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    Giovambattista Capasso

    Giovambattista Capasso

    In occasione del conferimento del prestigioso Premio Gabriele Monasterio, conferitogli dalla Società Italiana di Nefrologia (SIN), il professore Capasso rivive con Biogem alcuni momenti salienti della sua vicenda umana e professionale.

    Professore, ci descrive le emozioni provate alla notizia di un riconoscimento così importante per la sua carriera?
    Quando, lo scorso Luglio, il Presidente della Società Italiana di Nefrologia, il professore Piergiorgio Messa, mi ha comunicato che il Consiglio direttivo della SIN, su sua proposta, mi aveva assegnato un premio alla carriera, individuandomi come il migliore nel campo della Nefrologia Innovativa, devo confessare che mi sono  sentito molto gratificato.  Senza alcun dubbio questo riconoscimento mi ripaga dei sacrifici di una vita.

    Ce li racconta?
    Nel momento in cui, tanti anni fa, mi sono approcciato alla nefrologia, questa era una disciplina relativamente giovane. Ho quindi assistito in prima persona alla sua crescita esponenziale, avvenuta nei decenni scorsi grazie alla creatività e curiosità di tanti colleghi che, per rispondere alle esigenze dei pazienti nefropatici, hanno allargato le conoscenze settoriali, contribuendo in modo sostanziale al progresso generale della medicina. Oggi riusciamo a prevenire molte malattie nefrologiche. A titolo di esempio, sappiamo come far rallentare la progressione della insufficienza renale cronica e abbiamo reso la dialisi una valida terapia sostitutiva, per non parlare dei rilevanti successi nel campo dei trapianti. In altre parole, i nefrologi hanno fatto sì che la ricerca si materializzasse in innovazione della prevenzione, diagnosi e terapia delle malattie renali. Queste considerazioni mi hanno riportato indietro di 50 anni, quando, giovane studente di medicina, bravo ma non secchione, ero alla ricerca della risposta a una domanda tipica in quel periodo della vita: cosa fare da grande? Avevo già avuto esperienze di internato in biochimica, patologia generale e farmacologia, ma nessuna di queste branche della medicina mi aveva particolarmente colpito, perché prive del contatto umano con il paziente. La mia grande passione era la neurologia, ma la frequentazione della corsia neurologica non fu per me esaltante, forse perché, a quel tempo, i confini tra la psichiatria e la neurologia non erano ancora ben delineati.

    Quindi, la nefrologia non fu il primo amore?
    Non proprio. Ero comunque attratto ed incuriosito dallo studio del rene (a quel tempo la nefrologia come disciplina clinica non si era ancora affermata) e mi ero interessato soprattutto alla parte fisiologica e al controllo del bilancio idro-elettrolitico ed acido-base. Mi parlarono, quindi, del professore Carmelo Giordano, un giovane assistente del grande fisio-patologo Flaviano Magrassi, che era da poco tornato dagli Stati Uniti e che si interessava di malattie renali. Decisi che dovevo conoscerlo.

    Un incontro, una svolta?
    Ricordo tutto di quella mattina, che, effettivamente, indirizzò tutta la mia vita professionale. Il suo studio era un ‘bugigattolo’ di pochi metri quadri. Per accedervi si passava attraverso una stanza-laboratorio in cui c’erano delle gabbie con dei topolini; in un angolo notai una sorta di frigorifero basso, con coperchio di vetro. Il professore Giordano era impegnato con la sua segretaria (una signora di media età, molto ‘british’) per cui, nell’attesa, scambiai qualche battuta con un collega, che armeggiava intorno ai topolini. Era il mai dimenticato Giuseppe Capodicasa. Domanda ovvia: perché questi ‘animalucci’ qui? Mi spiegò che il professore stava studiando l’effetto dei vari aminoacidi sul sistema immunologico, valutato con l’attecchimento del trapianto di cute. E quell’arnese che sembra un frigorifero? Serviva per studiare il metabolismo azotato delle marmotte durante il loro periodo di letargo. Rimasi affascinato!
    Il successivo, breve colloquio con Carmelo Giordano mi convinse ulteriormente che quella era la mia disciplina: avrei fatto il nefrologo. E così fu.

     
    E poi?
    Gli anni successivi furono sudatissimi, emozionanti, intensi. Tesi di laurea sperimentale con Natale De Santo che, nonostante un malcelato disappunto del professore, avevo scelto come tutor. Primo stage all’estero presso il ‘Max-Planck’ per la Biofisica di Francoforte dove, sotto la direzione di un gigante della fisiologia, il professore Karl Ullrich, imparai la tecnica della micropuntura renale, una metodologia sofisticatissima per lo studio della funzione del tubulo renale e pubblicai il mio primo lavoro scientifico (ancora oggi citato dalla letteratura).
    Segue il ritorno in Italia e l’organizzazione del laboratorio di micropuntura renale, sotto la guida di Natale (siamo stati insieme una vita intera). Poi, a causa della chiusura del Policlinico per il terremoto del 1980, che mi strappò gli affetti più cari, privandomi di gran parte della mia famiglia di origine, avendo vinto alcune delle più prestigiose borse di studio (Fulbright, Fogarty e Nato, scritte in una roulotte!) trascorsi insieme alla mia nascente famiglia un lungo periodo negli USA. 

    La passione per la ricerca l’ha quindi aiutata a superare un momento così tragico?
    Direi proprio di si. A New York frequentai il Dipartimento di Fisiologia e Biofisica dell’’Albert Einstein College of Medicine’, dove, sotto la guida di Rolf Kinne, appresi la metodologia per isolare le membrane delle cellule tubulari renali ed ero di casa al centro di Nefrologia Pediatrica, uno dei primi al mondo. In seguito, mi trasferii a New Haven, presso il Dipartimento di Fisiologia Cellulare e Molecolare della Yale University, dove, accanto ad uno dei più grandi fisiologi renali, Gerhard Giebisch, completai la mia preparazione sui meccanismi molecolari che regolano l’attività tubulare renale. Qui appresi i primi rudimenti della genetica funzionale, che allora stava nascendo, avendo sempre un contatto stretto con i colleghi nefrologi clinici. Alla Yale University ho pubblicato una serie di lavori sull’equilibrio acido-base che stanno resistendo “all’insulto del tempo”, segno inequivocabile che sono ancora validi, un metro di giudizio molto accettato nella comunità scientifica. L’esperienza americana fu arricchita dalla nascita di Anna (Nunu), la mia secondogenita, che portò una carica di gioia ed infinita tenerezza nella mia giovane famiglia.

    Un cervello in fuga?
    Assolutamente no. Al ritorno in Italia ho cercato di applicare nella pratica clinica quello che avevo imparato durante i lunghi anni trascorsi all’estero. Da qui la mia passione per le tubulopatie, un ramo della nefrologia che per molti colleghi è ancora un rompicapo, se non una rottura di scatole. Per me, invece, è sempre stato un impegno quotidiano, soprattutto quando si è trasformata in una compiuta disciplina clinica, grazie alla diagnostica genetica, insostituibile per la diagnosi, ed alla ingegneria genetica, utilissima per riprodurre in modelli animali le patologie umane a carattere ereditario. Questo cocktail tecnologico, traslato in clinica ed applicato a coorti di pazienti, è risultato veramente innovativo.

    Risale a quel periodo il primo contatto con l’Istituto che attualmente dirige?
    L’incontro con Biogem non poteva non avvenire in un momento più propizio. Gli spazi, le attrezzature ed il suo straordinario stabulario mi hanno permesso di creare un centro di ricerche in nefrologia di base che, insieme con l’Unità Operativa Complessa di Nefrologia della Vanvitelli, di cui nel frattempo ero diventato responsabile, formano uno straordinario Centro di Ricerca Nefrologico Traslazionale. Questo è provato dal fatto che, quando a livello europeo si è costituita la rete delle malattie rare, immediatamente è stato riconosciuto come centro di riferimento internazionale nel campo delle malattie rare nefrologiche (ERNKnet)

    E intanto si profilava un percorso parallelo?

    Proprio così. Nel 2012 sono stato eletto presidente della SIN (Società Italiana di Nefrologia), altra tappa fondamentale della mia carriera, che accademicamente è stata un po' tribolata e sofferta. In quella veste ho avuto compiti un po' diversi; ho dovuto pensare, in particolare, al ruolo della nefrologia nel rapporto con altre specialità, avendo sempre come obiettivo primario le esigenze del paziente.  Erano anni in cui i colleghi oncologi facevano progressi spettacolari e la malattia tumorale, da patologia d’organo, veniva ripensata come una malattia sistemica. Da qui la proposta che il malato oncologico andava seguito da una equipe di medici, tra i quali doveva esserci, necessariamente, il nefrologo. Del resto, numerosi studi hanno evidenziato come l’insufficienza renale sia un fattore di crescita del tumore. Devo dire, per la precisione, che la SIN è stata una delle prime società a sottolineare questa problematica, ribadita in un innovativo convegno internazionale, da me organizzato a Napoli. Da allora abbiamo cominciato a collaborare con i nostri colleghi oncologi ed abbiamo stipulato un accordo interaziendale con il più grande ospedale oncologico del meridione, la ‘Fondazione Pascale’, che ha istituzionalizzato la presenza, in qualità di consulente, di una collega nefrologa del mio gruppo.

    L’Italia di nuovo le stava stretta?
    Dopo l’esperienza nella SIN, sono stato eletto nel Consiglio direttivo della Società Europea di Nefrologia (ERA). Anche qui discussioni appassionate sui nuovi orizzonti della nefrologia, sempre in cerca di target innovativi clinici e terapeutici. Ho trasmesso ai colleghi dell’ERA Council la mia antica passione per le neuroscienze, convincendoli dell’assoluta necessità di collaborare con i neurologi che, nel frattempo, grazie all’introduzione delle nuove tecnologie di neuro-imaging, erano riusciti ad ‘aprire’ la scatola cranica, rendendo ‘visibili’ le funzioni delle varie circonvoluzioni cerebrali.
    Un dato molto solido, presente in letteratura, è la riduzione della capacità cognitiva dei pazienti nefropatici. Essa diventa generalizzata nei dializzati, anzi si accentua con il prolungarsi della terapia dialitica, portando molte di queste persone alla demenza. Tutto ciò legittima l’ipotesi che il rene sia indispensabile per una corretta capacità cognitiva. Per affrontare in modo scientifico una tematica così complessa bisognava assolutamente creare un gruppo interdisciplinare ed internazionale.


    E siamo alla stretta attualità?

    E già. Per questo abbiamo scritto un progetto, approvato con il massimo score dal programma COST di Horizon 2020. L’acronimo di tale progetto è CONNECT (Cognitive decline in Nephro-Neurology: an European Cooperative Target) e ne sono stato eletto coordinatore.
    Esso vede la partecipazione di oltre 100 ricercatori di varie discipline, provenienti da 27 Paesi europei, più gli Stati Uniti. Abbiamo già pubblicato una considerevole mole di lavori scientifici, generato nuove idee e progetti, organizzato tavole rotonde in diversi convegni per diffondere la problematica nella comunità scientifica.
    Biogem ha ospitato il primo incontro in presenza di questo network; è stato un grande successo, ribadendo il ruolo che questo centro di ricerca ha e potrà avere negli studi preclinici di CONNECT.


    In definitiva, a quali sue attività di ricerca attribuisce il conferimento di questo premio?
    Direi che i progetti in materia di tubulopatie con le malattie rare, quelli nel campo della nefro-oncologia e quelli nella nefro-neurologia probabilmente lo giustificano.

    Vuole ringraziare qualcuno in particolare?
    Queste idee non si sarebbero concretizzate se non fossi stato costantemente alla ricerca, durante la mia vita professionale, di compagni di viaggio, di allievi in grado di aiutarmi a mettere in pratica le intuizioni che ho avuto. Sono stato molto fortunato, e forse bravo. Negli anni ho costituito un gruppo che parla la stessa lingua, ha gli stessi obiettivi, condivide la stessa filosofia di vita: la ricerca alla base di tutto e la voglia di vedere applicate sul paziente quello che stavamo immaginando, sperimentando, studiando in modelli animali.
    E credo che sia un segno del destino se un pellegrinaggio a Lourdes mi abbia tolto la possibilità di ricevere personalmente questo premio, avendo contratto il COVID-19. Sono stato infatti ripagato da una gioia più grande, dal momento che la pergamena è stata ritirata, a nome del mio fantastico gruppo, da una delle mie più brave collaboratrici. Una felice conclusione per un altro capitolo di una vita appassionata ed intensa.

     

    Ettore Zecchino


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