I protagonisti delle 2 culture

    Mario De Felice

    Mario De Felice

    Direttore dell’Istituto per l’Endocrinologia e l’Oncologia Sperimentale (IEOS) del CNR di Napoli, Mario De Felice è professore ordinario di Genetica Medica presso l’Università ‘Federico II’, sempre nel capoluogo campano. Immunologo e patologo generale per formazione, ha successivamente allargato i suoi studi alla medicina molecolare e alle biotecnologie mediche.
    Direttore Scientifico di Biogem dal 2007 al 2014, è tra i fondatori del meeting ‘Le Due Culture’, del quale continua ad essere uno dei più affezionati protagonisti.

    Professore, ci racconta questo suo ‘passaggio’ dalla patologia generale alla genetica e alle biotecnologie mediche?
    La patologia generale è una disciplina con alcune caratteristiche peculiari, presente solo in Italia. In particolare, approfondisce le basi biologiche delle malattie, includendo lo studio della genetica, applicata alla medicina. Quanto alle biotecnologie, nel nostro settore sono da tempo indispensabili. La ricerca, in ogni campo, non può prescindere dall’evoluzione tecnologica, come pioneristicamente ha dimostrato Galileo, con il suo telescopio. In ambito medico, non casualmente, molti Nobel sono stati assegnati ad altrettanti innovatori biotecnologici.

    Da Biogem allo IEOS, sempre nel segno del professore Gaetano Salvatore?
    IEOS, uno dei più antichi istituti del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), fu letteralmente inventato da Gaetano Salvatore, che intuì la necessità di strutture dedicate prevalentemente alla ricerca di base, anche in campo medico. Da allora siamo sempre stati inseriti all’interno di una facoltà di medicina, e tutti i direttori di IEOS sono stati personalità provenienti da questo mondo.

    Il suo percorso di formazione professionale annovera numerosi soggiorni ad Heidelberg. Quali sono i centri di emigrazione scientifica più quotati nell’Unione Europea oggi?
    Attualmente in Italia esistono centri di eccellenza, frequentati anche da stranieri, con rare eccezioni situati prevalentemente al Nord, nell’area lombardo-veneta. In Campania siamo stati i pionieri della disciplina negli anni 80, per poi subire, appunto, una significativa fuga di cervelli verso il Nord o verso altri Paesi. In Europa, considerando il rapporto tra investimenti e dimensione della popolazione, metterei al primo posto la Gran Bretagna, seguita dalla  Germania e dalla Francia.
    La ricerca statunitense continua ad avere una tale forza economica alle spalle da consentire la costante conferma di una ormai storica leadership mondiale.

    La guerra in Ucraina ha fatto venire alla luce l’urgenza di un sistema europeo di difesa comune. E sul fronte della ricerca?
    Direi che una filosofia comune nella ricerca esiste già da molto tempo, almeno nel nostro campo.

    Rimanendo sull’attualità, quale apporto ha dato il suo Istituto alla ricerca sul COVID19?
    Il CNR ha lanciato e sta seguendo un progetto, coordinato da quattro istituti, tra i quali il nostro, su 10mila volontari, finalizzato ad analizzare la risposta al virus o alla vaccinazione per un periodo di 12 mesi. Stiamo anche studiando la costituzione genetica di questi individui, alla ricerca di eventuali interazioni con il COVID-19.

    Più in generale, cosa sappiamo di definitivo a livello genetico su questa pandemia?
    Ancora poco, ma abbiamo imparato a gestire bene la malattia e i pazienti, soprattutto grazie al notevole successo biotecnologico dei vaccini. Da anni la medicina si era concentrata soprattutto sulle patologie cardiovascolari e oncologiche. Abbiamo quindi capito che non si deve mai abbassare la guardia sulle malattie di natura infettiva.

    Secondo lei durerà ancora a lungo?
    Credo che, al momento, nessuno sia in grado di dare una risposta definitiva o sufficientemente autorevole.

    I vaccini sono per il suo gruppo un oggetto di ricerca?
    Direttamente, no.

    Quale giudizio si sente di esprimere sulla gestione della pandemia in Italia e nel Mondo?
    Sono state formulate diverse critiche, spesso ingiuste. L’Italia, come tanti altri Paesi, non era preparata a un evento del genere. E questa è stata, forse, la colpa maggiore. Scoppiata la pandemia, abbiamo invece fatto del nostro meglio, con metodo e intelligenza, pur nell’ambito limitato delle conoscenze scientifiche in materia.

    Teme il vaiolo delle scimmie?
    Per quello che ho letto, al  momento direi di no.

    COVID a parte, ci fa il punto sugli studi più importanti in corso allo IEOS?
    Siamo molto concentrati nella ricerca sulle malattie metaboliche, il diabete di tipo 2 su tutte. Possiamo inoltre contare su una sezione dedicata allo studio delle malattie di origine infiammatoria. Non abbandoniamo, comunque, gli approfondimenti sulla patologia tiroidea, che hanno caratterizzato l’istituto sin dal suo momento fondativo.

    Un breve riepilogo dei suoi anni a Biogem?
    Sono stati tutti bellissimi. Si respirava aria di novità ed era palpabile lo sforzo di dimostrare la plausibilità di una ricerca di base e insieme traslazionale, in un’area ‘diversamente centrale’. Oggi Biogem è una realtà di assoluto prestigio e non posso non essere compiaciuto, oltre che orgoglioso, per aver contribuito, sia pure in minima parte, al suo successo.

    Ha incontrato particolari difficoltà per la collocazione periferica dell’Istituto rispetto agli altri centri del sapere scientifico?
    Fortunatamente ai nostri giorni la telematica può azzerare le distanze.

    Da appassionato di letteratura e di fantascienza può dirci se, nel suo campo, in qualche caso la realtà ha superato la fantasia?
    Da anni la biotecnologia medica lavora in ambiti mai immaginati dalla fantascienza più seria.

    Quali letture scientifiche si sente di consigliare?
    In primo luogo, i buoni libri sulla metodologia della ricerca, alla scoperta di tanti processi mentali affascinanti. Come quelli emergenti nei ‘Taccuini’ di Charles Darwin.

    Le Due Culture di quest’anno si propongono di indagare i legami tra Scienza e Arte. Qual è il suo rapporto con l’arte?
    L’arte è bella perché è democratica. Il mio rapporto con questo mondo è molto naif. Non sono un lettore di saggi o di opere critiche di settore, ma credo che entrare in un museo regali sensazioni immediate e intense a tutti.

    E con la storia?
    E’ la mia vera passione. Mi limito a dire che dovrebbe essere studiata approfonditamente da tutti, ma soprattutto dai politici.

    Il suo tempo libero?
    La lettura, prevalentemente saggistica storica e scientifica. Amo anche viaggiare, ma il COVID mi ha costretto a rallentare significativamente.

    Debolezze a tavola?
    Tante. E l’Irpinia, con i suoi formaggi e le sue molte delizie, ha contribuito sensibilmente ad allungare l’elenco.

    Da paganese doc avrà partecipato spesso ai festeggiamenti per la Madonna delle Galline. Da uomo di scienza come valuta questa religiosità popolare, oggi sempre meno fervida?
    Mi fa molta ‘tenerezza’. Li considero due campi diversi e non confliggenti.

    Al momento, quali limiti etici sente di porre alla ricerca in campo genetico?
    Naturalmente siamo in un settore molto delicato, ed è particolarmente difficile regolare l’intera materia dall’alto e aprioristicamente. Dovrebbe soccorrerci sempre l’etica individuale.

    C’è una differenza tra mondo occidentale e non?
    Permangono sostanziali differenze, ma altrove si stanno lentamente adeguando agli standard di questa parte del globo.




    Ettore Zecchino

     


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