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    Erminia Bianchino

    Erminia Bianchino

    Laureata in Farmacia all’Università degli Studi di Salerno, dove ha conseguito  il dottorato in Chimica farmaceutica, Erminia Bianchino è a Biogem dal lontano 2010, inizialmente nella veste di ricercatrice nell’area di Farmacologia Sperimentale e Biochimica Analitica, e dal 2017 nel settore Marketing, come Senior Sales Specialist. 

    Da pochi mesi è alla guida del laboratorio di Nutraceutica dell’Istituto arianese, che ha già rappresentato, in occasione della 61esima edizione del Simposio AFI (Associazione Farmaceutici Industria Società Scientifica), svoltasi lo scorso giugno a Rimini.

    Dottoressa, dal Marketing alla Nutraceutica, ci racconta il suo primo impatto?

    La maggior parte delle persone confonde il marketing con la pubblicità’, ma quest’ultima è solo uno dei tanti strumenti del marketing, che comprende molte altre attività. Dall’intero processo di ricerca di potenziali clienti, allo studio della modifica dei servizi per andare incontro alle esigenze e ai feedback degli sponsor, dall’individuazione e la comunicazione del punto di forza dell’offerta, alla costruzione dell’identità aziendale, che deve ispirare fiducia e garantire un’altissima qualità scientifica. Per questo, da un punto di vista operativo, le attività di marketing utilizzano un metodo scientifico, che garantisce efficacia, efficienza, affidabilità e rapidità di risultato. In un certo senso si può dire che lavorando al marketing non mi sono mai discostata dalla mia formazione scientifica.

    Occuparmi per Biogem della promozione dei servizi alla ricerca mi ha dato l’opportunità di studiare più dettagliatamente le attività scientifiche di tutte le unità dell’azienda, compresa quella dedicata ai prodotti naturali. Con l’aiuto dei professori e dei ricercatori sono entrata nel vivo delle attività sperimentali. Questo per me ha avuto un valore esperienziale preziosissimo. Non dimentichiamo che la prima regola per presentare efficacemente un prodotto (nel nostro caso un servizio) è quella di conoscere dettagliatamente ciò che si sta offrendo.

    All’inizio non è stato semplice, anche perché Biogem non fornisce prodotti, ma offre servizi scientifici. Ben presto, l’elevato know-how scientifico e l’eterogeneità delle attività di ricerca sono invece state il punto di forza per costruire le attività del marketing. Per me è stata un esperienza avvincente ed entusiasmante, che mi ha permesso di presentare l’azienda in tre edizioni Bio-Europe, ad Amsterdam, Copenaghen e ad Amburgo. Per i non addetti ai lavori, la Bio-Europe è la più importante convention europea del settore, che fa del partnering il suo elemento distintivo e che riunisce ogni anno i decision-makers del settore biotech e i rappresentanti internazionali del mondo finanziario. Biogem è ormai nota per il suo supporto e la sua elevata professionalità nell’ambito della ricerca preclinica e sanitaria alle aziende farmaceutiche e ospedaliere, alle industrie operanti nel settore delle biotecnologie e ai centri di ricerca universitari. 
    Spero di poter far valere questa esperienza acquisita in passato nella direzione dell’unità di Nutraceutica.

    Quali obiettivi si pone nell’ambito di questo nuovo incarico?

    Mi piacerebbe riuscire ad incrementare le attività sia nell’offerta del service sia nello sviluppo di nuovi progetti di ricerca. Si può lavorare bene non solo all’estrazione e alla liofilizzazione da matrici naturali, ma anche alla caratterizzazione dei principi attivi, mentre, con l’aiuto del nostro Centro di Saggio GLP, possiamo testare sicurezza ed efficacia di sostanze attive di origine naturale. Le competenze e le strumentazioni presenti in Biogem consentono inoltre di acquisire informazioni preliminari sull'effetto e sul meccanismo d'azione di molecole naturali, utilizzando metodologie all’avanguardia. 
    Uno degli obiettivi che mi piacerebbe raggiungere è sicuramente quello di lavorare alla ricerca e  allo sviluppo di un prodotto nutraceutico a marchio Biogem. Forse sarà anche la deformazione acquisita con il marketing, ma trovo che sia avvincente l’esperienza della ricerca finalizzata al prodotto. 

    Ci indica le linee generali del suo impegno in questa veste?

    Mi impegnerò a creare sinergie con altri gruppi di ricerca del settore, lavorando alla finalizzazione di collaborazioni produttive. Sarà importante dialogare con nuove aziende che sviluppano prodotti nutraceutici, nonché consolidare i rapporti con quelli che sono già nostri partner e/o sponsor. In questo momento posso avvalermi del prezioso contributo di una brillante ricercatrice, la dottoressa Simona Giacobbe, con la quale sicuramente condividerò ogni nuova idea progettuale. 
    Come già fatto in passato, seguirò congressi ed eventi di settore, possibilità uniche di ‘cross-contamination’. 

    Intanto, vanta una presenza non solo protocollare al recente meeting riminese dell’AFI?

    Quest’anno il 61° Simposio AFI è tornato in presenza a Rimini, dopo due edizioni digitali alle quali ci aveva costretto la pandemia, ed è stato un grande successo. Biogem ha partecipato come espositore, in un’edizione focalizzata sulla nuova era post-covid per il mondo farmaceutico. Ho riscontrato grande interesse per i servizi da noi offerti nel settore preclinico, soprattutto per l’applicazione in terapie avanzate e nello sviluppo e produzione di proteine ricombinanti e anticorpi monoclonali. Sono stati tanti i contenuti emersi e gli spunti di discussione che abbiamo approfonditi e sviluppati con i gruppi di ricerca di Biogem, una volta rientrati in azienda. Da questa edizione abbiamo tratto un’importante conclusione: l’industria farmaceutica ha saputo affrontare la fase acuta della pandemia ed uscirne a testa alta, dimostrando la capacità di continuare a produrre anche nelle fasi di maggiore criticità. 
    Quanto è stato fatto in maniera straordinaria durante il periodo pandemico dovrebbe diventare, oggi, e nel futuro, l’ordinario.

    In poche parole, cos’è la nutraceutica?

    Parte della risposta è contenuta già nella domanda, perché il termine ‘nutraceutica’ nasce dalla fusione delle parole ‘nutrizione’ e ‘farmaceutica’, per indicare la disciplina che indaga tutti i componenti o i principi attivi degli alimenti con effetti positivi per la salute, come la prevenzione e il trattamento delle malattie. Invece di mangiare e curarsi, la nutraceutica ci suggerisce come curarsi mangiando, approcciando l’argomento con la scientificità e il rigore che merita. 

    Quali sono i percorsi di studio consigliabili per occuparsene professionalmente?

    Sicuramente conseguire una laurea scientifica in Farmacia, Scienze e tecnologie farmaceutiche, Biologia e Biotecnologia è il presupposto per acquisire le competenze formative di base. Ci sono inoltre corsi di laurea specifici in Scienze Nutraceutiche, orientati all'acquisizione di conoscenze, capacità e competenze nell'ambito delle scienze farmaceutiche, con particolare riferimento ai nutraceutici, agli alimenti funzionali, agli alimenti medicali e agli integratori alimentari. Ci si può infine specializzare post laurea con dei master in nutraceutica, attivati da molte università italiane per rispondere alle richieste sempre crescenti di figure professionali qualificate, da impiegare sia nelle industrie alimentari sia nelle industrie farmaceutiche, ma anche in Enti di Ricerca o in organismi di controllo dei prodotti alimentari, oltre che in società di consulenza, comunicazione e marketing.

    Nel suo settore sembrano abbondare i millantatori, o, nella migliore delle ipotesi, i dilettanti. Come affrontare la questione?

    I millantatori sono ubiquitari. Forse nel settore della nutraceutica ve ne sono tanti perché sopravvive in molti l’errata convinzione che ‘il prodotto naturale’ non sia tossico. Nulla di più falso!

    Purtroppo ci sono persone che, pur non conoscendo la materia, esprimono pareri e giudizi totalmente infondati e consigliano integratori alimentari seguendo solo una moda e/o un business. Direi che è ora di affidare la propria salute a professionisti del settore, che studiano e si aggiornano costantemente, e dedicano tutte le loro attenzioni al benessere della persona. E' importante che i consumatori utilizzino questi prodotti nel modo corretto, seguano i consigli di farmacisti e medici e non cadano vittime di ciarlatani e guaritori che, complici palestre e internet, spacciano prodotti inutili e diffondono false convinzioni. Tra l’altro, l’impiego sempre più diffuso di integratori alimentari fa crescere la domanda di informazioni corrette, fondate su evidenze scientifiche. E’ quindi necessaria una divulgazione seria e scientificamente solida, sia verso gli stakeholder, sia verso i consumatori.


    Qual è il suo giudizio sulla comunicazione nutraceutica degli scienziati ‘veri’ nei grandi network dell’informazione?

    Fortunatamente gli ‘scienziati veri’ esistono, e comunicano benissimo attraverso la produzione di lavori scientifici e review tematiche, report su progetti nazionali e internazionali, relazioni documentate su prodotti e processi innovativi. Trovo particolarmente efficace la comunicazione che si muove nelle due direzioni tra il mondo scientifico e accademico e quello industriale e professionale, per favorire lo scambio tra le acquisizioni e le evidenze scientifiche da un lato e le competenze e il know-how dall’altro.Tutto ciò induce a uno scambio virtuoso dei risultati scientifici da parte dei ricercatori, favorendo lo sviluppo di proposte innovative dall’industria.
    Quali le differenze e quali le affinità tra la dietetica e la nutraceutica?

    La dietetica o dietologia è un settore della scienza dell’alimentazione che si occupa degli effetti della nutrizione sul metabolismo dell’organismo umano, esaminandone le varie implicazioni. E’ una disciplina che studia, nello specifico, la distribuzione e la combinazione degli alimenti più adatti, il numero e il ritmo dei pasti, incluse le modalità di cottura, tenendo conto delle caratteristiche fisiologiche, ma anche eventualmente patologiche del paziente. L'obiettivo della dietologia è quello di salvaguardare il mantenimento del migliore stato di benessere possibile dell'uomo, garantendo una nutrizione equilibrata e soprattutto adeguata al suo fabbisogno. Compito del medico dietologo è dunque quello di valutare lo stato di salute del paziente, andare a cercare le cause dello specifico disequilibrio fisico, che può essere il sovrappeso o l'obesità o, viceversa, l'eccessiva magrezza. 
    La nutraceutica, invece, studia quei principi nutritivi (i nutraceutici) contenuti negli alimenti, che hanno effetti benefici sulla salute. Come dicevo prima, la nutraceutica spazia tra vari settori diversi tra loro, come la biologia, la farmacologia, la chimica e la medicina, e aiuta a comprendere come ciò che assumiamo con l’alimentazione possa influire sulla salute.

    Detta così può sembrare una piccola differenza, ma bisogna tener presente che un prodotto può definirsi nutraceutico solo quando le sostanze attive presenti al suo interno sono derivati alimentari ai quali si attribuiscono, oltre al valore nutrizionale di base, uno o più benefici aggiuntivi, come prevenire malattie croniche, migliorare la salute, ritardare il processo di invecchiamento, favorire la longevità o sostenere alcuni apparati o funzioni corporee. I nutraceutici servono, quindi, a integrare la comune dieta, costituendo una fonte concentrata di sostanze nutritive (es. vitamine, sali minerali, ecc.) e di altre sostanze (es. amminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre e altre sostanze vegetali, ecc.) che hanno un comprovato effetto fisiologico e contribuiscono allo stato di benessere dell’organismo. Questo spiega perché le due scienze sono sicuramente sinergiche nel contribuire al benessere umano attraverso l’alimentazione, ma vanno sostanzialmente distinte per le loro applicazioni.

    Un alimento eccessivamente diffamato?
    Mi sento di dire che non sono tanto i cibi, quanto le loro dosi consumate a fare bene o male. Credo che il burro, per esempio, sia stato demonizzato ingiustamente. Sarebbe invece ora di rivedere la condanna che troppo a lungo lo ha relegato in un angolo buio della nostra alimentazione, facendolo quasi scomparire, a favore di margarine e olio di palma. Questi ultimi, nati da poco più di un secolo, hanno infatti visto crollare la loro immagine salutistica a seguito di recenti ricerche che mettono in luce gli effetti negativi dell’idrogenazione e la creazione di acidi grassi trans, più dannosi, per il sistema circolatorio, di quelli saturi (presenti nel burro). 
    La dieta deve essere equilibrata e varia. Se, ad esempio, si utilizza il burro la mattina a colazione, va bene. Se poi, durante la giornata, si aggiunge prosciutto, carne rossa, tuorlo d’uovo l’equilibrio ‘’va a farsi friggere” e il colesterolo va fuori controllo. In questo caso posso prendermela col burro?
    E uno portato troppo in alto?

    Credo che semi di chia, bacche di goji, tè kombucha siano solo alcuni degli alimenti considerati erroneamente dei superfood. La ricerca dimostra infatti che gli stessi (o anche migliori) benefici possono essere offerti da altri alimenti, più comuni e sicuramente più economici. 
    Il termine superfood, spesso abusato o frainteso e ancora lontano da una definizione scientifica, nel mondo della nutrizione indica un alimento  ricco di nutrienti sani, che aiutano l’organismo a mantenersi in salute. Sono tuttavia moltissimi gli alimenti ‘super’ più comuni e spesso più economici. Per esempio, i sostenitori del consumo di bacche di goji affermano convintamente che questi frutti dovrebbero essere in grado di trattare le infiammazioni, migliorare la fertilità e combattere l’insonnia. Ancora, aiuterebbero a curare diverse malattie, come l’ipertensione, e addirittura il cancro. Peccato che non ci siano prove scientifiche sufficienti a supporto di queste affermazioni, se non studi datati o mai completati o confermati. Alcuni studi, condotti su conigli e ratti, hanno suggerito qualche buon risultato sulla salute del cuore e sulla resistenza all’insulina, ma nessuna ricerca ha dimostrato lo stesso effetto sull’uomo. Ciò che è noto, è che le bacche di goji sono ricche di proprietà nutritive, come vitamine, amminoacidi, carotenoidi, polifenoli, così come tanti altri cibi a noi ben noti. Per lo stesso (se non migliore) effetto, possiamo tuttavia scegliere il nostro caro vecchio pomodoro, ma anche l’arancia, oppure frutti rossi come fragole, mirtilli o lamponi.


    I rapporti con la farmacologia?

    Dopo due decenni d’interesse marginale da parte delle aziende farmaceutiche, le sostanze naturali stanno tornando ad essere una fonte preziosa per la scoperta di nuovi farmaci. Oggi infatti, grazie alle strategie di screening di prodotti naturali che sfruttano i recenti progressi della tecnologia e agli approcci genomici e metabolomici in grado di potenziare i tradizionali metodi di studio, stiamo assistendo a un rinnovato interesse nei loro riguardi. Storicamente, i prodotti naturali derivati dalle piante e dagli animali sono stati la fonte di quasi tutte le preparazioni di medicinali e, più di recente, hanno continuato a entrare in studi clinici o a fornire le basi per composti in sperimentazione, in particolare gli antitumorali e gli agenti antimicrobici. Ci sono molti esempi di prodotti naturali utilizzati nella ricerca di nuovi farmaci, diretti a una vasta gamma di indicazioni, anche oltre i loro punti di forza tradizionali, come l’azione antimicrobica e antitumorale. Recentemente, alcuni farmaci a base di erbe sono stati testati in modelli di malattia di Alzheimer e di neuropatia diabetica. Del resto, i prodotti naturali hanno fornito le basi per la maggior parte delle classi di antibiotici, come i β-lattamici, i macrolidi e le tetracicline. Negli ultimi 30 anni la ricerca sui prodotti naturali ha anche fornito l'unica nuova classe di farmaci antifungini: le echinocandine. Oggi c'è ancora un urgente bisogno di nuovi e migliori anti-infettivi. Il tasso attuale di introduzione di nuovi antimicrobici può infatti non essere sufficiente a far fronte alla comparsa di batteri e funghi resistenti. 
    Anche se i prodotti naturali sono stati ampiamente utilizzati storicamente nella scoperta di nuovi farmaci, ci sono ancora molte risorse che possono essere esplorate nella ricerca moderna. E’ infatti probabile che la stragrande maggioranza delle specie vegetali non siano state sistematicamente studiate, mentre le medicine tradizionali a base di piante utilizzate da culture diverse devono ancora essere indagate a fondo.


    Può determinarci l’impatto ‘psicologico’ nel rafforzare o ridurre l’effetto nutraceutico di un cibo?

    L’efficacia (percepita) di una terapia sicuramente può risentire di un particolare stato psicologico del paziente, come ampiamente descritto per i farmaci. Basti pensare agli effetti ‘placebo’ e ‘nocebo’, con buona approssimazione estendibili ai nutraceutici. Per esempio, è stato dimostrato che specifici aspetti di un trattamento, come la forma e il colore di una compressa, possono indurre delle risposte placebo da condizionamento, se precedentemente associati a ingredienti attivi presenti nella compressa. Allo stesso modo, è possibile indurre una risposta nocebo da condizionamento, associando uno stimolo neutro a un effetto collaterale. Tali effetti sono generati anche dalle aspettative e dalle credenze che il paziente sviluppa durante una terapia, determinate da diversi fattori, quali le interazioni verbali con i terapeuti e gli altri pazienti, le emozioni provate durante il trattamento , le precedenti esperienze di terapia.

    L’argomento è vasto e ricade anche nell’interesse di neuroscienziati e farmacoeconomisti. Non vorrei essere superficiale nella risposta. Credo solo che nel caso dei nutraceutici un fattore importante e psicologicamente condizionante per il consumatore derivi dalla comunicazione che viene fatta sul prodotto. A differenza dei farmaci, i nutraceutici vengono talora utilizzati in terapia anche in assenza di validi studi clinici che ne possano comprovare l’efficacia, e spesso le proprietà salutistiche vengono dedotte da studi di piccola entità o non controllati. La derivazione naturale di un nutraceutico non rappresenta una garanzia di innocuità, oltre che di efficacia terapeutica, a cui si aggiunge anche l’assenza di monitoraggio post-marketing, che non permette di valutare l’insorgenza di effetti avversi, correlati all’utilizzo di questi prodotti. Proprio per ovviare a queste problematiche, nel 2002 è stata istituita l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, assicurando così un alto grado di protezione dei consumatori. Considerato il numero crescente di prodotti alimentari recanti indicazioni nutrizionali e sulla salute, per tutelare ulteriormente il consumatore è stato anche adottato un Regolamento del Parlamento europeo che stabilisce le regole per l’uso delle indicazioni nutrizionali. L’applicazione di tale Regolamento tutela il consumatore, vietando ogni informazione falsa, ambigua o fuorviante, che generi un dubbio circa la sicurezza e/o l’adeguatezza nutrizionale di altri alimenti, che incoraggi o tolleri un consumo eccessivo di un determinato alimento, che affermi, suggerisca o sottintenda che una dieta varia ed equilibrata non possa fornire quantità adeguate di tutte le sostanze nutritive, o che faccia riferimento a variazioni delle funzioni corporee che potrebbero suscitare o sfruttare timori nel consumatore. Rispettare queste indicazioni, non solo nella fase di produzione e commercializzazione di un prodotto nutraceutico, ma soprattutto nella fase di promozione e divulgazione scientifica, potrebbe aiutare un consumo consapevole e la riduzione di effetti terapeutici falsati dall’impatto psicologico. 


    L’uomo è ciò che mangia?

    Se “siamo quello che mangiamo”, come affermava Ludwig Feuerbach, l’alimentazione occupa un ruolo decisivo per il nostro benessere. Spesso però non “sappiamo quello che mangiamo”, e la qualità del nostro vivere ne risente, con gravi conseguenze per l’organismo. L’informazione sul rapporto tra cibo e salute è spesso inesatta o retorica, vittima di luoghi comuni o degli interessi di parte dei produttori. È qui che entra in gioco la nutraceutica, una parola che sarà sempre più sulla bocca di tutti.

     

    Ettore Zecchino


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