I protagonisti delle 2 culture

    Giuseppe Remuzzi

    Giuseppe Remuzzi

    Direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS, al vertice delle più importanti riviste mediche internazionali, Giuseppe Remuzzi è insieme clinico e accademico, scienziato e divulgatore. Dalla nefrologia, sua principale specializzazione, alla medicina interna, fino alla farmacologia, il professore Remuzzi ha spaziato e spazia, in lungo e in largo, in varie branche della ricerca medica. Editorialista del Corriere della Sera, bergamasco doc, è stato tra gli esperti più ascoltati e seguiti, anche dal grande pubblico, sui temi inerenti la pandemia in corso. Presidente del Comitato Scientifico di Biogem, ha partecipato alle edizioni 2015, 2019 e 2020 delle ‘Due Culture’.

    Professore, è opportuno somministrare un vaccino anti COVID-19 di tipologia diversa tra la prima e la seconda dose?

    Le ricerche fatte fino ad ora attestano che il mix di vaccini non solo funziona, ma garantisce una maggiore copertura. La validità della campagna eterologa è confermata, in particolare, da studi clinici in Spagna, Germania e Gran Bretagna.

    E perché?

    Premettendo che la vaccinazione eterologa è tutt’altro che una novità nella storia della scienza, limitandoci al caso COVID19, si è notato che l’utilizzo di due dosi di vaccino diverso consente di ottimizzare le peculiarità di ciascuno.

    Qual è il suo parere sui vaccini agli adolescenti e ai bambini?

    Per gli adolescenti il rapporto rischi-benefici suggerisce di somministrarlo tra i 12 e i 17 anni, per ragioni prevalentemente ‘altruistiche’. I ragazzi possono infatti diffondere la malattia, anche se, meno facilmente di quanto si crede. Per loro, come effetto collaterale grave del vaccino si è evidenziato solo un raro problema di miocardite. Si tratta, per fortuna, di una infiammazione curabile in pochi giorni. Certo, non è una priorità, e sarebbe decisamente opportuno vaccinare prima tutti gli adulti. Per i bambini non si hanno, invece, studi sufficienti per trarre delle conclusioni.

    E sul ‘caso Astrazeneca?

    Molti parlano di gravi errori di comunicazione. A mio avviso si tratta di uno slogan. In realtà, tutte le decisioni adottate hanno avuto una precisa giustificazione, allo stato delle conoscenze, in quel singolo momento. Semmai, si può ipotizzare un eccesso di precauzione.

    Perché Germania, Francia, Italia, Spagna, Olanda etc non sono state in grado di mettere insieme i propri know-how per realizzare insieme un vaccino europeo?

    Lo considero, al tempo stesso, un peccato e un errore. Insieme all'economista Massimo Florio ho proposto di istituire una Unione biomedica d’Europa, sul modello dell’Agenzia Spaziale Europea. Tra i suoi primi compiti, penserei proprio a un’attività di questo genere, incentrata sui vaccini a mRNA, rivelatisi, inoltre, particolarmente promettenti per la cura dei tumori e delle malattie autoimmuni.

    Ci può informare sulle ultime notizie promettenti in tema di cure?

    Al Mario Negri abbiamo sperimentato, con successo, l’uso di alcuni antinfiammatori comuni nelle fasi precoci della malattia. Uno studio prospettico di un gruppo di Oxford prevede, nella stessa fase, il ricorso a un cortisonico antiasmatico, semplicemente da inalare, con effetti straordinari. Nella fase precoce del male vanno bene anche gli anticorpi monoclonali, anche se la loro somministrazione è particolarmente costosa, e richiede competenze e strutture di livello ospedaliero. Quanto ai casi già ospedalizzati, si procede con supporto respiratorio (che, a rigore, non è una cura) cortisone, e alcuni farmaci antivirali sperimentati con successo, come il remdesivir.

    Sul fronte delle cure qualche errore lo registra?

    I medici di base lamentano l’assenza di linee guida aperte a questo tipo di approcci. In realtà un ente regolatore non può emettere linee guida, in assenza di numerose e concordanti evidenze scientifiche. Quello che si deve fare, quindi, è pubblicare subito il proprio lavoro, in modo da irrobustire la letteratura scientifica sul punto. In questo modo, si consente al medico di base di decidere con il massimo delle informazioni possibili. Un problema serio è rappresentato dal fatto che in Italia i medici di base sono liberi professionisti, quindi sottratti a una piena logica di sistema. Sarebbe opportuna una riforma complessiva, capace di coinvolgere maggiormente i giovani medici.

    Qual è l’ipotesi più probabile sull’origine del virus?

    Non lo sappiamo. Credo sia partito dai pipistrelli, e attraverso un animale intermedio sia arrivato all’uomo. Non si può, invece, né confermare, né escludere l’avvio di tale processo in un laboratorio.

    Quali precauzioni adottare per evitare una lunga stagione pandemica?

    Vaccinarsi tutti in tutto il mondo, magari anche sospendendo i brevetti.

    E per prevenirne altre?

    Organizzare un piano pandemico ad ampio raggio (creare infrastrutture adeguate, promuovere una sorta di intelligence pandemica e tanto altro).

    Quale può essere il ruolo di QuantiGem (realizzato da Biogem, ma ‘avallato’ dall’Istituto Mario Negri) in questa fase ormai avanzata della campagna vaccinale?

    Può essere un aiuto quotidiano nella valutazione dell’efficacia delle somministrazioni vaccinali presso diverse categorie di persone.

    Come spiega i successi oceanici, asiatici, e, in fondo, africani, nella lotta al COVID-19?

    Sull’Africa è in campo una spiegazione ‘genetica’ piuttosto complessa, che risale fino all’incontro tra homo sapiens e uomo di Neanderthal, dal quale sarebbe scaturito un fattore di rischio maggiore verso questo tipo di patologie. E gli incontri con i Neanderthal sono avvenuti fuori dall’Africa.
    Gli asiatici erano invece più preparati di noi a un evento del genere, a causa delle tante epidemie affrontate negli ultimi decenni. D’altra parte, si sa che in molti luoghi pubblici di quel continente si girava con la mascherina ben prima del COVID-19.
    Un discorso simile, riferito almeno a un maggiore stato di allerta, si può fare per l’Oceania.

    Perché l’Italia, in percentuale, sconta un tasso di mortalità da COVID-19 tra i peggiori del mondo?

    Nella prima ondata non eravamo preparati, e siamo stati travolti, soprattutto negli ospedali e nelle case di cura. Negli ospedali, in particolare, la presenza del virus andrebbe retrodatata di due mesi dal momento della sua scoperta. Le altre nazioni hanno, in parte, imparato da noi. Conta poi molto il ruolo degli anziani nella nostra società e la nostra abitudine a vivere insieme. Non dimentichiamo, tra l’altro, di essere il Paese più ‘vecchio’ d’Europa. Una spiegazione definitiva, onestamente non la riusciamo ancora a dare. Il tasso di letalità riflette, comunque, il numero dei positivi, sicuramente superiore a quello stimato. Abbiamo, inoltre, meno medici e infermieri di tante altre nazioni, con una ancora più carente organizzazione della medicina nei territori. Aggiungerei, infine, i continui tagli subiti dalla sanità negli ultimi anni in tutto il Paese.

    Da estimatore del Servizio Pubblico come concetto, entro quali limiti considera virtuoso il regionalismo sanitario?

    Il regionalismo è importante, perché consente di individuare le vere criticità di un territorio, partendo da chi lo conosce dall’interno. Le indicazioni fondamentali devono però essere date a livello centrale, come non è stato sempre fatto, ad esempio, per la vaccinazioni.

    Ha condiviso la priorità della vaccinazione a universitari e scolastici?

    Credo sia stato un errore, successivamente, in qualche modo, emendato.

    In più occasioni ha mostrato una certa stima per Barack Obama e la sua riforma della sanità statunitense. Può farci il nome di un politico italiano che le ha ispirato sentimenti analoghi?

    Certamente Tina Anselmi, responsabile della creazione del Servizio Sanitario Nazionale. Il passo avanti di Obama, importante in una realtà sostanzialmente incentrata sul privato, è stato purtroppo vanificato in modo sostanziale da Trump. Speriamo in Biden.

    Vorrebbe un ministro della Sanità o della Salute?

    Certamente della Salute.

    La soppressione degli ospedali minori consentirebbe a tutti cure ugualmente ‘qualitative’, in strutture adeguate. Sopprimere ospedali in tante aree disagiate o isolate non può però portare, nei fatti, a una denegata sanità per un’ampia fetta della popolazione italiana?

    A smentire questa tesi c’è l’esempio del Trentino, dove sono stati soppressi tutti i piccoli ospedali, sostituiti da più snelle, ma efficienti e tecnologiche ‘Case della Salute’, straordinari filtri tra la medicina territoriale e quella ospedaliera.

    Dell’omeopatia non salva proprio niente?

    No, è un vero e proprio imbroglio. La sostanza da cui si parte è diluita così tanto che il prodotto finale non contiene nulla.

    Come è nato il suo rapporto con Biogem?

    Tutto è partito da un incontro con il professore Zecchino, del quale ho subito il fascino, e per il quale ho nutrito da subito una profonda ammirazione.

    Cosa pensa delle ‘Due Culture’?

    L’iniziativa è ammirevole. Per quanto riguarda la medicina, poi, visto il suo ‘lato umanistico’, il concetto può dirsi applicato in maniera costante.

    Quali suggerimenti può dare per migliorare il meeting?

    Semplicemente, di badare sempre alla qualità dei relatori.

    In ambito extra-medico, quali sono le sue passioni principali?

    Apprezzo molto la montagna, soprattutto come momento di evasione dal quotidiano.

    Un film, un libro, un’opera musicale o figurativa a tema ‘medico’ da consigliare?

    Mi limito a un libro, e a tema non medico. Mi riferisco a ‘Mussolini e gli Inglesi’, di Richard Lamb, che dimostra come tanti uomini sono morti perché Inglesi e Francesi non hanno compreso la natura narcisistica di Mussolini, ossessionato soprattutto dal mancato riconoscimento britannico dell'Impero italiano. In generale, per Lamb, il dittatore italiano sarebbe stato conquistabile con poco alla causa inglese. Intransigenze e miopie della classe dirigente di quegli anni lo avrebbero, invece, ‘regalato’ a Hitler. I grandi disastri della storia, a volte, nascono da inezie.

    Idratazione e alimentazione indotta sono già accanimento terapeutico?

    Solo se somministrate a persone con nessuna speranza. In generale, quando c’è anche una minima, realistica, possibilità di cura, non parlerei di accanimento terapeutico.

    Una persona animata da una qualche fede religiosa affronta meglio la sofferenza?

    Di solito, si. Chi crede in qualcosa ha infatti una ragione in più per combattere la battaglia contro una malattia, innescando, nel nostro organismo in lotta, reazioni chimiche favorevoli.

    I reni sono in grado di filtrare anche i mali dell’anima?

    Assolutamente no.

     

    Ettore Zecchino


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