I protagonisti delle 2 culture

    Laura Palazzani

    Ordinario di Filosofia del Diritto all’Università ‘Lumsa’ di Roma, Laura Palazzani è Vicepresidente vicario del Comitato Nazionale per la Bioetica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ed è Membro dell’European Group of Ethics in Science and New Technologies, presso la Commissione Europea (2011-2021). Rappresentante della delegazione italiana nel Comitato di Bioetica DH-BIO del Consiglio d’Europa, dal 2016 è anche Membro del Comitato internazionale di Bioetica dell’Unesco.

    In più occasioni protagonista delle ‘Due Culture’, Laura Palazzani ha partecipato anche all’edizione 2021, animando un interessante dibattito, sul tema ‘Scienza e Libertà’, con il professore Gilberto Corbellini, moderati dal dottore Michele Farisco.

     

    Gentile professoressa, da ‘Signora della bioetica italiana’, come tranquillamente può essere definita, ci racconta quando ha incontrato la disciplina della sua vita?

    Oltre trenta anni fa, nel 1990, quando, dopo la laurea in filosofia presso l’’Università Cattolica del Sacro Cuore’ di Milano, ottenni un Dottorato di Ricerca in Bioetica presso la facoltà di medicina della stessa Università, ma nella sua sede romana. Il secondo passaggio importante è stato la nomina nel Comitato Nazionale di Bioetica, organismo di consultazione del Parlamento e del Governo, nel 2002.  Di lì a non molto è partito anche il mio impegno internazionale, presso l’Unesco e l’Unione Europea.  In quegli anni l’accelerazione del progresso scientifico e tecnologico rendeva sempre più urgente l’elaborazione di risposte da parte dell’etica e del diritto, nel confronto con le altre discipline.
    Quanto ha contato la sua formazione filosofica?

    Moltissimo. Penso infatti che nell’ambito della bioetica sia importante partire dalla medicina e, più in generale, dall’aspetto scientifico e tecnico, ma ritengo fondamentale l’analisi etica. Quest’ultima non può che provenire dalla filosofia, che dispone di due elementi fondamentali dal punto di vista del metodo, sintetizzabili nella tendenza al confronto dialettico tra posizioni diverse, e nella costante ricerca di una sintesi possibile. Solo la filosofia è capace di uno sguardo complessivo sul problema, e solo la filosofia riesce a giustificare le ragioni delle posizioni e delle scelte.

    Cosa consiglia a un giovane interessato ad un percorso professionale nel suo ramo?

    Il Dottorato di ricerca è una buona strada per approfondire il tema sul piano accademico, ma suggerisco anche di frequentare dei master di specializzazione nel campo della bioetica, abbinandoli ad esperienze di stage presso istituzioni o comitati di etica ospedaliera. Oggi l’esperto di questa materia, come ha sottolineato il Comitato Nazionale per la Bioetica, necessita di requisiti ben precisi, quali pubblicazioni, training e formazione specialistica.

    E andando indietro?

    Un corso di laurea in filosofia, con focus nell’ambito della filosofia morale, ma anche nell’ambito giuridico. Alla Lumsa, ad esempio, abbiamo un insegnamento di biogiuridica, che approfondisce il rapporto tra bioetica e biodiritto. Anche una formazione medica, in modo particolare nel contesto della storia della medicina e della medicina legale.

    Facendo un ulteriore passo indietro, ci fa una brevissima storia della bioetica?

    Il termine bioetica nasce nel 1971, con l’oncologo americano Van Rensselaer Potter, nel volume ‘Bioethics: Bridges to the Future’. Negli anni Settanta e Ottanta iniziano ad essere pubblicati articoli e volumi scientifici, e anche Enciclopedie sui temi della bioetica. Dagli anni ‘90 iniziano ad essere istituiti, presso i vari Governi del mondo, altrettanti Comitati Nazionali di Bioetica, nati per discutere i temi da parte di esperti e per orientare la legislazione nell’ambito dei problemi etici, emergenti dallo sviluppo delle tecnologie. Parallelamente, cominciano ad essere istituiti Comitati Bioetici negli ospedali, per la valutazione etica delle ricerche e della pratica clinica. La bioetica si è occupata anche della vita non umana, con riferimento, in particolare, agli animali e all’ambiente.

    Perché una disciplina così importante è nata così tardi?

    La sua nascita è direttamente legata all’intensificarsi del progresso delle scienze e delle tecnica, ma, per certi aspetti, la bioetica coincide anche con l’etica medica, che già era ben presente nel ‘giuramento’ di Ippocrate. Altra tappa importante è stata il processo di Norimberga (1946), dove, venute alla luce le atroci sperimentazioni dei medici nazisti, vi fu una drammatica presa di coscienza della necessità assoluta ed irrinunciabile del consenso informato.
    Lo sganciamento delle due bombe atomiche statunitensi in Giappone non aveva suscitato altrettanti interrogativi etici?

    Si, certamente, ma non specificamente nell’ambito della medicina. Gli sviluppi attuali della bioetica stanno invece andando anche oltre la medicina. Il contributo della bioetica è sempre più richiesto, ad esempio, nell’ambito delle scienze umane e sociali, come nel mondo dell’informatica e della robotica.

    I temi principali della bioetica oggi?

    Oltre a quelli, ormai classici, di inizio e fine vita (sperimentazione su embrioni, procreazione assistita, genetica, accanimento terapeutico, eutanasia, suicidio assistito), segnalerei anche i temi scaturenti dal rapporto medico-paziente, nell’ambito della sperimentazione e  della cura.  Fino ad abbracciare la bioetica animale-ambientale e quella delle tecnologie  emergenti (neuroscienze, intelligenza artificiale e robotica). Questi ultimi temi, senza dubbio, sono destinati a una posizione centrale negli scenari del nostro presente e futuro prossimo.

    Quali rapporti vede intercorrere tra bioetica e biodiritto?

    Oggi la bioetica è inevitabilmente anche biodiritto, perché abbiamo un bisogno urgente di regole che disciplinino i comportamenti collettivi nella società. Non solo a livello nazionale, ma anche in ambito internazionale.

    Quali specifici approfondimenti dottrinari ha suscitato la pandemia?

    Tra i tanti, citerei: la questione della distribuzione delle risorse scarse; il rapporto tra libertà individuale e responsabilità sociale; le questioni connesse ai vaccini (costo, distribuzione, obbligo); la ricerca di farmaci per le cure; la comunicazione pubblica.

    E quali soluzioni sono state adottate?

    In ogni Paese è stato intenso il dialogo tra scienza, etica e politica. Un po’ ovunque la scienza ha offerto gli elementi di base che necessitavano di ragionamenti etici per orientare le decisioni politiche a livello nazionale e internazionale.

    La sua posizione sul ddl Zan è stata di sostanziale perplessità. Ce la dettaglia?

    Innanzitutto, ero perplessa per l’inserimento, nella proposta di legge, del riferimento all’identità di genere e all’orientamento sessuale, che risulta ambigua. Ritengo, inoltre, che la violenza e l’odio debbano sempre essere puniti allo stesso modo, a chiunque si rivolgano.

    E cosa pensa del ddl sul fine vita, attualmente in discussione in Parlamento?

    Lo vedo come il risultato di uno sforzo di mediazione politica tra i sostenitori della disponibilità della vita umana e i loro avversari, ma rischia di scontentare entrambi. Chi rivendica il diritto di morire vuole infatti legalizzare anche l’eutanasia, e chi difende il diritto di essere curati e di vivere non si accontenta dei paletti inseriti per limitare il suicidio assistito (tra questi, il riferimento alle condizioni cliniche del malato, identificate nella irreversibilità della malattia, nella prognosi infausta, nelle sofferenze fisiche e psichiche;  l’obiezione di coscienza del medico; la valutazione di un comitato etico).

    E sul fenomeno delle madri surrogate?

    Sono contraria alla maternità surrogata, o più propriamente alla gestazione surrogata. Un fenomeno che strumentalizza il corpo della donna e mercifica l’embrione. La stessa gestazione solidale, in verità, nasconde forme di commercio che ‘oggettificano’ il corpo della donna gestante e l’embrione.

    La sua esperienza professionale l’ha portata ad avere intensi e profondi contatti con altri sistemi Paese. Dove la bioetica le sembra in maggiore e dove in minore salute?

    La bioetica c’è ovunque, ma predominano correnti diverse di pensiero. Certamente vi è una forte attenzione bioetica in Europa, radicata nei valori della dignità umana e del bene comune, e maggiori aperture liberali e utilitaristiche nell’ambito anglo-americano. Nei Paesi cosiddetti a medio e basso reddito spesso i problemi bioetici sono diversi ed esiste una minore consapevolezza.

    Si può affermare che la bioetica è oggi fonte di legittime differenziazioni politiche e partitiche, o, come altri pensano, il suo campo d’azione deve essere confinato alla coscienza individuale?

    Penso che debba essere lasciato alla coscienza individuale e penso che il ruolo della politica sia quello di cercare faticosamente condivisioni e convergenze, piuttosto che accentuare divergenze e differenziazioni.

    Il suo parere sul rapporto tra bioetica e religioni?

    Credo sia necessario un confronto tra tutte le religioni del mondo sui temi della bioetica, ma è altrettanto necessario un dibattito etico che, pur tenendo conto delle religioni, sia in grado di impostare un dialogo ‘laico’ in una società secolarizzata.

    La religione cattolica, in particolare, ha dato un contributo alla disciplina?

    Certamente si.

    E quale?

    Ha sempre partecipato al dibattito, elaborando una sua dottrina nei documenti magisteriali e partecipando alla discussione pubblica.

    La bioetica è riuscita ad incidere profondamente sulle principali decisioni politiche mondiali degli ultimi decenni?

    La bioetica globale è oggetto di riflessione del Comitato Internazionale di Bioetica dell’Unesco, che elabora pareri rivolti ai Governi del mondo. Difficile valutarne l’impatto politico complessivo, ma certamente, con la pandemia, il dibattito bioetico globale è diventato più intenso. Ne è prova l’azione concordata tra i Governi per la distribuzione dei vaccini nei Paesi poveri.

    Esiste anche una ‘bioetica dell’arte’?

    L’arte può dare un notevole contributo alla bioetica. Ad esempio, il cinema, le raffigurazioni artistiche e la produzione letteraria,  musicale e teatrale possono aiutare a prendere coscienza dei problemi etici con modalità diverse rispetto al metodo dialettico-argomentativo.

    La bioetica conta anche a tavola?

    Sicuramente si, perché anche il modo in cui ci alimentiamo è parte integrante del nostro stile di vita, essenziale per la nostra salute e per la prevenzione delle malattie.

    Ci suggerisce un’opera letteraria e cinematografica a tema?

    Solo a titolo di esempio, mi vengono in mente il film ‘Gattaca. La porta dell’Universo’, di Andrew Niccol, che tratta il tema della selezione eugenetica, e, nell’ambito letterario, ‘Il mondo nuovo’ di Aldous Huxley, che delinea scenari tecnologici di una società futura.

    Si può parlare di una bioetica al maschile e di una al femminile?

    Certamente si. Sia sul piano della elaborazione teorica (si pensi alla cosiddetta ‘care ethics’), sia su quello dei problemi concreti. Il tema della salute delle donne, ad esempio, è centrale sia per la sperimentazione dei farmaci, sia nella pratica clinica, per le specificità e le differenze che vanno tenute in considerazione anche sul piano della bioetica.

    Biogem ha sempre posto molta attenzione ai temi bioetici, come testimonia anche la presenza di una specifica area di ricerca denominata ‘Filosofia ed etica della scienza’. Quali realtà lavorative dovrebbero fare lo stesso?
    In generale, tutte quelle di ambito medico, ma anche il settore della ricerca scientifica, laddove le tecnologie hanno un impatto sulla vita umana e non umana.

    Di quale salute gode oggi la bioetica?
    Direi che è al centro dell’attenzione non solo degli esperti del settore, ma sempre di più anche dell’opinione pubblica, ormai coinvolta nel dibattito sociale sia a livello nazionale sia internazionale.

     

    Ettore Zecchino

     
    Nazzareno Carusi

    Pianista classico, già giovanissimo Professore ordinario di 'Musica da camera' a Bari, Trieste e Udine, oggi insegna ad Adria ed è titolare della stessa materia, 'per chiara fama', presso la Accademia Pianistica Internazionale di Imola. Invitato a suonare per prestigiose istituzioni musicali, non solo nazionali (Teatro alla Scala, San Carlo, Fenice, Maggio Musicale Fiorentino, Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Wigmore Hall, Brahms Gesellschaft, Carnegie Hall), dal 2018, a causa di una frattura vertebrale, ha interrotto la carriera concertistica.

    Consigliere di amministrazione del Teatro alla Scala di Milano, Vice-Presidente, a Firenze, della Fondazione Orchestra Regionale Toscana, è al vertice di diverse istituzioni musicali italiane. Nativo di Celano, Ravennate di adozione, Nazzareno Carusi è ‘Ambasciatore d’Abruzzo nel Mondo’.

    Intellettuale poliedrico, ha collaborato con testate giornalistiche e canali televisivi nazionali. Ha partecipato da protagonista a numerose edizioni delle ‘Due Culture’, donando a Biogem un bellissimo pianoforte Petrof da concerto, e, soprattutto, la sua costante e preziosa amicizia.

    Maestro o professore?

    Se devo stare all’affetto, direi ‘professore’, perché anche mio padre, a Celano, era chiamato così. Se devo stare al titolo che solitamente si dà ai musicisti classici, allora dovrebbe essere ‘maestro’.

    Come e quando è nato il suo meraviglioso rapporto con Biogem?

    Nel 2016, quando tenni il concerto inaugurale delle ‘Due Culture’. Fu amore a prima vista del luogo, delle attività, delle persone.

    Pensa di incrementarlo in futuro?

    Certamente sì, ma la comunità di Biogem detiene già oggi una quota importante nel pur ampio mondo dei miei affetti.

    Quale apporto può dare l’arte, e in particolare la musica, nella lotta alla pandemia in corso?

    La musica è sempre messaggera di speranza ed è in grado di ‘accendere’ la vita, illuminando i momenti bui e offrendo orizzonti nuovi. I suoni che produce possono essere assimilati a ‘carezze’ per l’anima.

    Quanto ha pagato finora il settore?

    Lo Spettacolo, in genere, è stato tra i settori più colpiti, anche da un punto di vista strettamente materiale. Non sono certo il primo a ricordare i problemi di ‘sopravvivenza’ affrontati da tanti artisti, improvvisamente messi di fronte a una forzata e prolungata paralisi delle loro attività lavorative. Senza considerare poi, per gli artisti, come per tutti, la sofferenza sul fronte psicologico, per l’azzeramento della vita sociale. Anzi, l’intera società ha dovuto fare a meno della risaputa funzione catartica dell’arte, almeno di quella espressa nelle forme ‘sociali’ classiche. E tutto ciò, se posso dirlo, sa anche un po’ di beffa, se consideriamo che, dati alla mano, il mondo dello Spettacolo è stato fra quelli che maggiormente si sono distinti per disciplina di comportamenti sanitari. Da quando sono stati gradualmente riaperti, i teatri si sono infatti sempre rivelati tra i luoghi in assoluto più sicuri.

    Quando è stato rapito dalla musica?

    Mia madre mi racconta che quando ero in fasce già saltavo di gioia al ritmo delle sue ‘inefficaci’ ninnenanne.

    A quali maestri deve di più?

    Per la musica, senz’altro ad Alexis Weissenberg, Adriano Vendramelli e Lucia Passaglia. In ambito più generale, a mio padre e a mia madre. Un esempio da seguire oggi è per me Gianni Letta, soprattutto per il suo profondo rispetto delle istituzioni e per il suo alto senso dello Stato.

    Gianni Letta, che di lei dice pubblicamente mirabilia, come molti altri, da Riccardo Muti a Mogol e al ministro della Cultura, Dario Franceschini. Quali sono stati gli altri incontri fondamentali della sua vita culturale?

    Da ragazzo ricordo quelli con Ugo Maria Palanza e Vittoriano Esposito, grandi letterati della mia terra. Da studente, a Firenze, fu importante la figura del domenicano padre Innocenzo Colosio. A Mosca è stato fondamentale l’incontro con Viktor Merzhanov. Come, a New York, quello con Isaac Stern, pur durato un solo giorno. Successivamente, da uomo maturo, è stata la volta, altrettanto sconvolgente, di Paolo Isotta, che a Biogem era di casa almeno quanto me.

    Personalità enormi di ambito non solo musicale. In cosa si differenzia la creatività di un musicista da quella di altri artisti?

    Semplicemente nel linguaggio usato.

    Ascoltare buona musica aiuta il nostro sviluppo cerebrale?

    Gli scienziati, in larga parte, dicono di sì, e, per quel che conta, ne sono assolutamente convinto.

    Come considera la musica che chiamiamo classica in rapporto a quella di oggi?

    Lo sviluppo artistico è un discorso fisiologico e, nel corso delle evoluzioni che tale sviluppo comporta, sono inevitabili gli ‘alti e i bassi’. Anche oggi, comunque, sono molti gli esempi di musica classica, o forte, come a ragione propone di chiamarla Quirino Principe, di altissimo livello. Basti pensare, per fermarci a un esempio recente, allo Julius Caesar di Giorgio Battistelli, appena commissionato e rappresentato dall’ ’Opera’ di Roma. Poi, guardando al pop, credo che la patente di grande artista si possa assegnare a diversi musicisti, ad ogni latitudine. Mi vengono subito in mente, ma sono due fra i tanti, Freddie Mercury e Lucio Dalla.

    Citando il suo e nostro grande amico Paolo Isotta, ci indica i suoi ‘sommi’ tra i compositori di ogni epoca e genere?

    Il gioco delle classifiche è stata una delle cose che a un certo punto hanno reso il mio sguardo sul mondo diverso da quello di Paolo.

    Quali musicisti ha eseguito maggiormente nella sua carriera?

    Domenico Scarlatti e Franz Liszt.

    Come vive questa seconda parte della carriera, lontano dal palco?

    Sentendomi comunque fortunato, perché, rispetto a una casualità che avrebbe potuto colpirmi molto più duramente nell’intimo, il buon Dio mi ha regalato una strada nuova e capace di schiudermi angoli del mondo inaspettati, ma che mi consentono di occuparmi ancora di musica e cultura. Certo, ogni tanto mi manca il contatto con il pianoforte, l’incontro davanti al pubblico con altri musicisti, i timori, le gioie, gli applausi. Insomma, il palcoscenico. Diciamo che i miei primi 50 anni sono stati musicalmente bellissimi e che adesso, che sono chiusi in archivio, ho comunque la speranza di qualcosa di molto interessante per l’avvenire.

    Oltre al pianoforte, quale strumento la emoziona di più?

    Il violoncello. Non è un caso, a pensarci, che per mia assistente a Imola abbia voluto la giovane e meravigliosa violoncellista Ludovica Rana.

    Il suo nome di battesimo fa presupporre un’educazione cattolica. Quale rapporto ha avuto e ha con la religione dei nostri padri?

    Era il nome del mio nonno paterno, capitano degli Alpini, che non ho conosciuto, perché è morto per le conseguenze della prigionia in Germania. Comunque sì, sono cattolico e credente. Amo la messa tridentina. Non pretendo che questa sia la verità assoluta, ma la sento profondamente intrisa di quella sacralità che solo una lingua come il latino sa conferire così altamente. Sono, ad esempio, intimamente convinto che mia nonna Amina, classe 1891, abituata a pregare in latino pur senza conoscerlo, riusciva ad esprimere, anche per questo, un credo molto più saldo e stabile del mio. Insomma, ho difficoltà ad accettare la messa di oggi, con le schitarrate, le stornellate e i battimani. Credo invece che il latino, con la sua solennità, fosse anche solo per il fatto di non essere più una lingua comunemente parlata, esprima perfettamente, col rito tridentino, quel senso di sacro e di mistero che la liturgia non solo chiede, ma pretende. Perché, senza questo senso del sacro e del mistero, la liturgia è come se non ci fosse; e senza liturgia non c’è dogma; e senza dogma non c’è fede. Dopotutto, proprio la stessa fede è un sacro mistero, un dono non facilmente comprensibile, da custodire con il massimo amore.

    La politica, invece, quando è entrata nella sua vita?

    Quella con la P maiuscola, da sempre. Mio padre, che era del 1926, ha partecipato attivamente alla campagna elettorale del 1948, sostenendo la Democrazia Cristiana, e nella mia famiglia è sempre stato vivo il mito di Alcide De Gasperi, al quale indegnamente ho sempre cercato di ispirarmi. L’altra politica, quella con la p minuscola, con lo sguardo, citando proprio De Gasperi, sempre alle prossime elezioni e mai alle prossime generazioni, non la riconosco nemmeno come tale.

    Ci svela il suo percorso di crescita politico-culturale?

    Quando ero ancora un bambino, papà mi portava spesso con sé ad interminabili riunioni politiche abruzzesi. Non ero in grado di capire tutto, anzi, non capivo quasi niente, ma devo certamente a queste ‘frequentazioni’ un precoce sviluppo di un certo senso civico, che ho provato ad alimentare sempre di più negli anni successivi. Devo quindi ammettere che mi hanno ‘formato’ queste lunghissime ‘discussioni’ sulla ‘cosa pubblica’, e ci tengo ad assegnare una parte del merito anche agli avversari di mio padre, in particolare all’avvocato Giancarlo Cantelmi, deputato del Partito Comunista Italiano, a loro volta palesemente animati da sincero amore per la loro comunità.

    E oggi?

    Sono felice che il Presidente del Consiglio sia Mario Draghi e che il Presidente della Repubblica sia Sergio Mattarella. Non posso tuttavia nascondere che il livello medio culturale e d’animo delle nostre attuali aule parlamentari mi induce a più di qualche preoccupazione.

    Da appassionato della materia, ci può tratteggiare l’impegno politico di qualche grande musicista?

    Senza entrare in casi specifici, credo che ogni straordinario artista, capace di donare bellezza al mondo, in quel momento offra un altissimo servizio ‘politico’ alla sua comunità. In fondo, con parole molto più importanti, già Aristotele diceva qualcosa di simile quasi 2.400 anni fa.

    Cosa possono avere in comune tra loro musica e scienza?

    La musica si dipana secondo armonie che nei loro rapporti obbediscono a canoni scientifici. La composizione risale, nella sua essenza, a regole codificate in trattati che hanno tutto della scienza. Il suono stesso risponde alle leggi della fisica.

    E la musica di Dio?

    La musica di Dio è per me quella espressa nel ‘Canto Gregoriano’ e nella produzione di Johann Sebastian Bach. Più in generale, posso dire che sia tutta quella che riesce a trasportare in un’altra e più luminosa dimensione. Sono convinto che la voce di Dio sia fatta di musica e qualsiasi grande composizione le dia, in fondo, una forma umanamente percepibile. Non vorrei essere blasfemo, ma, se Dio è eternità, non possiamo non pensare alla musica come alla sua più vicina espressione, se è vero, come diceva Wilhelm Furtwängler, che la musica è architettura che si estende nel tempo, anziché nello spazio.

    Come si può descrivere l’armonia?

    Come lo stare bene insieme di cose o esseri diversi. La grande composizione musicale è, in questo senso, un paradigma della migliore ‘composizione’ sociale. L’armonia dei suoni è una rappresentazione udibile di quelle corde dell’anima che vibrano quando gli esseri umani si incontrano e compongono, appunto, contemperano, risolvono, le eventuali differenze tra di loro.

    I suoni del nostro mondo e del cosmo in generale sono sempre armonici?

    Dell’armonia fanno parte anche le dissonanze, come della vita. Direi quindi di sì. Quando il suono si distorce, invece, diventa rumore. E i rumori li crea soltanto l’uomo, mai la natura. Ricordo il rombo incredibile del drammatico terremoto in Emilia di una decina di anni fa. Persino quel tuono di morte non era un rumore, ma un suono impressionante della natura  ‘tragicamente armonico’. Il colpo di un cannone, invece, è sempre un rumore assordante, incomponibile e innaturale, come il crollo di un ponte o di un palazzo.

    La ispirano di più i suoni della montagna o quelli del mare?

    Diciamo che fra il silenzio della montagna e quello del mare, preferisco quello del mare, ma spero, con questo, di non indispettire i miei conterranei montanari abruzzesi. D’altra parte, un artista, come ogni essere vivente, evolve di continuo, e alla sua domanda avrei certamente risposto in maniera opposta in gioventù.

    Un’opera architettonica, pittorica e scultorea molto musicale?

    In ambito architettonico non ho dubbi nell’indicare i grandi teatri italiani, su tutti ‘La Scala’ di Milano e il ‘San Carlo’ di Napoli. In pittura, per fermarmi a una suggestione di qualche giorno fa, direi la ‘Maddalena penitente’, di Guido Reni: un po’ per la bellezza immaginifica del dipinto, un po’ per la scoperta recente di un’amicizia inaspettata, eletta e proprio ‘musicale’ col suo attuale proprietario. Tra le sculture, invece, suscita in me ‘sentimenti’ musicali molto forti la ‘Pietà Rondanini’, di Michelangelo Buonarroti.

    Quale importanza mediamente ha la musica per il teatro e per il cinema?

    La definirei un supporto ineliminabile. Anche il silenzio, infatti, in una rappresentazione teatrale o cinematografica, è tanto più drammatico proprio in quanto capace di far ‘sentire’, con la sua presenza, l’assenza della musica.

    La sua colonna sonora cinematografica del cuore?

    Quella di ‘C’era una volta in America’, di Ennio Morricone.

    Una poesia è mediamente più musicale di un romanzo?

    Direi di no. Anche la musica, come la letteratura, può idealmente ‘dividersi’ in prosa e poesia sublimi.

    Può abbinare per noi tre grandi vini ad altrettanto memorabili ‘ascolti’?

    Nel 2011 tenni a ‘battesimo’, con un mio concerto, un bianco friulano di belle speranze, l’‘Abbazia di Rosazzo’ di Livio Felluga, patriarca dei vignaioli italiani, scomparso un lustro fa alla veneranda età di 102 anni. Suonai, appunto, Scarlatti e Liszt. Oggi che il Rosazzo è un grande bianco, amato in tutto il mondo, lo abbinerei al ‘Notturno op. 55 n. 2’ di Fryderyk Chopin, suonato però da un genio come Ivo Pogorelich. A un Montepulciano d’Abruzzo, invece, abbinerei la ‘Sonata per pianoforte op. 106’ di Ludwig van Beethoven, nella monumentale interpretazione di Maurizio Pollini. E a un Sangiovese romagnolo, in omaggio alla mia caleidoscopica terra d’elezione, accosterei i contrappunti de ‘L’arte della fuga’ di Johann Sebastian Bach, nella esecuzione di Glenn Gould all’organo.

    E un ‘piatto’ preferito?

    I passatelli in brodo di mia moglie. Con la ‘Quarta sinfonia’ di Gustav Mahler, diretta da Bruno Walter.

    Quale rapporto ha con il suo (per ora) più famoso concittadino Tommaso da Celano?

    Di reverente sudditanza.

    Da Ravennate di adozione, che giudizio dà delle celebrazioni dantesche di quest’anno?

    Se mi è concessa una battuta, direi che Ravenna e Firenze, nel loro amore per Dante, riproducono la ‘vicinanza’ tra Tagliacozzo e Celano per il tramite proprio di Tommaso da Celano (nativo appunto di Celano, ma sepolto a Tagliacozzo). Insomma, due città sorelle, nel nome di un gigante.

    In sintonia con il maestro Muti, ha deciso di vivere a Ravenna per amore. Come ricompensa il suo Abruzzo?

    Portandolo fisso nel cuore.

    Musicalmente parlando, la ispira di più la nostalgia del passato o la febbre del futuro?

    Oggi, così, d’emblée, direi la nostalgia del passato. Forse perché, lontano dalla musica suonata, temo d’invecchiare più velocemente. Spero, invece, di continuare a vedere sempre nuove luci che si accendono, ad indicare la via.

    Ettore Zecchino

    Giulio Maira

    Accademico di lungo corso presso alcune tra le più importanti istituzioni universitarie italiane ed internazionali, Giulio Maira ha al suo attivo circa 16mila interventi chirurgici cranio-encefalici, effettuati come primo operatore. Per venti anni è stato Neurochirurgo dello Stato della Città del Vaticano, oltre che membro di numerose società scientifiche, e revisore per le più importanti riviste mondiali di neurochirurgia. Per 12 anni Membro del Consiglio Superiore della Sanità, è incluso nell’elenco dei ‘Top Italian Scientist in Clinical Science’, con un H-index di 43 e un numero di citazioni scientifiche di 7.805. Presidente della Fondazione di ricerca ‘Atena Onlus’, da lui fondata, ha ricevuto numerose onorificenze, tra le quali quella di ‘Cavaliere di Gran Croce’ al merito della Repubblica Italiana. Nel 2015 ha pubblicato il libro ‘Ti regalo le stelle’, seguito, nel 2019, da ‘Il cervello è più grande del cielo’, e nell'ottobre del 2020 da ‘Le età della mente’.

    A Biogem è atteso per l’intervento di chiusura dell’edizione 2021 delle ‘Due Culture’.

    Professore, questa pandemia sta mettendo a dura prova i nostri cervelli?

    La paura, l’angoscia, ci hanno fatto precipitare in un burrone di emozioni negative. Abbiamo vissuto per un lungo periodo in condizione di stress e il danno maggiore è stato sopportato dai bambini e dagli adolescenti, più carichi di emotività e più bisognosi degli adulti di bilanciare emozioni e razionalità. Pensi che le emozioni hanno una ‘storia’ di 300 milioni di anni, la razionalità si ferma a 100mila. Tirando le somme, anche se prevalentemente indirette, le conseguenze sono state comunque devastanti e non di breve termine. Senza naturalmente contare i non banali danni cerebrali sopportati da tanti pazienti COVID-19.

    Virus e batteri hanno qualcosa di paragonabile a un cervello?

    Direi proprio di no. Hanno solo meccanismi ripetitivi e modalità di adattamento all’ambiente esterno, mediante frequenti modifiche al proprio DNA, come le temute varianti.

    Quale cervello animale si avvicina di più al nostro?

    In linea di massima, la natura, individuato un meccanismo, tende a ripeterlo. In questo caso, direi che i meccanismi di base sono gli stessi. Non sono un esperto del ramo e non azzardo elenchi. I delfini, solo a titolo di esempio, hanno un livello di sviluppo cerebrale piuttosto alto. L’uomo, tuttavia, è su un’altra lunghezza d’onda, e, in un certo senso, ha l’onerosissimo status di ‘padrone del mondo’. Spesso, purtroppo, non siamo all’altezza di questo ruolo.

    Perché l’uomo ha capito così tardi le potenzialità di un organo così importante?

    Perché il cervello è un organo nascosto dalla scatola cranica. Il cuore, invece, lo si ‘sente’ da sempre.
    Quale è stata, secondo lei, una tappa cruciale nella crescita del nostro cervello?
    Molti direbbero la nascita del linguaggio. Secondo me, invece, lo sviluppo dei neuroni specchio, a loro volta alla base del linguaggio e della cultura come li intendiamo oggi. Con loro nasce e si potenzia quel fondamentale meccanismo di imitazione che accresce la consapevolezza. La cultura dell’uomo ha infatti una progressione esponenziale.

    Professore, come è riuscito a effettuare ben 16mila interventi chirurgici?

    Mantenendo, per trenta anni, una media anche di 4 o 5 operazioni al giorno. Attualmente, tecnologia e organizzazione del lavoro mi consentono di limitare l’attività alle sole fasi cruciali di un intervento, evitando i tempi iniziali e finali. La neurochirurgia ha infatti tempi di preparazione molto lunghi.

    In questo ambito, ci ricorda i momenti più gratificanti da un punto di vista professionale e umano?

    Mi hanno segnato molto gli insuccessi, subiti nonostante la perfetta riuscita tecnica degli interventi specifici. Di qui, lo stimolo forte alla ricerca, per me una vera e propria vocazione. Se devo pescare nel bagaglio dei ricordi, non posso non partire daI mio primo intervento, eseguito su una bambina di 10 anni, affetta da una grave emorragia. Impresso nella mia mente è anche quello durato ben 35 ore (il mio record personale). Ricordo infine un intervento a un paziente sveglio, da noi stimolato, come strategia chirurgica, a recitare Dante, in modo da monitorare in maniera accurata la condizione dell’organo durante l’operazione.

    Per la salute del cervello quanto pesa la genetica e quanto i nostri stili di vita?

    La genetica pesa sicuramente tanto, ma altrettanto incide l’impegno personale di ognuno di noi. La genetica è la macchina, noi siamo il motore. La nostra maggiore libertà, in fondo, e quella di poter ‘costruire’ il nostro cervello, grazie alla sua neuro-plasticità. Nostra responsabilità, e, quindi, libertà, è stimolarlo continuamente, con una vita fisicamente e mentalmente attiva. Il nostro cervello è come una foresta con alberi inizialmente piccoli, capace di diventare sempre più rigogliosa e imponente, se continuamente nutrita dalla linfa giusta.

    Esiste una dieta ideale per il cervello?

    Bisognerebbe mangiare poco e in modo sano, rifuggendo dagli eccessi di zuccheri, fritti e grassi.

    Fino a quanti anni dall’esposizione può determinarsi un danno cerebrale da fumo passivo?

    Tutto dipende dalla quantità e durata di questa esposizione. Nei casi non particolarmente gravi, la neuro-plasticità di cui sopra, può portare anche a una remissione del fenomeno nel tempo.

    Tra droghe pesanti e droghe leggere la differenza è solo di ordine quantitativo o anche qualitativo?

    Tutte le droghe sono di per se pericolosissime. Pensi che il 12% dei ricoveri per intossicazione derivano dalla Cannabis. Ovviamente, le droghe pesanti fanno ancora più danni.

    Dormire dalle cinque alle sette ore al giorno pare sia fondamentale per il nostro cervello, un po’ a tutte le età. Esiste una predisposizione genetica all’insonnia?

    In genere, no, anche se la genetica ha sempre un ruolo. Il bambino, l’adolescente, tendono a dormire bene, e quasi sempre l’insonnia è conseguenza dello stress ‘adulto’. Diverso è il caso, opposto, della narcolessia. Il sonno, comunque, è fondamentale per il cervello. Gli animali di laboratorio, ad esempio, soffrono cerebralmente di più la privazione indotta del sonno rispetto a un corrispondente digiuno.

    Ci aiuta a comprendere i rapporti tra mente e cervello?

    La mente è l’insieme delle funzioni cognitive del cervello. Il pensiero è l’attività della mente, di cui è la parte operativa. Il 95% del pensiero è, però, inconscio.

    E sulla coscienza si è fatta un’idea?

    La coscienza è lo stato di consapevolezza raggiunta dell’attività della mente.

    La considera una prerogativa solo umana o può appartenere anche agli animali?

    Livelli di consapevolezza primordiale esistono anche tra gli animali, ma le due situazioni non sono comparabili.

    La libertà di un individuo dipende dal suo cervello?

    Si. Siamo liberi quando lo decidiamo intimamente. Nelle azioni quotidiane abbiamo la sensazione di agire liberamente. L’input cerebrale, tuttavia, parte qualche centinaio di millisecondi prima di ogni nostra decisione. Questo porta molti filosofi a negare in toto il libero arbitrio. Pur non sapendo spiegare questo mistero, credo, invece, che sarebbe troppo irrazionale assegnare ad altri la ‘direzione’ di un meccanismo così complicato. Insomma, per citare Edoardo Boncinelli, ‘’siamo liberi solo perché siamo troppo complicati’’. Consideri, ad esempio, che il nostro pensiero si divide in lento e riflessivo e veloce e intuitivo, e che le nostre sinapsi sono in grado di effettuare ben 38 miliardi di operazioni al secondo. Fortunatamente, tante cose le facciamo in maniera del tutto automatica.

    Con riferimento all’intestino, si parla spesso di un secondo cervello. Dipende sempre dal primo o ha margini di ‘autonomia’?

    È un sistema autonomo, come quello respiratorio o quello cardiaco. L’intestino agisce, tra l’altro, attraverso una imponente popolazione batterica, che ne condiziona fortemente il funzionamento. Niente a che vedere con il cervello, che vive dentro una scatola cranica, grazie alla quale, in condizioni fisiologiche, è completamente isolato dalla realtà esterna. Di qui anche la difficoltà e il rischio di operare a cervello aperto.

    Per Cartesio l’atto del pensare è l’unico in grado di dimostrare a noi stessi la nostra esistenza. Cosa ci può invece rendere sicuri dell’esistenza del mondo intorno a noi?

    La nostra coscienza, che è l’espressione più alta della nostra esistenza.

    Quando si può parlare con certezza di morte cerebrale?

    Esistono dei parametri clinici ben precisi, come la piattezza dell’encefalogramma o il blocco del flusso ematico (sappiamo che, in questo caso, il cervello ha un’autonomia di pochi minuti).

    E quando di accanimento terapeutico?

    Quando la situazione non è più recuperabile. Si deve far ricorso alla chirurgia solo nella speranza ragionevole di portare un beneficio al paziente.

    Può rivelarci la sua posizione sull’eutanasia?

    Sono cattolico e credo che la vita venga salvaguardata, ma mai attraverso forme di accanimento terapeutico.

    Cosa fa il cervello nelle persone in coma profondo?

    In qualche modo può continuare a funzionare perché c’è una coda di cellule che continua a vivere al difuori della coscienza. Se l’alterazione della coscienza non è elevatissima, si può sempre sperare di recuperare il paziente. Oggi, tra l’altro, possiamo provare a stimolare delle aree celebrali con l’utilizzo attivo di molte attrezzature ipertecnologiche. Purtroppo, più passa il tempo, più improbabile è la possibilità di un recupero.

    Perché sogniamo?

    La vita media di una persona è un sogno lungo circa sei anni, mentre il sonno, nel suo complesso, corrisponde a un terzo della nostra esistenza. Il sogno, quindi, è una parte importante di un tutto, che comprende varie fasi, ciascuna con caratteristiche e utilità ben precise. Durante il sonno lento, ad esempio, rimettiamo ordine negli avvenimenti del giorno. Nella fase Rem, invece, colleghiamo questi avvenimenti con la memoria a lungo termine. In generale, cancelliamo le memorie che non sono più utili ed eliminiamo il 20% delle sinapsi, sostituendole con altre più ‘utili.’ Durante il sonno, insomma, ripuliamo il cervello e rafforziamo il nostro sistema immunitario, mettendo ordine nei nostri ricordi, e stabilizzando le nostre emozioni.

    L’interpretazione dei sogni in chiave psicoanalitica è ormai da considerare in tutto e per tutto anti-scientifica?

    Effettivamente ha in radice qualcosa di antiscientifico. Si tratta, infatti, di un’interpretazione non verificabile. Cercare di fare un’attività di ‘estrazione’ del subconscio è stato comunque un indiscutibile merito storico di Freud. Tale intuizione ha aperto una strada che è stato utile percorrere.

    L’intelligenza artificiale può evolvere in coscienza?

    Questa è l’ipotesi di alcuni scienziati, secondo i quali la coscienza è solo una conseguenza dell’aumento delle funzioni del cervello. Se questo avvenisse, potrebbe significare la presa di potere dell’intelligenza artificiale su quella umana. In ogni caso, parlerei di supertecnologia più che di intelligenza. Non le attribuirei mai infatti, quelle caratteristiche di creatività, emotività ed eticità, alla base dell’intelligenza umana.

    Alcuni futurologi pronosticano, già a partire dai prossimi decenni, la possibilità, per tutti, di disporre di un avatar, capace di prendere con molta accuratezza e competenza, al nostro posto, le decisioni più importanti della nostra vita, anche, e soprattutto, in ambito pubblico. Finirà la libertà del genere umano, o, al contrario, il cervello dei nostri discendenti avrà più tempo e possibilità di elevarsi spiritualmente?

    Dipende da quali funzioni assegneremo all’avatar. Spero, comunque, che non si arrivi mai a tutto questo. Avremmo infatti un’intelligenza non etica e priva di senso morale, perderemmo il libero arbitrio e la nostra stessa condizione umana.

    Quale forma d’arte ‘allena’ meglio il cervello?

    Qualunque forma di arte sviluppa reti neurali nuove.

    Da scrittore ormai consolidato, ci può dire quali capolavori della letteratura hanno alimentato maggiormente il suo cervello?

    Ho una passione assoluta per Shakespeare e Tolstoj. I meccanismi della memoria descritti da Proust sono straordinariamente in anticipo sui tempi. Lo stesso Tolstoj entra nei meccanismi della mente con accuratezza scientifica.

    Dalla ‘madeleine proustiana’ in poi, la letteratura ha definitivamente sdoganato il ‘ricordo gastronomico’, in verità, da sempre protagonista nei grandi capolavori. Cosa pensa della ‘neuro-gastronomia’?

    Mi limito a considerare che tra i nostri sensi quello più presente nel sonno è proprio l’olfatto.

    Ascoltare musica classica da piccoli può davvero favorire lo sviluppo del nostro cervello?

    Assolutamente si. La musica classica, tra l’altro, entra molto ‘naturalmente’ in sintonia con il nostro cervello, come ben si desume dai nostri esperimenti con i giovani pazienti. Anche l’arte è evolutiva, e un quadro di Raffaello colpisce ‘naturalmente’ un bambino, più di un Picasso o di un Dalì.

    La sua fondazione ‘Atena Onlus’ ha appena compiuto venti anni. Quali meriti le attribuisce?

    Abbiamo creato un efficiente laboratorio, sviluppato importanti progetti di ricerca, patrocinato grandi iniziative a sfondo anche sociale, come le varie campagne fatte per la salute delle donne o contro il consumo di droga tra i giovani. Forse più di quanto speravamo.

    Alle ‘Due Culture’ incontrerà umanisti e scienziati insieme. Quale emisfero del cervello è attivato maggiormente negli uni e negli altri?

    Molto a spanne, l’emisfero di sinistra è più razionale, quello di destra è più artistico. Faccia un po’ lei.

     

    Ettore Zecchino

     

    Dino Cofrancesco

    Nativo di Arce, nel Frusinate, e genovese di adozione, Dino Cofrancesco è tra i più apprezzati storici delle dottrine politiche del nostro Paese. Di formazione filosofica, vanta una prestigiosa carriera accademica, avviata e conclusa nel capoluogo ligure, ma sviluppatasi tra Trieste e Pisa. Autore di saggi di successo sul linguaggio della politica, sugli intellettuali e il potere, sulla democrazia liberale, e su molti altri temi, ha collaborato con ‘Corriere della Sera’, ‘Secolo XIX’, ‘Libero’, ‘Il Giornale’, ‘Il Foglio’, ‘Il Riformista’, ‘L’Occidentale’, ‘Ideazione’, ‘Il Dubbio’, ‘Huffington Post’. Presente nel Comitato Scientifico o Direttivo di molte istituzioni culturali, in passato ha, tra l’altro, diretto il Centro per la Filosofia Italiana e il Centro internazionale di Studi Italiani dell’Università di Genova. Attualmente dirige l’Associazione Culturale Isaiah Berlin, che ogni anno, nel corso del Festival della Politica, che si tiene a Santa Margherita Ligure, assegna il ‘Premio Berlin per la saggistica politica’ e il ‘Premio Giovanni Ansaldo per il giornalismo’.

    Dino Cofrancesco ha partecipato alle ‘Due Culture’ nel 2015 e nel 2017. Nell’edizione di quest’anno, sulla ‘Libertà’, terrà la relazione introduttiva al meeting.

    Professore, da studioso del liberalismo, cosa pensa dell’ipotesi di obbligo vaccinale?

    Sono favorevole. D’altra parte, è già previsto per i bambini piccoli, con riferimento a varie patologie.

    E delle risposte politiche al COVID-19 nei vari Paesi del mondo?

    Non ho il quadro completo a livello mondiale, e non posso quindi esprimermi analiticamente. Credo, invece, di poter dire che l’Italia non ha adottato misure particolarmente ‘tiranniche’.

    Siamo nel ventennale degli attentati alle Torri Gemelle. La temporanea limitazione delle libertà che ne conseguì ha portato a delle conseguenze durature?

    Non credo. E osservo che gli allarmi sulla limitazione della libertà vengono spesso da movimenti o culture politiche che, in fondo, alla libertà non hanno tenuto molto in passato.

    E questo biennio pandemico?

    A costo di stupire, confermo l’opinione precedente. Quanto all’Italia, poi, non possiamo sottacere che il sistema politico era in crisi già da molto tempo, a prescindere dalla pandemia.

    Ci si può professare liberali ed essere, contemporaneamente, contrari all’eutanasia?

    Bisogna intendersi sul significato del termine. Un vero liberale diffida sempre dell’accanimento terapeutico e tende a rispettare la volontà cosciente di chi vuole risparmiarsi un futuro di sofferenze senza sbocchi. Si tratta, come si può ben comprendere, di situazioni ‘eccezionali’.

    E rispetto all’aborto?

    Ci sono dei casi in cui non si può penalizzare l’aborto (basti pensare allo stupro o ai casi di gravi malformazioni genetiche del nascituro). Se inteso come controllo delle nascite diventa, invece, una pratica aberrante. Penso che andrebbe stimolato un percorso che consenta alla donna di mettere al mondo il figlio, liberandola, però, dall’impegno di diventare mamma. L’adozione è una delle soluzioni possibili e relativamente a portata di mano.

    Il mondo classico come intendeva la libertà?

    Benjamin Constant, al quale si deve il celebre saggio ‘Sulla libertà degli antichi comparata a quella dei moderni’, parlava di libertà del cittadino, non dell’uomo in quanto tale: della libertà politica, non della libertà civile.

    E andando avanti nella storia?

    La libertà dell’individuo è un prodotto dei secoli moderni, dal Seicento in poi.

    Quale religione è più compatibile con la libertà?

    Non esito a dire la religione cristiana, perché è quella che ha il senso profondo della dignità dell’uomo, che mette in rapporto con Dio, senza mediazioni storiche, sociali e naturali. In questa ‘astrazione’, se ben si riflette, è la radice dell’individualismo occidentale.

    Per Stuart Mill la prima libertà era quella di pensiero e di espressione. Oggi è ancora così?

    No. Il politicamente corretto azzera la concezione che Mill aveva della libertà di pensiero.

    Libertà fa sempre rima con democrazia. I populismi odierni sembrano invocare una sorta di dittatura della maggioranza, per citare ancora Mill. Il politicamente corretto non è, tuttavia, meno tirannico. Come se ne esce?

    Il populismo è compatibile con la democrazia, ma non con il liberalismo. Il politicamente corretto nasce, in genere, da un universalismo etico di matrice illuministica. La via liberale non è quella della regressione comunitaria, ma neppure quella della pedagogia intesa a rigenerare l’umanità corrotta, in modo che tutti seguano i sentieri del Giusto e del Vero.

    Autonomia e indipendenza sono cugine o sorelle della libertà?

    L’autonomia una sorella, l’indipendenza fino a un certo punto.

    E l’eguaglianza?

    Direi proprio di no. La libertà crea inevitabilmente diseguaglianza.

    Oggi quasi tutti tendono a dichiararsi liberali. Un trionfo assoluto della libertà, o un’esigenza generalizzata di ampliarne il campo di azione?

    Si tratta solo di un termine di comodo, che evidenzia la crisi delle grandi ideologie, incluso il liberalismo. Tra l’altro, spesso e volentieri, si confonde liberalismo e liberismo. Un liberale può essere liberista, ma il liberismo puro porterebbe all’eliminazione dello Stato. Come vede, non nascondo mai la mia ammirazione per Benedetto Croce, anche nella mitizzata disputa con Luigi Einaudi.

    Come mai in Italia un partito di piena ispirazione liberale non ha mai sfondato, almeno non in maniera duratura?

    Il nostro Risorgimento ha avuto connotazioni rivoluzionarie, o, almeno fortemente innovatrici. Da allora, in Italia, ci si legittima solo in nome delle grandi riforme e delle profonde trasformazioni che si promettono. Nei Paesi con solida cultura liberale, invece, Destra e Sinistra si riconoscono e si legittimano a vicenda, senza la necessità di continue palingenesi. Per governare, in questi casi, non occorre introdurre grandi innovazioni. Non è uno scandalo se la locomotiva del Progresso si arresta per un certo periodo.

    La Democrazia Cristiana inneggiava alla libertà sin nel suo simbolo. Una promessa tradita o un inevitabile adattamento al contesto?

    L’anima popolare-sturziana era decisamente liberale. Per tutto il periodo degasperiano la Dc è stata, quindi, a tutti gli effetti, un partito liberal-conservatore. Con Amintore Fanfani le cose cambiarono, e, in quegli anni, va registrato l’ingresso del solidarismo cristiano (Welfare State all’italiana) come ispiratore principale delle scelte politiche. Un discorso simile si può fare anche per Aldo Moro.

    Il popolarismo è una espressione particolare del liberalismo o uno dei suoi tanti sviluppi storici?

    Nella sua essenza il popolarismo è il liberalismo cattolico, e un uomo come Luigi Sturzo merita un posto di rilievo nel Pantheon dei liberali italiani.

    Quali sono i requisiti minimi per meritarsi l’appellativo di liberale?

    Avere il senso dello Stato, e, al tempo stesso, dei limiti dello Stato.

    E quali i campanelli di allarme per una società democratica?

    Il grande problema odierno è la tenuta dell’ordine pubblico. Prima di Locke, c’è Hobbes.

    Ci tratteggia le caratteristiche principali di una effettiva libertà scientifica?

    Il rispetto della ricerca, nella consapevolezza che non tutto quello che è fattibile è lecito.

    Esiste una libertà assoluta?

    Secondo me, no. Qui la lezione di Isaiah Berlin è fondamentale. La libertà deve sempre ‘vedersela’ con altri diritti e valori, meritevoli, talvolta, di una tutela ancora maggiore. Basti pensare, come già detto, alla salute pubblica.

    Cosa si aspetta da questa edizione delle ‘Due Culture’ e cosa suggerisce per svolgerla al meglio?

    Credo che l’organizzazione sia stata delle migliori. Al momento, non sono in grado di dare consigli particolari.

    I giganti del liberalismo, secondo lei?

    Non esiterei a considerare David Hume e Montesquieu nel Settecento, John Stuart Mill, Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville, nell’Ottocento, e, per venire al secolo scorso, Raymond Aron e Isaiah Berlin. Quest’ultimo, secondo me, da anteporre al pur straordinario Friedrich von Hayek.

    E in ambito letterario e teatrale?

    Uno scrittore o un drammaturgo monotematicamente liberale non sarebbe mai un grande scrittore. Nessun liberale, tuttavia, può ignorare un autore come Thomas Mann, per limitarci al Novecento.

    Oltre all’iconica guida della rivoluzione di Eugene Delacroix, quali immagini artistiche simboleggiano al meglio la libertà?

    Il dipinto da lei evocato, pur incentrato sulla libertà, inneggia alla rivoluzione. Come suggestione personale segnalo, invece, una vecchia foto, pubblicata da ‘Il Mondo’ di Mario Pannunzio, raffigurante Harold Macmillan in treno, intento a leggere il ‘Time’, dopo la sconfitta subita alle elezioni. Un leader politico che torna a casa sereno, perché, per citare Karl Popper, ‘’i regimi liberali si alternano senza spargimenti di sangue’’.

    La grande arte può non essere libera?

    Mai. Al limite, può non esserlo l’artista.

    La musica classica, sia sinfonica, sia lirica, ha inneggiato spesso alla libertà, talvolta in maniera sublime, altre volte in maniera militante . La musica del secolo scorso l’ha spesso associata alla trasgressione. Quest’ultima può forse considerarsi un suo attributo frequente?

    No, perché dietro la trasgressione c’è sempre la volontà di modellare il mondo a propria immagine (vedi il Sessantotto), e, quindi, una certa insofferenza per chi la pensa diversamente. Esattamente l’opposto del liberalismo.

    Qual è il rapporto tra libertà e libero arbitrio?

    Andando oltre il discorso strettamente teologico, direi che non ci può essere libertà senza libero arbitrio. In ogni caso, tra Erasmo e Lutero, parteggio per il primo.

    Perché la libertà politica su larga scala si è affermata così tardi nella parabola della storia umana?

    Forse perché ha messo a repentaglio equilibri sociali che gruppi dominanti erano interessati a preservare. In un certo senso, si può dire che il conservatorismo sociale ha ritardato l’avvento del liberalismo. Del resto, la liberal-democrazia non si può impiantare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, perché presuppone, a tacer d’altro, l’esistenza dello Stato moderno, e di una consistente classe media.

    Da Madame de Stael e Benjamin Constant, a Henriette Taylor e John Stuart Mill, la storia del liberalismo è anche una storia di grandi amori, nel segno dell’emancipazione e del grande contributo femminile al progresso umano?

    Proprio così. Nel caso di Madame de Stael ci troviamo al cospetto di una grande pensatrice, i cui saggi storici e politici, decisivi per comprendere le dinamiche politiche e istituzionali della Francia tra 700 e 800, hanno inciso profondamente sulla teorica liberale di Constant. Nel caso della Taylor, invece, che sicuramente ha ispirato le posizioni del saggio ‘Sulla servitù delle donne’, è sulla parola di Mill che dobbiamo credere alla sua decisiva influenza intellettuale.

    Anche la libertà va ‘storicizzata’ o è sempre ‘progressiva’?

    Le libertà civili e politiche sono sempre un segnale di grande progresso.

    Mel Gibson-William Wallace sul patibolo leva un fragoroso inno alla libertà. Falso storico o concettuale?

    Penserei più a un falso storico. In quei tempi ci si ribellava a chi sconvolgeva il proprio habitat naturale e tribale (absit iniuria verbis), non a chi negava la ‘libertà liberale’, di ‘vivre sa vie’ come si vuole.

    Braveheart a parte, da un grande esperto di cinema come lei, ci aspettiamo una piccola lezione sulla libertà in qualche capolavoro della Settima Arte.

    I grandi film di John Ford sono tutti un inno alla libertà, dove il riconoscimento dell’altro non nasce dai libri, ma dal vissuto. Una lezione, per arrivare all’oggi, può partire anche da un film come ‘Gran Torino’, di Clint Eastwood, dove il percorso del protagonista porta al sofferto, ma definitivo riconoscimento della dignità-libertà altrui. Sono, tuttavia, fermamente convinto che un film costruito per lanciare un messaggio, tanto più se edificante, non è quasi mai un grande film. Un buon regista, infatti, deve sempre e solo saper descrivere la realtà, parlando del mondo e non di se stesso, pur partendo, ovviamente, da se stesso.

    Ne ‘L’uomo che uccise Liberty Valance’ del suo amato John Ford, il generoso e pre-politico John Wayne può dirsi ‘diversamente liberale’ rispetto a James Stewart, ormai democratico-liberale compiuto?

    In questo film il personaggio di John Wayne è straordinario perché è se stesso e basta, tanto egoista e altrettanto generoso, lungo lo sviluppo della trama.

    Nei decenni scorsi si sentiva più o meno libero, rispetto ad oggi?

    Mi sentivo più libero perché la cultura italiana sembrava pronta a incamminarsi definitivamente sulla via del confronto civile e del ripensamento sereno del passato. Basti pensare all’opera revisionistica di uno storico come Renzo De Felice, all’inizio molto osteggiata, ma poi accettata anche ai piani alti dell’intellettualità accademica. Oggi stanno tornando a spirare venti di censura e di intolleranza.

    La giovinezza predispone di più alla libertà?

    Direi proprio di no.

    In Italia educhiamo abbastanza alla libertà?

    Una buona educazione alla libertà consiste soprattutto in una regola aurea e semplicissima. L’ascolto delle due campane. Mi sembra che oggi in Italia, nelle scuole e nei mass media, non sia molto seguita.

     

    Ettore Zecchino

     

     

     

     

    Carlo Doglioni

    Recentemente confermato alla presidenza dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), Carlo Doglioni è un geologo di fama mondiale, membro dei Lincei e dell’Accademia dei XL . In passato è stato anche presidente della Società Geologica Italiana. Nativo di Feltre, nel Bellunese, dopo la laurea in Geologia all’Università di Ferrara, ha insegnato in molti atenei italiani, da quello Estense, fino a Bari e all’Università della Basilicata, per poi approdare alla Sapienza di Roma, dove attualmente è di ruolo.
    Prestigioso e variegato è il suo curriculum da ricercatore, che annovera, tra l’altro, la proposta di un nuovo modello per la geodinamica terrestre, e premi e riconoscimenti da istituzioni italiane e straniere. Dal 2016 al timone dell’INGV, in questa veste ha dovuto affrontare, appena nominato, i terribili eventi sismici dell’Italia Centrale, tra il 2016 e il 2017.

    Carlo Doglioni ha partecipato alle ‘Due Culture’ nell’edizione del 2018.

    Presidente, le montagne bellunesi c’entrano qualcosa con la sua vocazione geologica?

    Direi proprio di si. La passione per una natura così bella, radice comune della mia famiglia, è stato infatti uno stimolo molto forte in questa direzione. A ciò si è poi aggiunta l’esperienza del terremoto in Friuli, nel 1976, che mi spinse a scegliere una professione che coniugasse il rapporto con la Terra e l’applicazione al sociale.

    Come pensa che si connoterà il suo secondo mandato alla guida dell’INGV?

    L’auspicio è che l’Istituto voli alto, con progetti di ricerca ambiziosi, con un ammodernamento e infittimento delle infrastrutture di monitoraggio e di sorveglianza, ma anche puntando a creare nuove reti, come quella idrogeochimica nazionale. Proveremo, in questo modo, a comprendere meglio il funzionamento del nostro pianeta e del sottosuolo nazionale.

    In quale modo la pandemia in corso ha influenzato le attività dell’Istituto?

    Da un punto di vista organizzativo, come tutti, abbiamo subito qualche rallentamento, ma l’attività di ricerca, per fortuna, non si è mai fermata.

    I virologi sono da tempo protagonisti della scena. Nota qualche analogia con i sismologi nel dopo terremoto?

    In genere, l’emozione dei terremoti dura poco. I sismologi, quindi, si ritirano prima dalla scena. Sarebbe tuttavia opportuno parlare molto di più di geoscienze in tempi di ‘pace’, anche per stimolare le indispensabili attività di prevenzione.

    Del COVID, tutto sommato, facendo i debiti scongiuri, stiamo un po’ prendendo le misure. Con i terremoti è tutta un’altra storia. Non lo trova un po’ frustrante?

    Sì. Per difendersi dai terremoti occorre una maggiore conoscenza dei meccanismi che li generano, ma anche una consapevolezza diffusa della necessità di mettere in atto tutte le buone pratiche per rendere le nostre case sicure.

    Quanto siamo ancora lontani dal poter prevedere, con ragionevole anticipo, un terremoto?

    Ancora non siamo in grado di prevedere i terremoti in modo deterministico. Possiamo solo stimarne la pericolosità su base probabilistica . La scienza, tuttavia, ci ha abituato spesso a dei balzi in avanti improvvisi, per cui non è escluso che in futuro si riesca ad avere gli strumenti osservazionali per conoscere l’imminenza di un terremoto. Quando saremo in grado di prevederli, sarà comunque fondamentale salvare le nostre abitazioni, oltre alle nostre vite. Per questo, ho proposto il motto VALE, vale la pena investire nelle geoscienze, una sorta di acronimo per ricordare come scoprire la natura dei terremoti ci aiuterà a salvare la nostra vita e a proteggere le nostre abitazioni, che sono quasi sempre i nostri beni immobili più importanti. Si garantirebbe, in questo modo, la nostra libertà di continuare a vivere nella nostra casa e nel nostro borgo, conservando le nostre radici, la nostra storia e la nostra cultura. A giovarsene sarebbe infine l’economia delle comunità colpite, altrimenti destinate a disperdersi per molti anni, se non per sempre.

    Possiamo escludere, in un futuro non troppo remoto, un’improvvisa attività sismica generalizzata della Terra, quasi come una pandemia?

    I terremoti a volte avvengono come delle tempeste, ma una legge della natura, scoperta dai due famosi ricercatori Gutenberg e Richter, ci ricorda che, su scala mondiale, l’energia sismica viene rilasciata in modo semi-stazionario nel tempo, ponendo in relazione la frequenza dei terremoti più grandi e di quelli più piccoli, cioè la distribuzione nel tempo della sismicità, in funzione della magnitudo degli eventi. Nonostante l’evidenza di oscillazioni della sismicità globale, un fenomeno acuto e generalizzato su larga scala non dovrebbe, quindi, essere possibile.

    Le cronache del passato, anche remotissimo, ci hanno consentito di appurare con certezza, la sismicità di alcune aree geografiche. Il sismologo è quindi anche un po’ uno storico?

    La sismologia storica ci permette di catalogare, con relativa precisione, terremoti passati, avvenuti quando non esistevano sismometri, per registrarli strumentalmente. Questi studi sono fondamentali perché ci permettono di sapere che in determinate aree, dove da secoli non avvengono terremoti, questi eventi prima o poi ritorneranno. Ciò è indispensabile per una corretta valutazione della pericolosità sismica.

    Ci commenta in breve il celebre poemetto di Voltaire sul catastrofico terremoto di Lisbona dell’1 Novembre 1755?

    Ancora non conosciamo la vera origine di quel terremoto apocalittico, ma possiamo certamente dire che cambiò la filosofia del rapporto dell’uomo con la natura, in quel momento, tendenzialmente, considerata matrigna. La natura, in realtà fa il suo lavoro. Noi siamo chiamati a svelarne gradualmente i segreti, per imparare a convivere con gli eventi estremi.

    Forse dopo questo triste evento è nata la sismologia?

    Studi sismici erano già partiti in epoche antecedenti, soprattutto in Cina.

    In Italia, a che punto siamo nello sviluppo di un’edilizia anti-sismica?

    Siamo ancora molto indietro. Considero, per questo, utili e importanti le iniziative relative al sisma-bonus.

    In materia di prevenzione quali nazioni al mondo possono dirsi all’avanguardia, e perché?

    L’Italia dal punto di vista dell’ingegneria sismica è all’avanguardia. Purtroppo, ancora non abbiamo messo in sicurezza un’ampia parte del nostro patrimonio edilizio, soprattutto in mattoni e pietra, pur disponendo delle tecnologie per rinforzare anche edifici storici. Giappone e Cile, nazioni abituate a convivere con terremoti anche molto più forti dei nostri, e che hanno un tessuto abitativo più giovane, possono vantare una tradizione costruttiva antisismica consolidata.

    Quali sono le regioni più sismiche del mondo?

    L’arco indonesiano e tutto l’Ovest e l’Est del Pacifico. E si tratta anche delle zone più pericolose al mondo da un punto di vista vulcanologico.

    Quale è stato il terremoto più forte della storia?

    Quello di Valdivia, in Cile, del 22 maggio 1960, capace di raggiungere la magnitudo 9,5, che generò anche un grande tsunami, che attraversò tutto l’Oceano Pacifico.

    E il più devastante?

    Fonti storiche riferiscono di un sisma nella provincia di Shaanxi, in Cina, verificatosi il 23 gennaio del 1556, in grado di uccidere circa 830mila persone. Con riferimento all’Italia, il più forte è avvenuto a Noto, nel gennaio del 1693, con una magnitudo di 7,32. Il più devastante è stato quello di Messina del 28 dicembre 1908, che, anche a causa del conseguente maremoto, ha determinato la morte di circa 100mila persone.

    Il suo terremoto peggiore?

    Il più impattante, per la mia memoria, è stato quello del 1980, in Irpinia.

    L’INGV, nel suo nome, non presenta riferimenti diretti alla sismologia, ma è generalmente collegato soprattutto a questa branca. Volendo un po’ riequilibrare le cose, ci indica le linee guida del suo operato, rispettivamente, in vulcanologia e in geofisica?

    L’Istituto ha tre dipartimenti: Terremoti, Vulcani e Ambiente. Monitoriamo i 10 vulcani attivi in Italia, cercando di comprenderne la struttura e l’evoluzione, soprattutto di quelli più pericolosi per la popolazione, come lo Stromboli, uno dei pochissimi al mondo a condotto aperto, cioè permanentemente in attività. ma anche l’Etna, oppure i vulcani campani Vesuvio, Flegrei e Ischia. Nell’ambito delle geo-scienze studiamo, tra l’altro, i cambiamenti climatici, le variazioni del livello del mare, il campo magnetico  terrestre, l’impatto delle radiazioni ionizzanti solari sulla ionosfera.

    L’eruzione vulcanica è sempre prevedibile?

    No, anche se, rispetto ai terremoti, spesso i vulcani possono dare dei segnali premonitori, che possono e potranno darci indizi previsionali affidabili.

    Gli animali riescono a prevedere questi eventi?

    Le evidenze scientifiche sembrerebbero escluderlo, ma i terremoti possono essere anticipati, nei giorni o nelle ore precedenti, da piccole scosse, o da degassamenti del suolo, che possono essere percepiti dagli animali.

    Mediamente fa più danni un terremoto o un’eruzione vulcanica?

    In genere un terremoto, ma con non rare eccezioni. Basti pensare all’eruzione del Krakatoa, in Indonesia, che, nell’agosto del 1883 generò terremoti e maremoti, determinando la morte di circa 36mila persone.

    L’eruzione del Vesuvio, a Pompei, nel 79 d.C, ha fatto fare passi avanti enormi alle nostre conoscenze storico-artistiche sul mondo romano antico. Si inverte il discorso precedente?

    Gli eventi naturali forgiano anche la cultura. Proprio a Biogem parlai dei gradienti, che funzionano in ogni ambito culturale. Il gradiente è un motore capace di muovere le popolazioni in ogni ambito.

    Nell’evoluzione della Terra hanno avuto un peso maggiore i vulcani o i terremoti?

    Bisogna andare a monte della questione. Sono infatti i movimenti interni al mantello terrestre a determinare la morfologia del nostro pianeta.

    L’altezza di un vulcano va misurata da terra, o, eventualmente, partendo dalla sua base marina?

    Certamente dalla sua base marina.

    Allora, l’Everest potrebbe perdere il primato?

    Direi di si, a beneficio del Mauna Kea, delle Isole Hawaii, alto, secondo questo conteggio, 10.203 metri .

    Su Venere sembra siano state trovate notevoli tracce di attività geologica, già ampiamente studiate in altri corpi del nostro Sistema Solare (soprattutto alcuni satelliti di Giove e Saturno). Cosa può dirci al riguardo?

    Tutti i corpi celesti, soprattutto nelle fasi iniziali della formazione del sistema solare mostrano grande vitalità. Su Marte ci sono tracce di antiche presenze di fiumi e laghi, e c’è un vero e proprio gigante del nostro sistema solare, il Monte Olimpo (alto oltre 22mila metri). Venere, di dimensioni simili al nostro pianeta, ha avuto e probabilmente ha ancora dei movimenti interni al proprio mantello. La Terra, tuttavia, è relativamente più viva, anche perché ha un satellite molto vicino, e di dimensioni dello stesso suo ordine di grandezza. La Luna ha infatti una forte influenza sulla Terra, per la sua attrazione gravitazionale. Anche la Luna, d’altra parte, ha una certa attività sismica, come conseguenza dell’attrazione terrestre.

    Dallo studio dello Spazio quanto possiamo apprendere?

    Penso sia la frontiera più avanzata che abbiamo davanti a noi. La comparazione con altri corpi celesti ci aiuterà a classificare e comprendere i meccanismi alla base della formazione e del funzionamento della Terra.

    La coperta degli investimenti è sempre un po’ corta, e le spese, nello spazio, ‘volano’. Sono fondi sottratti alla ricerca geologica terrestre?

    A volte la ricerca segue più l’immaginazione e la fantasia, che la reale utilità. Eppure, sotto di noi c’è il motore del sistema, che dobbiamo ancora conoscere appieno.

    Ci fa capire qualcosa sul nuovo modello per la geodinamica terrestre da lei proposto?

    E’ un modello in cui si suppone che la Terra sia fortemente influenzata da fattori astronomici, come le maree solide. Queste maree hanno una componente orizzontale che trascina la litosfera (il guscio esterno della Terra, spesso circa 100 chilometri) relativamente verso Ovest, rispetto al mantello sottostante, producendo una forte asimmetria nel sistema terrestre. Per questo fenomeno, a solo titolo di esempio, le Alpi sono più elevate degli Appennini.

    Oltre a Voltaire, quale opera di letteratura ad argomento geologico l’ha colpita particolarmente?

    Si può partire da Emilio Salgari, per arrivare a Charles Darwin, o anche a Benedetto Croce, con la descrizione della sua luttuosa esperienza durante il terremoto di Ischia del 1883 .

    E le sue preferenze letterarie più in generale?

    Amo soprattutto la saggistica. Per quanto riguarda gli italiani, apprezzo molto, tra i tanti, Carlo Rovelli e il Cardinale Gianfranco Ravasi. Saramago rimane uno dei miei autori preferiti.

    Uno o più film di fantascienza da suggerire?

    Interstellar, di Christopher Nolan.

    Quale musica ascolta?

    Amo molto la musica classica e il jazz. Da Beethoven a Wagner, da Thelonious Monk a Miles Davis, fino a Michel Petrucciani.

    La Terra e gli altri corpi celesti hanno un loro suono ascoltabile nello spazio?

    Non lo so, ma mi piacerebbe molto trasferire in musica la registrazione di un sismogramma.

    Ha gustato la riproduzione dei vini dell’antica Pompei?

    No, comunque apprezzo molto i buoni vini, dal vicino Prosecco, ai siciliani e ai lucani. Prediligo, ad esempio, l’Aglianico del Vulture, nato proprio su un vulcano spento.

    Quanto si influenzano a vicenda agricoltura e geologia?

    Il suolo è il prodotto della degradazione delle rocce circostanti. La composizione del suolo determina le caratteristiche chimiche delle produzione agricola, anche con riferimento ai vigneti. Suggerisco, al riguardo, il bel libro ‘Geologia dei vini italiani’ di Sergio Chiesa, Maria Bianca Cita, e Gino Mirocle Crisci.

    Dietro tutte le imponenti forze geologiche vede il caso o un’attività creatrice intelligente?

    Vedo delle regole ben precise, della chimica e della fisica, che governano il sistema.

    I sommovimenti dell’anima hanno qualcosa in comune con quelli geologici?

    La vita sulla Terra è il prodotto di una combinazione di eventi che possono sembrare dei miracoli, ma che hanno delle caratteristiche biochimiche precise. La nostra intelligenza, intesa come capacità di elaborare le informazioni, è cresciuta moltissimo, e con essa, anche il rapporto con il trascendente.

    Last, but not least. Cosa pensa di BIOGEO, che ha visitato in passato e che ben conosce, vista la collaborazione dell’INGV alla sua realizzazione e alla sua crescita?

    Penso che Biogem, nelle sue varie articolazioni, sia una straordinaria realtà del Centro Sud e un esempio estremamente virtuoso di rapporto pubblico-privato nell’ambito della ricerca e della sua applicazione industriale.

     

    Ettore Zecchino

     

     

     

     

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