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    Francesco Trepiccione

    Professore associato presso l’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’, Francesco Trepiccione è responsabile dell’area di Nefrologia Traslazionale di Biogem, sotto la diretta supervisione del direttore scientifico dell’Istituto, Giovambattista Capasso, del quale può dirsi un brillante allievo. Autore di diversi studi sulle malattie renali rare e di lunghi soggiorni in alcuni tra i più importanti centri di ricerca medica del mondo, anche per questo è stato insignito, dalla Società Europea di Nefrologia (ERA), del ‘Young Investigators in Traslational Sciences’ per l’anno 2022, intitolato al celebre nefrologo britannico Stanley Shaldon.

     

    Da giovane associato a giovane nefrologo traslazionale europeo dell’anno (primo italiano della storia). Professore, è il suo momento?

    Questo riconoscimento mi inorgoglisce particolarmente, in quanto nella mia giovane carriera ho sempre cercato di far convivere i due aspetti della clinica e della ricerca di base, in un profilo che oggi si riconosce a livello internazionale come ‘physician scientist’. Nella nostra scuola di Nefrologia, questo modo di approcciare la clinica e la ricerca è cominciato negli anni 70 ed ha resistito, con grande fatica, ai diversi filoni scientifici che in seguito si sono sviluppati. Ricevere oggi un riconoscimento internazionale così autorevole ha un grande significato non solo per me, ma anche per quei pionieri della nefrologia che hanno anticipato questo approccio.

    Quanto lunga e dura è stata la strada percorsa fino ad oggi?

    A guardare indietro è stata dura, ma non faticosa. La forte passione e l’entusiasmo per quello che facevo mi hanno infatti sempre spinto ad andare avanti. Non è sempre stato facile, anzi quasi mai, ma purtroppo in corsa si innesca un meccanismo perverso, per cui fermarsi costa sempre di più e il prezzo da pagare è tutto il lavoro fatto in precedenza. I momenti più tristi sono le rinunce che questo impegno totalizzante ti porta a fare, soprattutto quelle affettive e familiari. Quando salgono alla memoria fanno male.


    E quanto hanno inciso sulla sua crescita professionale Giovambattista Capasso e Biogem?

    Il professore Capasso è il mio mentore, ed è stato l’innesco di tutto il mio viaggio nella ricerca. Da studente di medicina mi ha invitato a seguirlo nell’ambito della fisiologia renale e ancora da studente mi ha spinto alla mia prima esperienza di ricerca in America, nel famoso NIH, a Bethesda. Biogem è l’Istituto che mi ha accolto e che mi ha permesso di esprimermi in autonomia quando sono rientrato dal mio post-doc francese, nel 2016. Ha rappresentato un terreno fertile per le mie idee e per i ragazzi che ho coordinato in questi anni.


    Il più rilevante tra i suoi soggiorni di studio all’estero?

    Tutte le mie esperienze di lavoro all’estero sono state fondamentali, ma credo che il soggiorno in Danimarca sia stato quello più formativo. Qualcuno ha detto che sono partito studente e sono tornato scienziato da lì. Inoltre, è un rapporto che non si è mai interrotto, per i numerosi scambi di dottorandi e post-doc che abbiamo avuto in questi anni in entrambe le direzioni. Ritornerò lì tra qualche mese come visiting-professor. 


    In Italia, e, nello specifico, in Campania, in quale stato di salute è la ricerca nefrologica?

    Il rene è un organo complesso e la sua disfunzione è causa di tanti aspetti clinici rilevanti. Pertanto è oggetto di studio intenso. La ricerca italiana si distingue nel mondo, ma ad oggi pochi sono i laboratori che, nel nostro Paese, si occupano di ricerca di base sul rene. In Campania ci sono senza dubbio degli ottimi istituti.


    I vantaggi e gli inconvenienti della provincia nella sua esperienza professionale e umana?

    La provincia rischia di pagare un certo isolamento e la lontananza dalla multidisciplinarietà, tipica delle grandi aree metropolitane. Tuttavia, se una lezione abbiamo imparato con la recente pandemia, è l’ampio utilizzo delle video-conferenze. Ciò ha ridotto le distanze e ha avvicinato tutti. Infine, le piccole realtà di provincia consentono di sviluppare al meglio il senso di appartenenza.
    In definitiva, più che alle dimensioni di un centro credo si debba guardare all’età media dei suoi ricercatori e al turn-over dei giovani. Basti pensare alle piccole, ma grandi università centro europee, che rappresentano dei punti di eccellenza, pur essendo lontane dalle grandi capitali.


    A quali studi del suo passato è più legato?
    C’è un’osservazione, che abbiamo fatto quasi per caso, proprio in Danimarca, durante una giornata al microscopio, quando abbiamo identificato un nuovo tipo cellulare, con caratteristiche intermedie tra due cellule ben note. La sua presenza suggeriva l’esistenza di uno stato intermedio, risultato della inter-conversione dei due tipi cellulari. La pubblicazione di questo risultato non ha avuto all’inizio molto seguito (nel 2013), ma adesso è risultata essere una grande intuizione, confermata da solidi esperimenti e molto citata nel nostro campo. Questo ci inorgoglisce e spero sia di stimolo a non autocensurarsi quando non si concorda con le opinioni dominanti.

    E oggi?
    Sono molto fiero di un lavoro, realizzato a Biogem, che sta per uscire e che credo sarà di grande impatto per alcuni pazienti affetti da una rara malattia sistemica, la glicogenosi 1b. In questo studio chiariamo infatti l’efficacia di un nuovo trattamento per questi stessi pazienti, al momento orfani di terapie mirate.


    In cosa consiste l’approccio traslazionale che così fortemente caratterizza la sua attività di ricerca in Biogem?

    L’approccio traslazionale che impronta la nostra ricerca si basa sulla stretta collaborazione tra il nostro reparto di Nefrologia dell’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ e il laboratorio di ricerca di Nefrologia Traslazionale di Biogem. Siamo un centro di riferimento europeo per le malattie renali rare e questo ci consente di approfondire alcuni aspetti fondamentali direttamente nei pazienti. È infatti al letto del paziente che sorgono le domande cliniche e diagnostiche a cui cerchiamo di dare risposta in laboratorio. Riprodurre modelli di malattia e cercare di guarirli ci consente di verificare ipotesi terapeutiche efficaci.
    Quando questo lavoro riguarda farmaci o trattamenti già approvati e disponibili per altre indicazioni (riposizionamento) il beneficio per il paziente è quasi immediato. Questa è la strada che stiamo percorrendo per due malattie renali rare, attualmente sottoposte a un processo di revisione tra pari.


    Trova sensata una differenziazione marcata tra ricerca di base e ricerca clinica?

    Sono ambiti diversi che spesso vanno in parallelo. La ricerca traslazionale fa in modo che queste strade si incrocino e genera innovazione.


    Personalmente, per quale propende?

    La nostra attività di ricerca è incentrata sullo studio dei meccanismi molecolari alla base delle patologie renali e sullo studio della fisiologia renale, ovvero del funzionamento dell’organo. È questa la mia passione. Tutto ciò non è necessariamente lontano dai pazienti, ma, al contrario, mette a disposizione tecniche sempre più innovative al servizio dello stesso paziente. Nei prossimi anni si affermeranno sempre di più le applicazioni ‘omiche’ per la diagnosi clinica. Utilizzarle ai fini di ricerca con diversi anni di anticipo offre degli indubbi vantaggi culturali.


    Le sue passioni fuori dal Laboratorio?

    Negli scampoli di tempo leggo libri e mi diverto a comprare e costruire i lego con mio figlio.


    Le è mai capitato di coniugare arte e scienze?

    L’arte è fonte di ispirazione, perché mostra aspetti della vita che non tutti sono in grado di vedere. In alcuni interventi informali mi piace trasmettere messaggi scientifici modificando immagini di quadri o sculture famose. Un metodo di grande effetto e capace di trasmettere facilmente il concetto.


    Il suo rapporto con il meeting ‘ Le Due Culture’?

    Devo dire che il meeting annuale che si tiene a Biogem sugli aspetti scientifici e umanistici della cultura è davvero di alto impatto. Sono mondi che hanno bisogno di dialogare e che possono beneficiare l’uno dell’altro. All’inizio mi sentivo un pesce fuor d’acqua assistendo ad alcuni interventi di filosofia o di etica, ma poi ho capito che alcune metodologie di pensiero sono parte integrante delle scelte comuni quotidiane anche nella ricerca scientifica più tecnologicamente avanzata.

     

    Ci racconta qualcosa di Francesco Trepiccione fuori dal laboratorio?
    Credo di svolgere una vita tranquilla in famiglia, qualche volta viaggiando, e godendo sempre della compagnia di amici storici. Provo ad essere un buon padre.


    Le sue passioni più ‘resistenti’ nel tempo?

    Quando posso, leggo ancora del mondo romano antico, che mi affascina dai tempi del liceo. E poi, non ho mai smesso di comprare lego.

    Ettore Zecchino

     
    Davide Viggiano

    Laureato in Medicina e Chirurgia presso la Seconda Università degli Studi di Napoli, Davide Viggiano ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Morfologia Umana e Sperimentale e, successivamente, di specialista in Nefrologia. In seguito, è stato ricercatore di Fisiologia umana presso l’Università del Molise. Attualmente, è professore associato di Nefrologia presso l’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’.
    Autore di oltre 90 pubblicazioni su riviste internazionali, è nella lista dei Top Italian Scientists.
    Da qualche mese dirige, insieme al collega Francesco Trepiccione, il Laboratorio di Nefrologia Traslazionale di Biogem.

    Professore, cosa può dirci della sua esperienza passata a Biogem?
    Ho sentito parlare per la prima volta di Biogem circa 20 anni fa, durante il mio dottorato di ricerca in Anatomia. Le notizie che giravano nei laboratori che frequentavo facevano sognare ai giovani ricercatori di poter avere un giorno la possibilità di venire a lavorare in questo favoloso centro, super tecnologico e dotato di una delle più grandi ‘animal house’ del Meridione. Non avrei mai immaginato che 20 anni più tardi avrei avuto la opportunità di coronare questo sogno.

    Ci delinea i suoi programmi come coordinatore del Laboratorio di Nefrologia Traslazionale?
    Vorrei in primo luogo spiegare il significato di questa denominazione, che è di per sé un programma di ricerca molto ambizioso.
    ‘Nefrologia’ è lo studio dei reni, delle relative malattie, ma anche di tanti organi il cui funzionamento si altera a seguito di una malattia renale. E, per formazione, io presto attenzione al danno cerebrale a seguito delle malattie renali.
    ‘Traslazionale’ è invece il desiderio di non rimanere fermi al laboratorio, ma di avere un continuo dialogo con il mondo clinico. Tradurre cioè i problemi dei pazienti in esperimenti di laboratorio, e poi tornare a loro con queste nuove informazioni.
    Si tratta di un progetto ambizioso e difficile, ma è ciò che di più completo ha da offrire oggi la scienza.

    In particolare, a chi o a cosa risale questo nuovo approccio ‘neurologico’ alle patologie renali, fortemente seguito da Biogem?
    Questo curioso punto di contatto fra due temi così distanti, il rene e il cervello, nasce per una singolare coincidenza astrale. Più di dieci anni fa, dopo una vita di studi sul cervello, incontrai il professore Capasso, attuale Direttore Scientifico di Biogem, il quale mi fece notare che molti pazienti con malattie renali hanno problemi a ricordare di prendere i farmaci. Da questa osservazione casuale nacque un’interazione forte, che mi ha portato a divenire nefrologo, ma con un costante ‘focus’ sui problemi neurologici di questi pazienti.

    Dovremmo, quindi, dire il contrario?
    Certo, si pone il problema se è il rene a modificare l’attività del cervello o il contrario. In fin dei conti, quale organo non è controllato dal cervello? Io credo, però, che questa ‘cerebralizzazione’ del nostro corpo porti a dimenticare che quasi tutti gli organi finiscono per influenzare l’attività cerebrale. Un banale mal di stomaco, ad esempio, può rendere molto difficile la semplice attività del pensare!

    Tale evoluzione ha a che vedere con l’approccio traslazionale e multidisciplinare alla base della direzione Capasso?
    Precisamente. L’approccio traslazionale è una caratteristica del laboratorio guidato dal professore Capasso. Chi lavora al bancone del laboratorio non deve perdere di vista il paziente. Per questo noi teniamo molto a che tutti i collaboratori vengano anche in clinica, al fine di conoscere meglio la patologia che cercano, successivamente, di studiare in laboratorio. Allo stesso tempo, stimoliamo continuamente i medici a frequentare il laboratorio. Senza questa esperienza bilaterale si ingenerano facilmente distorsioni nella comunicazione tra ricercatori e medici, rischiando che questi ultimi non recepiscano compiutamente i risultati di tali studi.

    Allargando ulteriormente il campo di analisi, crede che la vocazione bi-culturale di Biogem potrà suggerirle nuovi approcci nella ricerca medica?
    Questo è un punto basilare. La scienza non è che una piccola branca della filosofia e la filosofia non è che una parte delle scienze umane. Una società che chiede una tremenda specializzazione agli scienziati, senza offrire loro alcuna possibilità di vedere dove si colloca, in questo ampio panorama culturale, il loro piccolo contributo, non può che avere una falsa impressione di crescita, mentre fallisce nel trovare i bersagli. Senza un approccio storico alla scienza si ripeteranno gli stessi esperimenti e si tornerà di continuo a usare le stesse teorie già scartate nel passato. Senza un approccio umanistico alla conoscenza si perde di vista il senso stesso delle proprie attività in laboratorio.
    Il colloquio con storici, filosofi, artisti, scrittori deve essere strutturale e non lasciato al caso.

    E in un’ottica ‘service’?
    Questo aspetto è altrettanto importante, anche se può ingenerare resistenze. Lo scienziato puro ritiene infatti che quel che fa non è qualcosa da dover vendere o di cui si debba percepire l’utilità immediata. Questo è vero un po’ in tutte le discipline, forse maggiormente nella matematica. Tali posizioni ‘pure’ dimenticano, tuttavia, che qualsiasi cosa si faccia nasconde una motivazione, e quest’ultima è, alla fine, molto vicina a quello che noi chiamiamo lo scopo della ricerca. Avere degli obiettivi chiari, come in un ‘service’, non trasforma la scienza in un processo ingegneristico, ma offre problemi reali da risolvere, puntando a trasformare in applicazioni pratiche le idee teoriche. Alcuni dei più grandi avanzamenti scientifici rispondono a un’ottica service, come l’implementazione del calcolatore, allo scopo di decifrare codici sempre più complessi.
     L’ottica service è molto spesso un punto di motivazione, piuttosto che un freno alla fantasia.

    Ci può fare qualche esempio?
    Certamente. Attualmente, nei nostri laboratori, abbiamo ricercatori impegnati a comprendere quali alterazioni cerebrali avvengono in presenza di una malattia renale. Questo è un approccio ‘puro’, una curiosità intellettuale. Nel dialogo con il clinico è tuttavia emersa la necessità di studiare alcuni sintomi neurologici comuni, come il tremore. Tale problema di tipo pratico, applicativo, ci ha portato a ideare un nuovo macchinario, in corso di brevettazione, che misuri il tremore nei pazienti con malattia renale e che sia di utilità al clinico.

    Quanto crede nella didattica all’interno di un centro di ricerca non universitario?
    E’ fondamentale. Il ricercatore deve imparare a trasferire le sue conoscenze ad altre persone. Che questo avvenga tramite informali incontri diretti, o con formali lezioni, poco importa. L’obbligo di trasferire le informazioni spinge il ricercatore a rivedere i propri dati, a spiegare meglio il motivo per cui fa certi esperimenti e ad interpretarne i risultati in modo critico. Tenere delle lezioni di fronte a una classe di allievi è forse un modo semplice, ben testato nei secoli, per obbligare i ricercatori a condividere, divulgare e criticare le proprie conoscenze e a formalizzare le proprie teorie. Quando insegna, il ricercatore è inoltre spinto ad aggiornarsi su un tema specifico, e questo gli permette di incasellare meglio la propria attività di ricerca.

    Un obiettivo concreto da raggiungere per il suo laboratorio?
    Scoprire come fermare il decadimento cognitivo nei pazienti con danno renale.

    Un limite da superare?
    L’egoismo e la tendenza all’isolamento. La ricerca richiede, invece, un continuo colloquio con altre menti.

    I suoi suggerimenti alla Direzione Scientifica?
    Sarebbe motivante per i giovani avere una bacheca in sughero dove appendere l’ultima propria pubblicazione scientifica. Questi ragazzi, infatti, lavorano tanto, e quando scrivono un articolo è giusto che lo condividano e che ne siano orgogliosi.

    Ettore Zecchino

    Luigi Marvasi

    Veterinario bio-tecnologo, dedito alla ricerca sperimentale eseguita secondo le Buone Pratiche di Laboratorio (BPL), Luigi Marvasi è bolognese di nascita e formazione, anche accademica. Nella città felsinea è stato socio fondatore del primo Spin-off dell’Alma Mater certificato GLP, e vanta numerose e prolungate esperienze anche in Toscana. Già veterano nella consulenza e direzione di Centri di Saggio, in questa veste è appena diventato parte della squadra di Biogem.
    Negli ultimi anni ha orientato le sue attività in ambito immunologico, con particolari approfondimenti sullo sviluppo di vaccini e anticorpi monoclonali e policlonali ad uso diagnostico e terapeutico.

     

    Dottore Marvasi, cosa l’ha spinta ad accettare questa nuova sfida a Biogem?
    Lavorare nella ricerca applicata di tipo regolatorio è sempre stata la mia più autentica passione e il progetto di Biogem mi ha convinto per la sua qualità complessiva e per i programmi e le prospettive concordati.

    Ci confida le primissime impressioni sulla struttura e sul territorio?
    La struttura è molto ben pensata e studiata, non solo da un punto di vista infrastrutturale. Mi ha inoltre subito colpito la tenacia e la forza di volontà degli irpini, una popolazione appenninica evidentemente forgiata da non poche vicissitudini storico-geografiche. In questo senso, mi ricordano molto le genti della mia Emilia. Mia nonna era originaria di Montese, un paesino di montagna, e mio nonno di Bentivoglio, nella pianura bolognese.

    E, in particolare, sullo stabulario?

    Lo stabulario è il cuore pulsante di un Centro di Saggio, e quello di Biogem può contare su importanti strutture. Credo, tuttavia, che vadano ottimizzate. Molte procedure sono infatti ridondanti e complessivamente rallentano il lavoro.

    Conosce la realtà delle ‘Due Culture’?

    Ho partecipato all’edizione del 2021 e mi è molto piaciuta l’idea alla base di questo ormai storico meeting. Credo, infatti, che la vera cultura nasca proprio dall’incontro tra questi due mondi.

    In parole semplici, cos’è un Centro di Saggio?

    Un insieme di persone, strutture, strumenti, spazi e competenze, che consentono di generare dati sperimentali affidabili e robusti in ambito farmaceutico.

    Quante strutture di questo tipo sono presenti in Italia e quali sono le più prestigiose?

    All’incirca sono meno di una decina, almeno quelle con certificazione GLP (Good Laboratory Practices). Di particolare rilievo si possono considerare i Centri di Saggio di Pomezia (ERBC), di Verona (Aptuit) e di Ivrea (Merck-Serono).

    Come intende ‘organizzare’ il suo lavoro a Biogem?

    In questa prima fase, trascorrendo una buona parte delle mie ore di attività affiancando fisicamente i ricercatori, per capire fino in fondo le loro esigenze e i loro punti di vista. In seguito, semplificando tutte le procedure operative fino ad ora sviluppate.

    Da veterinario, quale attenzione ritiene si debba avere con gli animali da laboratorio?

    Il mondo degli animali da laboratorio richiede competenze estremamente specialistiche, che presuppongono molta formazione e una curva di apprendimento lunga nel tempo. D’altra parte, se possiamo considerare relativamente difficile fare un prelievo di sangue ad un uomo di 50 chili, figuriamoci a un topino di 20 grammi! Lo stesso vale per la somministrazione di un farmaco per via venosa, oppure per l’esecuzione di una ecografia. Dobbiamo fare in modo che gli animali siano mantenuti nelle migliori condizioni ambientali possibili. Prima di iniziare ogni studio, ad esempio, è necessario passare attraverso fasi anche lunghe di training, per aiutare l’animale a rapportarsi nel modo migliore con gli operatori e abituarsi alle manualità alle quali sarà sottoposto. L’animale non deve essere sottoposto  a stress inutili, non solo per ovvi motivi etici, ma anche per una ottimale riuscita dell’esperimento a cui è sottoposto, che si traduce in dati affidabili e predittivi.

    Quali specie possono aiutare maggiormente la ricerca?

    Roditori a parte, in senso generale credo che un nuovo modello animale  da incrementare sia quello suino.

    E lo zebrafish?
    Si tratta di un modello sperimentale molto interessante, che presenta notevoli vantaggi in termini di costi e di cui esistono moltissime linee transgeniche, funzionali ai tanti innovativi studi di tipo tossicologico nel campo della genetica (basti pensare al settore dei contaminanti), dello sviluppo embrionale e dello sviluppo dei tumori.

    Si intravede, almeno in alcune branche, la possibilità di farne a meno?

    Già si utilizzano esclusivamente modelli sperimentali in vitro in settori di rilievo come  quello dei cosmetici (per citare solo il caso più significativo). Anche in ambito farmaceutico diversi modelli sperimentali in vivo sono stati sostituiti da studi effettuati su linee di colture cellulari.
    La sua esperienza sulla produzione di anticorpi monoclonali e policlonali, e soprattutto quella sui vaccini, può essere funzionale a un ruolo ancora più diretto di Biogem nella lotta alla pandemia in corso?

    Direi di si. Abbiamo infatti appena avviato due studi finalizzati alla creazione di un vaccino contro il COVID-19 sviluppato da un’azienda italiana in collaborazione con Vismederi, realtà con la quale collaboro da più di 11 anni. Ci occupiamo, in particolare, degli studi finalizzati alla valutazione della capacità del vaccino di indurre la produzione di anticorpi protettivi, e di verificarne la sicurezza dopo la somministrazione.

    Più in generale, quali prospettive e scenari nuovi possono aprire le ricerche sugli anticorpi monoclonali e sui vaccini?

    Gli anticorpi monoclonali rappresentano la terapia più efficace e mirata che si sta mettendo a punto per l’uomo. In prospettiva, grazie a loro, si punta a creare uno specifico farmaco per ogni singolo malato, anche e soprattutto, in campo oncologico. I vaccini, oltre ad avere una ricaduta estremamente importante in vari settori della medicina, possono anche contribuire a rafforzare la posizione dell’industria farmaceutica italiana. Il tassello mancante è la ricerca preclinica su modelli di infezioni sperimentali su modelli animali.

    Il Sistema Paese, inteso come politica, cosa può fare in questa prospettiva?
    Su due piedi direi che andrebbero semplificati gli iter autorizzativi e le varie procedure a questi collegate. In secondo luogo, si dovrebbero distribuire in maniera più oculata i finanziamenti a disposizione, attualmente elargiti a pioggia, senza una precisa programmazione.

    Ci rivela, infine, il suo sogno scientifico da realizzare a Biogem?

    Contribuire a creare un centro per lo studio e lo sviluppo dei vaccini di rilevanza europea.

    Ettore Zecchino

     



     

    Claudio Pisano

    Veterano di Biogem, dove ricopre funzioni di vertice nell’area Servizi dal lontano 2013, attualmente Claudio Pisano coordina le attività di Ricerca Preclinica e Sviluppo dell’istituto irpino. In precedenza aveva diretto, per 14 anni, il Dipartimento di Oncologia della Sigma-Tau, a Pomezia. In questo periodo, il Dr. Pisano ha portato con  successo  alla identificazione e allo sviluppo clinico tre nuovi antitumorali. Uno di questi, denominato Gimatecan, è stato oggetto di accordo con l’azienda farmaceutica Novartis, per il suo completo sviluppo clinico.

    Biologo, con abilitazioni a Professore Ordinario per la Biologia Molecolare e per la Biochimica, riconosciuta dal MIUR nel 2013, vanta esperienze al CNR e alle Università ‘Federico II’ di Napoli ‘e La Sapienza’ di Roma , riversate in una più che ventennale attività di ricerca applicata all’industria farmaceutica.

    Dottore, ci racconta i suoi primi passi a Biogem?

    Ho conosciuto Biogem qualche anno prima di lasciare Sigma-Tau, poiché ero interessato ad esternalizzare alcune attività sperimentali, che in quel periodo erano di interesse di Sigma-Tau. Ciò ha mi ha portato a conoscere meglio le potenzialità che, nell’ambito della Ricerca applicata , Biogem possedeva.

     Per questo motivo, ho accettato volentieri la proposta del Presidente di Biogem di entrare nell’organico dell’Istituto. Nel primo periodo ho riorganizzato quelle che erano le modalità  e le tipologie  sperimentali condotte per sponsor esterni, quali Università e Aziende Farmaceutiche. In quest’ambito, ho guidato il personale afferente ai diversi laboratori da me coordinati ad adottare procedure sperimentali che rispondessero a requisiti di qualità  e tracciabilità del dato scientifico, come richiesto dalle attività sperimentali che mirano a verificare le potenzialità di un nuovo farmaco.

    Inoltre, volendo arricchire le potenzialità delle ricerche condotte in Biogem, sono stati sviluppati nuovi modelli sperimentali nel campo dell’oncologia, dell’infiammazione e delle malattie oculari, solo per citarne alcuni. Nel contempo, mi sono prodigato per la creazione  di nuovi laboratori, quali la ‘Protein Factory’, per la  produzione di proteine ricombinanti , i laboratori a servizio della Tossicologia Preclinica, e laboratori di Nutraceutica per l’isolamento e produzione di principi attivi di origine naturale. 

    E poi?

    L’impatto di tutte le nuove attività sviluppate ha portato all’assunzione di  nuovo personale, con specifiche competenze nei diversi settori, e ad implementare le  collaborazioni esterne con molte Università Italiane e soprattutto con aziende farmaceutiche, tra le quali Dompé, Treat-U, Inventiva, Bouty,Special Product’s Line, DiogenX e Dante lab.

    A quali successi professionali in Biogem è più legato?

    Penso che nella valutazione di quanto ho fatto durante la mia lunga vita professionale vi siano aspetti tangibili, come pubblicazioni, brevetti, riconoscimenti nazionali e internazionali, e aspetti meno ‘quantificabili’. ma che hanno un altrettanto grande valore a livello personale.

    Tra i primi, sicuramente, pur effettuando una ricerca molto spesso per conto di realtà esterne a Biogem, l’avere sempre interagito con la necessaria professionalità scientifica e competenza, ci ha portato a partecipare alla stesura e pubblicazione di numerosi lavori scientifici che hanno incrementato notevolmente la ‘visibilità’ di Biogem a livello nazionale e internazionale.

    Ancora, l’avere introdotto in Biogem nuovi modelli di mesotelioma, un tumore ad oggi incurabile,  ci ha permesso di aiutare lo sviluppo, a livello preclinico,  di un nuovo possibile approccio terapeutico per questo tumore.  Infatti,  la Company Treat-U con cui abbiamo collaborato, ha avuto quella che si chiama Orphan Designation, dalle agenzie regolatorie di controllo sui nuovi farmaci sperimentali EMA (Europea) e FDA (Stati Uniti), e quindi l’autorizzazione alla Sperimentazione Clinica.

    Infine, penso ai molti validi collaboratori di cui ho promosso l’assunzione in Biogem e che ad oggi rappresentano sicuramente un punto di forza delle ricerche farmacologiche che vengono condotte nella nostra realtà.

    Un maestro che le ha dato tanto?

    Ognuno di noi incontra nella sua vita professionale tantissime persone valide, ma se devo pensare a una persona che più di tutte ha segnato la mia vita professionale, penso a Paolo Carminati, che ho conosciuto in Sigma-tau in qualità di Direttore della Ricerca e Sviluppo. Un farmacologo, cresciuto alla scuola del professore Garattini, e con esperienze in diverse grandi Aziende Farmaceutiche, sempre come Direttore R&D.

    A proposito di collaboratori, ci indica i progetti in corso nel suo settore a Biogem e l’organizzazione interna per realizzarli?

    In questo momento sto seguendo diversi progetti, molti dei quali sono svolti per conto di aziende farmaceutiche, nel campo dei vaccini, nel settore delle molecole antidiabetiche e per il trattamento di patologie oculari.

    I progetti di cui sono in prima persona il Responsabile Scientifico o Principal Investigator, riguardano l’identificazione e lo sviluppo di nuovi antitumorali appartenenti a due classi farmacologiche distinte: Inibitori duali di POLA1/HDAC11; e nuovi inibitori di PARP. Senza entrare in dettagli meccanicistici, per la prima classe, i ‘duali’, abbiamo identificato una molecola molto attiva, chiamata GEM144, che è in fase di sviluppo preclinico. Per quanto riguarda la seconda classe, abbiamo risultati molto promettenti su due nuove molecole, che sembrano possedere un’attività superiore a Olaparib, farmaco approvato per il tumore al seno triplo negativo e con mutazione di BRCA1/2.

    La ricerca viene condotta coinvolgendo, nelle fasi iniziali, laboratori per lo screening in vitro delle nuove molecole, poi, dopo approfondimenti vari che coinvolgono  valutazioni biochimiche/molecolari dell’attività sul target putativo delle molecole in esame, si passa ad una prima valutazione in vivo, su modelli specifici di malattia,  coinvolgendo quindi  l’Animal Facility e la Tossicocinetica.

    Come vede, è dall’interazione di tutte le diverse competenze presenti in Biogem che scaturiscono i risultati che pongono la struttura ‘Service Ricerca’ di Biogem in grado di effettuare una ricerca traslazionale di altissimo livello.

    Quali effetti sta producendo nel suo settore la pandemia in corso?

    Purtroppo, per diverse ragioni, l’impatto nel primo periodo di lockdown è stato un rallentamento importante di diverse attività sperimentali, dovuto alla difficoltà di approvvigionamento di materiali per la ricerca, unitamente alla impossibilità di essere tutti fisicamente presenti in laboratorio. Nell’ultimo anno, con la possibilità di vaccinarsi e quindi di non contingentare il numero di persone presenti nello steso momento in un laboratorio, le attività sono riprese a pieno ritmo. 
    In aggiunta, ricordo che, proprio in relazione alla Pandemia da Sars-CoV-2, vi è stato un maggiore interessamento a nuovi approcci terapeutici contro questo virus, e attualmente Biogem ha firmato un contratto di Ricerca con l’azienda SPL, per l’identificazione di nuovi farmaci che possano superare il problema delle diverse varianti virali di Sars-CoV-2.

     

    Ettore Zecchino

    Michele Farisco

    Responsabile dell’Unità di Filosofia ed Etica della Scienza di Biogem, Michele Farisco è Dottore di Ricerca in ‘Etica e Antropologia. Storia e Fondazione’ presso l’Università del Salento, e in ‘Filosofia e Neuroscienze’ presso l’Università di Uppsala (Svezia), dove sta sviluppando una ricerca multidisciplinare sugli aspetti neuroscientifici ed etici della coscienza e sulla filosofia dell’Intelligenza Artificiale. Ha scritto quattro monografie e decine di articoli, anche in inglese, sui temi del postumanesimo, del rapporto filosofia‐neuroscienze, della neuroetica, della coscienza.

    Dottore Farisco, in Biogem è una sentinella delle scienze umane. Cosa vede da questa prospettiva?

    Vedo un orizzonte di crescente sintonia tra i due poli in cui tradizionalmente il sapere umano è stato diviso, ossia scienze cosiddette esatte e science umane. Le ricerche condotte a Biogem, e la scienza contemporanea in generale, sono intrinsecamente rilevanti per la riflessione umanistica, e in particolare per quella filosofica, che nel mio piccolo, coltivo. Come, d´altra parte, le scienze umane, la filosofia in primis, possono affiancare le scienze nella definizione delle questioni da affrontare e nella ricerca delle relative risposte. Chiarire i problemi è il primo e più importante passo per poterli risolvere (o, per meglio dire, provare a farlo).

    Come è nato il suo rapporto con un centro di ricerca di bio-genetica?

    Dopo aver assistito all´inaugurazione del centro alla presenza del Premio Nobel Montalcini, non avrei mai immaginato che un giorno sarebbe diventato un posto così rilevante nella mia vita. Poi, casualmente, venni a conoscenza di un master in Biogiuridica organizzato da Biogem: avevo appena finito il mio primo Dottorato di Ricerca, avevo iniziato le mie ricerche in ambito bioetico, e quindi colsi al volo l´opportunità. Così ebbi modo di conoscere il Presidente Ortensio Zecchino, la cui lungimiranza ha fatto il resto.

    Ci racconta il suo percorso?

    Mi sono avvicinato alla Filosofia per ragioni, diciamo così, esistenziali. Successivamente è divenuta, oltreché una professione, il mio stile di vita. Dopo la laurea con il prof. Roberto Esposito a Napoli, ho svolto un Dottorato di Ricerca in Filosofia Morale presso l´Università del Salento, con la supervisione del compianto prof. Mario Signore e del prof. Pasquale Giustiniani. La mia ricerca era relativa al cosiddetto post-umano, e mi ha consentito di gettare un ponte con le scienze (in particolare, scienze computazionali e biologia evoluzionistica). Successivamente, con il Master in Biogiuridica organizzato da Biogem, mi sono avvicinato alle neuroscienze grazie all´intuizione della prof.ssa Laura Palazzani. Quindi, casualmente, ho iniziato un altro Dottorato presso l´Università di Uppsala, in Svezia, sotto la supervisione della prof.ssa Kathinka Evers, nell´ambito del progetto Europeo, 'The Human Brain Project', che mi ha consentito di sviluppare una rete di rapporti internazionali piuttosto vasta.

    Quali scambi fecondi registra tra la sua attività di Responsabile dell’Unità di Filosofia ed Etica della Scienza di Biogem e quella di ricercatore nella prestigiosa Università svedese di Uppsala?

    La mia attività in Biogem, a stretto contatto con il mondo della ricerca, mi consente di conoscere cosa c`è dietro le quinte, per così dire. Questo è importante per capire come la ricerca scientifica procede, quali sono le sue necessità e le sue priorità. In questo modo Biogem mi ha aiutato ad orientarmi nella mia attività internazionale. D´altra parte, dall`esperienza in Svezia ricevo costanti conferme della necessità e del valore di una riflessione filosofica ed etica sulla scienza.

    C’è ancora qualche speranza che il ‘suo’ postumanesimo si risolva in una palingenetica avanzata della tecnologia a vantaggio della libertà ed eguaglianza del genere umano?

    Il postumanesimo come lo vedo io è un processo in larga parte inevitabile i cui esiti, però, dipendono dalle nostre scelte, qui ed ora. Per me post-umanesimo vuol dire un´identità umana in stretta connessione con la tecnologia, “ibridata” con la tecnologia, per usare un termine tecnico. Ma questo non implica di per sè che l´uomo è antiquato, per parafrasare Günther Anders, né che sarà soppiantato da nuove forme di soggetti artificiali: l´uomo è una specie in evoluzione, e continuerà ad evolversi. Ciò che verosimilmente cambierà è la velocità e le modalità di tale evoluzione. Ma la responsabilità etica ricadrà sempre sul soggetto umano, nel bene e nel male. Tuttavia, devo dire, che ci sono molti segnali che suggeriscono che la direzione non è verso una maggiore libertà o uguaglianza: l´utilizzo dell´Intelligenza Artificiale, per esempio, porta con sè delle conseguenze rilevanti sulla privacy delle persone e sulle scelte politiche della nostra società, condizionando, in modo per lo più inconsapevole, i nostri spazi di scelta e di azione.

    Lei ha visto nascere e crescere le ‘Due Culture’, svolgendo un ruolo di primo piano nell’organizzazione e nella realizzazione delle sue 13 edizioni. Quale giudizio sente di poter dare di questa manifestazione? E quali interventi l’hanno maggiormente colpita?

    Devo dire che mi sono affezionato al nostro meeting, non solo intellettualmente, ma anche emotivamente. È cresciuto molto in questi anni, sia come spessore culturale, sia come risonanza mediatica. Ed è indubbiamente profetico il fatto di creare uno spazio di confronto  all´interno di un centro di ricerche di biologia e genetica molecolare. Tra i vari interventi che mi hanno maggiormente colpito voglio ricordarne due in particolare: quello di Jean Pierre Changeux e quello di Oliver Smithies, entrambi nell´ambito del Meeting su ‘La memoria e l´oblio’ del 2014. Changeux, con cui ho l´onore di collaborare, da buon erede dell´Illuminismo francese, incarna lo ‘scienziato filosofo’, il cui pensiero non è mai banale e sempre appassionato. Di Smithies mi ha colpito l`umiltà intellettuale: un Premio Nobel che ringrazia il proprio insegnante delle scuole elementari. Sfido a trovarne un altro.

    Nel 2022 il tema dominante sarà il rapporto tra arte e scienza. Da consumato attore teatrale le fischiano le orecchie?

    Eh, attore è una parola grossa: sono solo un amatore. Mi diverto a giocare con i ruoli e le maschere che le persone intorno a me mi assegnano (e si assegnano). Il teatro per me è uno spazio di libertà: divento Demiurgo di me stesso, e creandomi e ricreandomi sono in grado di ‘toccare’ e condizionare le emozioni del pubblico. È un canale comunicativo privilegiato. Credo che l´arte in generale sia questo. E probabilmente anche la scienza.

    In qualità di arianese doc e di conoscitore del mondo, quale giudizio può esprimere sul rapporto tra Biogem e il territorio circostante?

    Ho viaggiato molto e visitato molti centri di ricerca, in Europa, America e Asia. Posso dire che Biogem non ha nulla da invidiare a nessuno, sia nella “filosofia” che lo sorregge, sia nelle strutture in cui si organizza. È una sentinella per il territorio, una porta aperta verso il futuro. In un certo senso è anche un paradosso, il che spiega, almeno in parte, perchè spesso non è apprezzato come dovrebbe: in un contesto troppo ripiegato su stesso o afflitto da sentimenti di nostalgia per un passato che non c`è più, Biogem è una spinta ad alzare lo sguardo, ad essere parte attiva nella costruzione del nostro destino.

    Può descriverci i progetti realizzati, in corso e in programma nella sua Unità?

    In questo momento sono attivo su tre fronti in particolare: neuroetica; filosofia della coscienza; filosofia dell´Intelligenza Artificiale. In riferimento alla neuroetica, tra le altre cose sto curando un´antologia in lingua inglese su “Neuroetica e diversità culturale”. Sono molto contento perchè sono riuscito a coinvolgere una decina di ricercatori da diversi Paesi, sia europei sia extra-europei (tra gli altri, USA, Canada, Cina, Egitto, Argentina e Cile). Sulla filosofia della coscienza, la mia passione filosofica per eccellenza, sto coordinando, tra l´altro, un articolo multidisciplinare con 18 ricercatori da vari Paesi europei e di diversa formazione disciplinare  (neuroscienziati cognitivi, clinici, computazionali, eticisti, filosofi, e due associazioni di pazienti) su possibili nuove strategie per identificare la coscienza in soggetti comatosi, inclusi i relativi risvolti etici e filosofici. Per la filosofia dell´Intelligenza Artificiale sto coordinando un articolo con esperti del settore sulla cosiddetta ‘brain-inspired AI’, ossia l´Intelligenza Artificiale ispirata al cervello, con particolare riguardo ai possibili, inediti impatti etici.

    Qualche consiglio alla Direzione Scientifica?

    Devo dire che negli ultimi tempi abbiamo avuto modo di conoscerci meglio con il prof. Capasso, con il quale stiamo mettendo in piedi delle iniziative molto interessanti che vanno nella direzione di rinforzare ulteriormente la convergenza tra scienze della vita e scienze umane, già in atto anche in Biogem. Il professore Capasso mi ha infatti coinvolto in un network europeo impegnato nella ricerca sulla connessione tra patologie nefrologiche e patologie neurologiche. Abbiamo, inoltre, sviluppato insieme un ‘proposal’ per un progetto europeo su questi temi. Per cui posso solo compiacermi di questa attenzione verso le scienze umane, con la certezza che continuerà a caratterizzare Biogem.

     

    Ettore Zecchino

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