Labriola di Napoli. È stata lei, tra l’altro, a consigliarmi di iscrivermi a Fisica. La ascoltai e molti anni dopo la incontrai per caso al CERN, dove accompagnava una scolaresca. Proprio non mi aspettavo di ritrovarla in quel luogo, e, appena la vidi, tornai per un attimo suo allievo. Fu davvero un’esperienza molto emozionante.
    Al primo anno di Università scoprii il genio di Ettore Pancini, premio Nobel mancato per ragioni ‘geopolitiche’ nell’Italia del secondo dopoguerra. Inarrivabile, ma pur sempre un modello.
    E poi, da giovanissimo ricercatore, a Dubna, nell’allora Unione Sovietica, ebbi la fortuna di incontrare Bruno Pontecorvo, un mio mito scientifico. L’aver lavorato immodestamente nel campo in cui il Professore è stato un faro mi riempie di orgoglio.

    Quanto le ha dato Napoli?

    Mi ha fatto diventare napoletano, che è un grande valore aggiunto fuori dalla città. Il napoletano è creativo, sveglio, veloce, impara presto e, fuori casa, alla furbizia sostituisce quasi sempre l’intelligenza.

    Il 'fuitevenne' eduardiano è quindi ancora valido?

    Temo proprio di si.

    Prevede di tornare a fare ricerca attiva in Italia?

    Mai dire mai. Comunque, il mio compito principale ora è insegnare, non solo in senso accademico. Mi piacerebbe, ad esempio, contribuire a creare delle infrastrutture funzionali alla ricerca da parte dei giovani.

    Come arginare la cosiddetta fuga dei cervelli?

    Ormai è un esodo biblico. Il sistema italiano al momento non è in grado di motivare sufficientemente le nostre eccellenze. Il problema è duplice: la mancanza di risorse e il ruolo del ricercatore nella società. Purtroppo, non riusciamo ad essere competitivi sul mercato dei cervelli come Paese, ma solo (e molto bene) come individui.

    Dove si dispiega maggiormente il suo ‘lato’ umanistico?

    Nelle passioni per la filosofia, la letteratura e la musica.

    Quali libri l’hanno folgorata?

    Uno per tutti: ‘Il gene egoista’ di Richard Dawkins, un testo che farei leggere a tutti i ragazzi delle scuole già in terza media. L’ho letto da adulto e ho finalmente capito davvero cos’è l’evoluzione. Non mi convince, invece, l’approccio un po’ integralista che Dawkins ultimamente ha assunto verso la religione.

    Quindi, crede in Dio?

    No, e anzi le dico che il più grande’ avversario’ delle religioni è proprio l’astrofisica. Grazie ad essa, infatti, sappiamo di essere totalmente irrilevanti rispetto all’enorme tutto che ci circonda. Altro che centralità dell’uomo, altro che immagine e somiglianza di Dio, e così via formulando.

    Si è consolato con la musica?

    I gruppi pop-rock degli anni Settanta erano effettivamente veri e propri farmaci per le nostre crisi esistenziali giovanili. La musica classica l’ho scoperta da adulto, ma è stato un piacere enorme, dal sublime Mozart al ‘matematico’ Bach. Oggi sono letteralmente ossessionato dal jazz, in ogni sua forma. Mi pento di non aver studiato da giovane. Forse avrei dedicato la vita alla musica e non alla fisica?

    Da cittadino del mondo va per musei?

    Solo se interessato a un singolo capolavoro. Il museo come ampia raccolta di opere un po’ mi annoia. Preferisco quelli interattivi.

    Come Biogeo?

    Appunto!

    In Svizzera frequenta di più il teatro rispetto all’Italia?

    No, anzi, a Napoli ero abbonato al San Carlo.

    Un film di fantascienza promosso a pieni voti?

    Senza dubbio '2001 Odissea nello Spazio'. di Stanley Kubrick, il quale è per me il regista per antonomasia, capace di sfornare un capolavoro per ogni genere da lui affrontato. Al secondo posto, ma molto distante, indicherei 'Blade Runner', opera che ha aperto un nuovo filone della science fiction cinematografica, cupo, umido, inquietante, e disperato.

    Suo vicino di rubrica, questa settimana è il vino. Lo beve?

    Con moderazione. Solo quando abbiamo ospiti a cena.

    Preferenze?

    Brunello di Montalcino, Taurasi e i grandi francesi. Ho una vera passione per i vini di Chinon.

    Si trova bene ad Ariano Irpino?
    La considero ormai una specie di seconda o terza casa (ne ho collezionate molte nella mia vita). Amo ritornare nei posti che amo e Ariano è uno di questi.

    Sa che non pochi visitatori illustri la considerano una piccola Svizzera?

    Sicuramente offre relax e tranquillità, caratteristiche molto elvetiche e poco napoletane. Di qui lo stupore dei tanti colleghi, soprattutto stranieri, che cadono nell’equivoco ‘chilometrico’, immaginando di ritrovare le caratteristiche della ‘capitale’.

    È più libera la fisica newtoniana o quella relativistico-quantistica?

    La seconda. Quando c’è determinismo, infatti, per definizione non c’è molta libertà

    In che senso siamo liberi noi uomini?

    Tutti gli uomini viaggiano tra lo stato zero della schiavitù e lo stato uno della totale libertà. Credo sia opportuno avere dei vincoli. Tra i più condizionanti, ma fruttuosi, citerei l’amore.

    Ne parlerà alle ‘Due Culture’ 2021?

    Spero proprio di si, magari dal punto di vista della meccanica quantistica.

    Ritiene il mondo delle scienze dure mediamente penetrabile da un umanista?

    Difficile. Per farlo, anche l’umanista più colto e motivato non può infatti esimersi dal sudore della conoscenza tecnica.

    Considera più facile il contrario?

    Forse si, perché il metodo scientifico è comunque il paradigma conoscitivo più potente che esista.

    Quale parte del cosmo la affascina di più?

    Mi affascina enormemente la sua grandezza smisurata, occupata in grandissima parte dal vuoto assoluto.

    È più suggestivo il funzionamento del cervello o del cosmo?

    Quel poco che so del cervello l’ho appreso dal mio amico Boncinelli, e la sua funzione che più mi intriga è sicuramente quella che chiamiamo coscienza. Solo il cosmo, però, riesce a levarmi davvero il respiro.

    Meccanismi così complessi da cosa possono nascere?

    Dal caso, che ha creato l’energia, organizzatasi in maniera sempre più complessa negli ultimi 13,8 miliardi di anni.

    Il caso non esclude Dio

    Rimane, tuttavia, per dirla con Laplace, un’ipotesi non necessaria.

    La pandemia ha risvegliato un genuino desiderio di competenza e di conseguenti gerarchie. Sta nascendo una nuova figura di scienziato?

    Con la pandemia la scienza è diventata un bene rifugio. Abbiamo venduto gli asset tossici del rifiuto del sapere e del sapiente, dell’elogio dell’uno vale uno. Sono, tuttavia, scettico sulla durata del fenomeno. A pandemia vinta si venderà l’oro e si ricompreranno i titoli spazzatura.

    Il dubbio è un caposaldo della scienza, ma a volte sembrano prevalere dei dogmi

    No, questo è quello che pensa la gente.

    Come si fa ad essere certi di conoscere i primissimi momenti di vita dell’Universo se ancora non conosciamo a fondo il nostro sistema solare?

    Il sistema solare lo conosciamo benissimo. E, confermo, conosciamo il funzionamento del nostro universo altrettanto bene a partire da un misero picosecondo dalla sua nascita. Inutile dire che in quel picosecondo sono accadute cose fantastiche e tuttora ignote. Purtroppo, riguardo alla composizione dell’universo brancoliamo nel buio, anzi nel suo Lato Oscuro. Ne conosciamo un misero 5%.

    E come si fa a dire che ne conosciamo solo il 5%?
    Il totale della massa dell’universo lo stimiamo in base al moto delle galassie. L’energia totale dalla loro accelerazione. I calcoli che ne seguono ci forniscono uno scenario di grande ignoranza.

    La grande tradizione della fisica italiana è ancora viva?

    Si, nonostante una politica della ricerca inadeguata. Forse proprio grazie all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare la nostra disciplina ha parato il colpo meglio di altre.

    La cultura e la mentalità scientifica italiana sono omogenee a quelle del mondo occidentale?

    Gli scienziati non hanno nazionalità, né una reale individualità. Sono donne e uomini che da centinaia di anni formano un continuum e un unicum, passandosi un ideale testimone.

    Da napoletano sente come imbarazzante l’eredità crociana o ne è un po’ orgoglioso?

    Orgoglioso si, e anche tanto, per il ruolo di primo piano avuto nella storia e nella filosofia novecentesca, ma a Croce non perdono il fatto di aver notoriamente determinato quell’inspiegabile separazione tra cultura e ricerca scientifica, scolpita nell’articolo 9 della nostra Costituzione.

     

     

    Ettore Zecchino

     

     

     

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