I protagonisti delle 2 culture

    Francesco Di Donato

    Francesco Di Donato

    Professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche, Francesco Di Donato attualmente insegna presso l’Università di Napoli Federico II, Dipartimento di Scienze Politiche. Specialista del conflitto tra i poteri dello Stato, è autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche, in diverse lingue, su temi che spaziano dalla storia costituzionale alla storia delle idee e delle esperienze politiche e giuridiche. Componente di diverse accademie e associazioni scientifiche europee, ha fondato e dirige la Società Internazionale di Studi sulla Statualità.
    Grande ‘amico’ di Biogem, ha partecipato da ospite o moderatore, ma sempre da protagonista, a tutte le edizioni delle “Due Culture”.

    Professore, perché a 18 anni si è messo “a colloquiare con un cartaginese”?

    In realtà scrissi questo libro (A colloquio con un cartaginese) tra i 14 e 17 anni, anche se fu poi pubblicato quando ne avevo quasi 18, nel 1982. La sua genesi, a pensarci oggi, è stata alquanto singolare. Una mattina, appena sveglio, sulla soglia del bagno di casa incrociai mio padre e gli dissi, così ex abrupto, di voler scrivere un libro. Lui non batté ciglio e mi incoraggiò, senza poi stressarmi, nei giorni successivi, con la curiosità morbosa tipica di alcuni genitori. Così potei far crescere in me l’idea in tutta tranquillità e assoluta libertà (condizione ideale per ogni impresa di studio e di ricerca). Pensai che la passione per Annibale, e tramite lui, per la storia romana, non sarebbe certo bastata a far considerare il mio un contributo plausibilmente originale sul piano storico. Ipotizzai, quindi, di scrivere un agile volumetto, in grado di conciliare storia e letteratura, due tra le mie più grandi passioni. Del resto, quello era il periodo in cui cominciavo a interessarmi al romanzo storico. Se il realismo, inteso come indagine e comprensione del mondo reale, ha sempre connotato la mia personalità, sono stato nel contempo molto attratto anche dalla dimensione del fantastico. Già in quegli anni, nei quali non avevo ancora letto Hobbes, consideravo l’uomo un essere per metà ancorato al mondo biologico e animale e per l’altra metà caratterizzato dalla tensione del divino. E all’interno dell’essere umano, la fantasia genera una tensione che tende al piano del soprannaturale e proietta l’uomo fuori del suo spazio biologico e del suo tempo storico, facendolo viaggiare in una dimensione che non si appiattisce e immiserisce  sul quotidiano (ricordo, al riguardo, il modo in cui questo tema fu trattato, grosso modo in quegli anni, in un bel libro, ancora valido, di Franco Ferrarotti intitolato appunto La storia e il quotidiano, uscito nel 1986).

    Di Annibale mi piaceva l’intraprendenza, il coraggio di sfidare l’impossibile e nello stesso tempo il glaciale realismo. Un po’ come il David biblico. Il generale cartaginese sfidò una potenza già affermata, come Roma, e pretese di farlo attraversando le Alpi con mezzi precari e in condizioni assurde. Necessariamente m’interessai alle vicende militari, ma ciò che mi colpì moltissimo del personaggio fu l’incontro, in lui portato al massimo livello di espressione, tra la logica stringente, tesa a comprendere i fenomeni reali, e la creatività, diretta a proiettare la mente in un mondo immaginario, che però fa emergere, ancor più dello sguardo reale, aspetti nascosti ed eclissati della stessa realtà. Annibale era rigorosissimo, eppure creativamente imprevedibile. Lo studio della sua personalità mi permise di comprendere una cosa che mi sarebbe molto servita negli anni (e negli studi) a seguire: per comprendere a fondo la realtà occorre tanto l’osservazione empirico-fenomenica razionale, quanto la creatività fantastica.

    Pochi anni dopo lei diventò amico dello scrittore Riccardo Bacchelli, uno dei grandi incontri della sua vita. E poi, da giovane studioso, il salto in Francia, con l’insuperato maestro François Furet. Quanta intraprendenza per un giovane di provincia!

    Considero l’essere un ‘provinciale’ una qualità di grande pregio della mia vita. Provinciali furono Montaigne, Montesquieu, Rousseau e Napoleone, solo per fare qualche esempio. Tutti autentici geni, con i quali mi sono sempre confrontato. La conoscenza di Bacchelli la devo esclusivamente a mio padre, che a 14-15 anni, mi mise tra le mani Il diavolo al Pontelungo, uno dei romanzi più belli del grande scrittore bolognese. Di Bacchelli mi piacevano due cose soprattutto: il talento per il romanzo storico, nel quale la fantasia assumeva un ruolo centrale; e l’assoluta, ineguagliabile padronanza della lingua italiana. Decisi di conoscerlo. Avevo 16 anni. Feci una ricerca alla SIP (all’epoca non esistevano i mezzi tecnologici di cui disponiamo oggi), consultando con pazienza gli elenchi telefonici di tutta Italia, e, finalmente, dopo molte telefonate a vuoto, m’imbattei in una sua nipote romana, Susanna Bacchelli, che mi diede il numero del maestro, già quasi novantenne. Con mia sorpresa m’invitò subito a casa sua a Milano. Abitava con la moglie Ada Fochessati in via Borgonuovo 20. Non avevano figli (Ada ne aveva avuto uno dal suo primo matrimonio) e in breve si affezionarono molto a me e in pratica mi ‘adottarono’. In breve tempo divenni un habitué di casa loro, un bellissimo doppio appartamento che, nel cuore di Milano, dava su un ampio giardino, che lo rendeva verde e silenziosissimo: l’ambiente ideale per concentrarsi e scrivere. Quando, dopo poco, m’iscrissi all’università, studiai alcuni esami a casa loro. Fui letteralmente inondato di un amore filiale e feci la mia prima, forte conoscenza, dell’affetto extra-familiare. Quando il maestro si ammalò, Ada mi presentò il filologo Maurizio Vitale, all’epoca ordinario di Storia della lingua italiana alla ‘Statale’ di Milano. Insieme, decidemmo di aiutare il grande scrittore, dal momento che il sindaco di Milano, (in quegli anni era Carlo Tognoli) non aveva più i fondi per pagare la costosissima degenza in clinica. Bacchelli era afflitto dai postumi di una grave trombosi, era paralizzato alle gambe e non era più autonomo. Partimmo quindi per Roma con un aereo alle 7 di mattina e fummo ricevuti dal senatore Learco Saporito, Presidente della Commissione Cultura, che ci promise l’approvazione, entro la fine dell’estate (eravamo a maggio del 1985), di una legge che prevedesse un congruo sostegno finanziario (di 100 milioni di lire) ai grandi artisti che avevano illustrato la patria e che si trovavano in una condizione di grave indigenza. Mantenne la parola: il provvedimento arrivò all’inizio dell’autunno e prese il nome di «Legge Bacchelli», ma, per beffarda ironia della sorte, entrò in vigore proprio in coincidenza con la sua scomparsa, avvenuta nei giorni del sequestro dell’Achille Lauro. Un evento che, per la sua enorme portata politica, oscurò quasi completamente la fine del maestro, meritevole di ben altra attenzione. D’altra parte, Bacchelli mi aveva sempre detto che l’inseguimento del successo è un chiaro indice di volgarità. E a questo aveva ispirato tutta la sua vita. E al medesimo principio, grazie a lui, ho ispirato la mia.

    Tre anni dopo mi laureai in giurisprudenza, vinsi quasi subito il dottorato di ricerca e, contemporaneamente, una delle tre borse di studio che il Governo francese aveva messo a disposizione dell’Italia per il bicentenario della Rivoluzione (1789-1989). Arrivai quindi in Francia in treno – lo ricordo nitidamente come fosse ieri – la mattina del 2 ottobre del 1990. All’École des Hautes Études en Sciences Sociales, con la presentazione di Maurice Aymard che dirigeva la Maison des Sciences de l’Homme e sovrintendeva a tutti gli scambi con l’Italia, incontrai Francois Furet e m’iscrissi al suo seminario che si teneva in rue Calvin, nel quartiere latino, proprio sotto il Panthéon. Quell’esperienza rappresentò l’accensione di un faro nella mia vita. Furet era un genio. Nei seminari universitari il suo eloquio brillava come una stella luminosa in un universo costellato di idee, una più originale e suggestiva dell’altra, aprendo nuovi percorsi del sapere e inedite piste di ricerca. Ogni seduta, che si teneva in genere il mercoledì mattina dalle 11 alle 13 una volta ogni due settimane, traboccava di storia e di attualità, di rimandi coltissimi ai maggiori uomini di pensiero tra Settecento e Novecento, d’intuizioni nel contempo folgoranti e profondissime, di collegamenti concettuali e creatività euristica a iosa. Quando si usciva di lì era come se ti si fosse acceso un fuoco dentro. Meditavo per giornate intere e aprivo nella mia mente decine di percorsi ulteriori. Insomma, mi divertivo da morire e crescevo tangibilmente di mese in mese. In quelle circostanze riuscii a dare forma e sostanza a un insegnamento che Domenico Rea mi aveva impartito, a margine della presentazione di A colloquio con un cartaginese, alcuni anni prima. Lo scrittore nocerino mi aveva invitato a «entrare sempre dalla porta grande e non dalla porta piccola», poiché – diceva – «dalla porta grande entri nella stanza grande, mentre dalla porta piccola entri nella stanza piccola». Ciò che intendeva dire – cosa che iniziai a comprendere appieno solo nell’esperienza parigina – era che bisogna sempre cimentarsi con le difficoltà maggiori e osare, non rassegnarsi e accontentarsi del successo spicciolo, e della redditività immediata. Furet trattava dei grandi temi e non, come fanno gli studiosi ordinari o mediocri, di piccole tesserine di pensiero. Da raffinato intellettuale apriva la mente, invitando a entrare nelle grandi questioni del mondo moderno e contemporaneo. Grazie a Furet sperimentai esattamente quanto fosse giusto il consiglio di don Mimì. Iniziai così a confrontarmi con il pensiero di alcuni tra i maggiori spiriti dell’umanità (da Montesquieu a Tocqueville). Fu allora che capii, ad esempio, perché la Rivoluzione Francese debba considerarsi l’evento più importante della storia umana. Quello dal quale è dipesa l’organizzazione delle società contemporanee e i loro valori politici.

    Quali altri incontri hanno segnato in profondità i suoi anni giovanili?

    In quegli anni vi fu anche un’altra fondamentale presenza, che divenne protagonista assoluta della mia vita, quella del padre gesuita Angelo Arpa, ispiratore, consigliere e confidente di personaggi come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André (per citarne solo alcuni tra i maggiori). Ci conoscemmo l’11 luglio del 1985, ad Avellino, in una circostanza per entrambi del tutto casuale: ci trovammo a un matrimonio dove né lui né io avremmo dovuto essere presenti. Fin da quel giorno ho sempre considerato quell’incontro il più bel regalo che il destino mi abbia fatto. Da allora, fino alla sua morte, Angelo Arpa ha illuminato il mio cammino, dandomi la forza, il coraggio e la determinazione di affrontare un percorso difficilissimo, ma anche colmo di soddisfazioni come quello universitario, che, com’è noto a tutti, in Italia è “via greca”, ossia tragica, per chi non ha santi nel paradiso accademico. La mia scelta  d’intraprendere la “carriera universitaria” fu molto contrastata nella mia famiglia, soprattutto dalla mia mamma, una donna di straordinario realismo e dotata di una istintiva e acutissima intelligenza pragmatica. Oltre all’inconveniente, per nulla marginale, di rinunciare a una posizione comoda, sicura e di tutto rilievo nel panorama sociale, sistemandomi nell’accorsato studio professionale di mio padre, stimato avvocato del Foro di Benevento, mia mamma paventava le più che sicure ed enormi difficoltà che l’Università avrebbe presentato. Il sostegno di Angelo Arpa fu decisivo.

    Questi racconti – da Bacchelli ad Arpa – mi portano a una considerazione conclusiva di carattere più generale: quasi tutto quello che ho fatto di buono nella mia vita lo devo alla frequentazione di “grandi vecchi”. Sulla base di questa esperienza diretta, e non solo per convinzioni astratte, consiglio sempre ai giovani di fare lo stesso, di cercare cioè di dialogare con chi ha esperienza e cultura ed è molto avanti negli anni. Il rapporto tra vecchi e giovani è il collante essenziale di una società. L’aver attenuato o smarrito del tutto questo valore è, a mio avviso, una delle principali cause della crisi che stiamo attraversando.

    Quando è nata in lei la passione per lo studio, e, in particolare, per la storia delle istituzioni, che continua a entusiasmarla dopo tanti anni?

    Eravamo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Due grandi personalità hanno contribuito a far sorgere in me questo interesse divenuto poi una vera e propria passione per le istituzioni e la loro storia (e ancora una volta due “grandi vecchi”): il mio maestro alla 'Federico II', Raffaele Ajello, e lo storico francese Roland Mousnier, il più grande studioso istituzionalista di tutti i tempi. Mousnier mi ricevé la prima volta alla Sorbona, mi fece sedere su una poltrona 'chester' verde inglese e mi rivolse numerose domande per più di due lunghe ore, che ricordo come tra le più intense e profonde della mia vita. Poi pronunciò una breve frase, con tono gentile e nel contempo ieratico: «Studi Le Paige alla Biblioteca di Port-Royal. Vale una carriera». È stato esattamente così.

     

    A proposito di questo specifico interesse per le istituzioni, quali sentimenti prova nell’analizzare lo stato di salute attuale delle istituzioni italiane?

    Provo una sensazione di sconforto, perché le istituzioni francesi (e anche quelle inglesi e americane) sono snelle, prive di retorica e molto efficienti. Le nostre, invece, dietro le apparenze eleganti e sontuose dei palazzi del potere e del loro ridondante sfarzo, nascondono l’incapacità di realizzare i fini per i quali sono nate, se non, addirittura, una sistematica tendenza all’imbroglio. Il rapporto istituzioni-società è ormai completamente mediatizzato. E ciò va a innestarsi su un eccentrico paradosso, che si determina nel rapporto tra cittadini e istituzioni: all’emotività, cui spesso corrisponde un vero e proprio atteggiamento di sacra sudditanza imposta al cittadino dalla dimensione sacrale del ‘Palazzo’, corrisponde un atteggiamento di sostanziale e permanente spregio delle istituzioni. In Italia un finto rispetto si sovrappone a una sostanziale derisione delle istituzioni.

     

    Una delle istituzioni più importanti in uno Stato di diritto è la magistratura. Dai suoi studi emerge un giudizio sull’evoluzione storica del potere giudiziario in Occidente, e in particolare in Italia, che sembra implacabile. Ci fa una sintesi di brevità ‘pascaliana’ della sua visione?

    Molto semplicemente, direi che in Italia il potere giudiziario non è stato incanalato nella funzione pubblica. Nessuna istituzione, invero, lo è stata nei territori al di qua delle Alpi. Ma questo problema emerge con una forza maggiore a proposito dell’istituzione la cui ragion d’essere è proprio la tutela dei diritti violati, che è tema nel quale l’interesse pubblico dovrebbe emergere maggiormente. La magistratura in Italia agisce perciò, alla stregua di tutte le altre istituzioni, come un potere corporativo, autoctono, slegato dall’interesse generale obiettivo, con l’aggravante di presentarsi come un potere terzo, super partes. L’ideologia giuridica, che sta alla base dell’azione della magistratura, è ancora intrisa dello spirito microfeudale, che essa stessa ha del resto contribuito a creare nel Medioevo italiano. In tal modo diventa più ingannevole e difficile individuare l’effettiva sostanzialità e direzionalità dell’azione giurisdizionale e della funzione inquirente che nell’ordinamento italiano è – caso pressoché unico – con essa confusa. Il possesso degli strumenti tecnico-giuridici, che già i romani chiamavano peritia legum e che noi definiamo, da Raffaele Ajello in poi, arcana juris, configurano un potere occulto d’incalcolabile portata, una potestas terribilis che  consente ai giuristi-magistrati di far parlare la legge come meglio loro aggrada, concentrando così nelle loro mani un potere assoluto e privo di qualsiasi forma di controllo e di bilanciamento. Di per sé il potere giurisdizionale tende, per sua natura, a sconfinare nel potere politico, senza portare tuttavia le responsabilità tipiche dell’esercizio della sovranità politica. Proprio partendo da questa osservazione, verificata in una lunga esperienza storica, alcuni sistemi statuali si sono proposti di (e sono riusciti a) evitare che la giurisdizione si converta occultamente e surrettiziamente in sovranità politica. Nel caso italiano, dove è mancata completamente l’erezione dello Stato (faccio sommessamente notare che il verbo che Hobbes utilizza quando parla della fondazione dello Stato è testualmente «to erect», mentre il modus operandi della magistratura, modellato su quello della Chiesa, è tipicamente femminile), il potere dei magistrati è invece divenuto pressoché arbitrario e tendenzialmente tirannico.

    Ma il cittadino comune fa fatica a seguire questo complesso discorso. La grande maggioranza ritiene ancora che i giudici non fanno che applicare la legge…

    È del tutto vero. Ma non bisogna mai dimenticare che i magistrati le leggi non solo le ‘applicano’ nei processi, ma le scrivono anche in sede legislativa.

    Scusi, professore, ma nello Stato democratico le leggi non le fa il Parlamento?

    Le approva il Parlamento. Ma chi le scrive? La quasi totalità delle leggi proviene da disegni di legge di iniziativa governativa. E chi dirige e fa parte degli uffici legislativi dei ministeri? I giudici, distaccati dai loro uffici. Sono loro a scrivere le leggi (volutamente astruse e incomprensibili) e sono sempre loro a (fingere di) applicarle. In realtà, in Italia è la legge stessa che prevede (nasconde) in se stessa l’inganno per aggirarla! E questa è una funzione che aumenta a dismisura il potere interpretativo e discrezionale dei giudici. Ogni operatore della giustizia sa perfettamente che ormai i magistrati “fanno quello che vogliono”. In Italia dal punto di vista giuridico l’Antico Regime non è mai tramontato. È ancora attualissima la diagnosi di Gaetano Filangieri (che, non a caso, non è mai neppure nominato nei corsi di laurea in Giurisprudenza).

    L’impero della burocrazia nel nostro Paese è a suo avviso una conseguenza di questa situazione?

    Assolutamente sì. L’autore che ha meglio studiato e compreso questo aspetto è stato Gianfranco Miglio. Un grande talento, con tratti di genialità. L’ideologia giuridica, che diviene arbitrio giurisdizionale quando riveste l’abito talare-togato, costituisce l’ossatura della forma mentis dei giuristi e informa di sé tutte le funzioni della vita giuridica, quindi anche l’amministrazione. Una simile mentalità si è diffusa a 360 gradi, veicolata soprattutto dalle Facoltà (oggi ahimé Dipartimenti) di Giurisprudenza. Non a caso in Italia le strutture di formazione dei legum doctores sono così chiamate, mentre altrove le si appella più propriamente Facoltà di Legge o di Diritto. La spiegazione di questa deformazione è presto trovata.

    Questa posizione interpretativa le ha creato qualche inconveniente nell’àmbito professionale (l’Università) e più genericamente sociale?

    Moltissimi inconvenienti, anzi veri e propri ostacoli insormontabili. È il vero motivo per cui dopo quasi trent’anni d’insegnamento ho deciso di abbandonare Giurisprudenza e passare a Scienze Politiche; una scelta che fu anche di Aldo Moro, che resta il mio punto di riferimento ideologico e politico. Il fatto stesso di rimanere volutamente e decisamente al di qua dei riflettori mediatici dipende soprattutto da queste mie posizioni, che sono molto difficili da spiegare e da far comprendere e accettare all’opinione pubblica, ma anche – anzi persino – nell’àmbito più ristretto degli studi universitari. È diffusissima una sostanziale sudditanza psicologica nei confronti della magistratura e in generale dei giuristi. Ciò è frutto di due componenti: da un lato la paura (i giuristi spaventano per la loro velenosa e subdola capacità di utilizzare il diritto come strumento offensivo contro chiunque e ciò provoca a catena l’effetto gravissimo della generale repulsione verso il diritto, socialmente inteso come un’arte truffaldina per antonomasia e dedita a realizzare non la giustizia ma l’ingiustizia); dall’altro la convinzione – storicamente del tutto erronea – che attribuire più potere alla magistratura significhi di per sé allargare la tutela dei diritti.

     

    Intravede margini di miglioramento? E se sì, quali?

    Purtroppo devo rispondere in maniera lapidaria con uno sconsolato no. La magistratura ha ormai in mano tutte le chiavi del potere – comprese quelle che aprirebbero la porta della propria riforma, il che spiega il motivo della sua impossibilità – e controlla ogni via di fuga, ogni possibile varco del sistema perfezionatissimo che ha messo in atto. È irragionevole pensare (o vanamente sperare) che la situazione cambi. A meno che non si determini uno sconvolgimento di tale portata (l’enorme sfera di ferro che irrompe, all’improvviso e imprevedibilmente, nell’edificio dove i musicisti stanno suonando in Prova d’Orchestra di Fellini) che farebbe però pagare al nostro assetto socioculturale un prezzo d’incommensurabile portata. E non so se sarebbe comunque un buon affare. Non è che se si sostituisce una tirannia a un’altra la condizione sociopolitica, tanto degl’individui, quanto della collettività nel suo complesso, migliora. I giuristi lo sanno e basano su questo fondamento la loro inesauribile forza inerziale.

     

    La sua è stata ed è una vita di appassionati studi e di sterminate letture nelle principali discipline umanistiche e sociali. Come e quando è riuscito a incontrare “l’altra parte del cielo”?

    Fin dai tempi del liceo mi sono sempre molto appassionato alla fisica, il mio tramite iniziale verso le materie scientifiche. Purtroppo, forse anche a causa di docenti non adeguati, nel mio percorso scolastico ho sofferto sempre la matematica, che considero a tutti gli effetti la forma più raffinata e rigorosa della logica classica. Matematica viene dalla parola greca màtesis che significa ‘cognizione’, “attitudine all’apprendimento” e quindi ‘ordine’ di dati sparsi. A sua volta la parola greca deriva da una radice indoeuropea: ‘mndh’, da cui si estrapola successivamente il lemma ‘men’, che dà luogo al ménos greco (impeto, volontà) e al mens latino. La mente ha la funzione basilare di mettere ordine nella realtà esterna per conoscerla. Per questo la matematica è il prototipo di tutte le scienze e non solo di quelle erroneamente dette ‘dure’ (la storiografia e la filosofia, ad esempio, sono a mio avviso, discipline ‘durissime’). Ogni discorso che aspiri a essere scientifico non fa altro che mettere ordine tra dati caotici. Un filosofo nizzardo (Clément Rosset) ha scritto, in un godibile volumetto dal titolo accattivante, Logica del peggio, che la cultura nasce quando si celebra il funerale del caos. La matematica aiuta a ordinare le idee rendendole “chiare e distinte” (da questo punto di vista gli studenti di diritto dovrebbero studiarla come materia obbligatoria!). Ma per assurdo paradosso professori di matematica che siano capaci di essere chiari ce ne sono pochissimi. In assenza di questi il mio interesse per la fisica, pertanto, scemò un poco, quasi per forza di cose (la fisica senza un adeguato supporto della matematica finisce fatalmente con il ridimensionare la sua portata, anche se non tutti sono d’accordo su questo assunto). Negli ultimi anni, il mio rapporto con “l’altra parte del cielo” ha preso la forma della biologia dei sistemi associati animali. Mondi legati alle scienze politiche molto più di quanto si possa credere. Attraverso l’osservazione e lo studio dei sistemi di organizzazione di molte specie animali si possono infatti capire meglio le dinamiche sottostanti agli agglomerati umani. Anche per questo mi sono molto appassionato ai meeting di Biogem. Questo è tra i rarissimi luoghi in Italia dove la cultura non è divisa e divisiva, ma unisce ricerca scientifica (senza compartimenti), gusto per la bellezza, curiosità di sapere e appagamento dello spirito.

     

    Tra i tanti ‘incontri’ cruciali della sua vita professionale (ultimo in ordine di tempo quello con il grande teorico del diritto Michel Troper, da lei introdotto nel mondo di Biogem) ne annovera anche qualcuno con eminenti scienziati?

    Rapporti diretti purtroppo no, ma ho colto l’occasione, durante le varie edizioni delle ‘Due Culture’, per approfondire la conoscenza di alcuni importanti relatori. Su tutti, conservo un ricordo straordinario di Oliver Smithies, diventato un altro mio punto di riferimento intellettuale. Da lui ho imparato, tra le altre cose, che l’unica cartina di tornasole per verificare la riuscita di una ricerca è il divertimento che il suo autore prova nel farla. E anche che la riuscita di uno scienziato dipende dai buoni professori che ha avuto. Due punti di fondamentale importanza nella vita universitaria, che in Italia ha invece imboccato, soprattutto per effetto di riforme, una più sbalestrata dell’altra, la via del tutto opposta: burocratizzazione all’estremo e noia mortale dello “scientificamente corretto” (ossia del rassicurante-ripetitivo).

    Il suo ‘rapporto’ con Benedetto Croce è sempre stato di forte opposizione. Si sente di salvare qualcosa nella produzione intellettuale del filosofo abbruzzese-napoletano?

    La monumentale eleganza della sua scrittura e l’aneddotica, intesa come capacità di raccontare storie circoscritte alle quali riesce ad attribuire una dimensione più generale, con una sorta di permanente epifonema in re ipsa. Quando non si erge a maître-à-penser (ma questo accade raramente dato il suo temperamento tendenzialmente autoritario), Croce può essere considerato uno dei più grandi scrittori italiani. Il suo moralismo col dito sempre alzato è insopportabile. Lo scrittore è, a mio avviso, di gran lunga preferibile al filosofo.

    Quali sono stati, contemporanei a parte, i suoi maggiori punti di riferimento?

    Niccolò Machiavelli; Michel de Montaigne; Baruch Spinoza; Jean-Jacques Rousseau, Gaetano Filangieri; Giacomo Leopardi; Francesco De Sanctis; Friederich Nietzsche; Max Weber. Ai quali, però, non posso non aggiungere almeno Montesquieu, Tocqueville e John Dewey. Quasi tutti stroncati o ridimensionati da Croce.

    L’arte è più vicina alla storia o alla scienza?

    L’arte è immersa nella storia, essendo espressione del suo tempo, ma lo trascende. Da questo punto di vista, si apparenta alla scienza, perché è contemporaneamente figlia del suo tempo e madre del tempo futuro.

     

    E per Francesco Di Donato, che cos’è l’arte?

    La più alta forma di espressività umana. La vera arte è sempre innovativa e originale. Non è mai ri-produzione. Non è nemmeno pura intuizione o mero istinto. Ma è sempre creatività, veicolata attraverso l’apprendimento di una tecnica.


    Quali saggi storici e filosofici possono essere considerati indispensabili per comprendere la modernità?

    Il Principe e I discorsi di Niccolò Machiavelli; I Saggi di Montaigne; Il contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau; le Lettere persiane e Lo spirito delle leggi di Montesquieu; La democrazia in America di Alexis de Tocqueville; Economia e Società e La politica e (soprattutto) La scienza come professione di Max Weber. Infine la conferenza Sull’etica [On Ethics] del 1929-1930 di Ludwig Wittgenstein, 14 pagine decisive nella storia del Novecento e dell’umano.

    La storia delle istituzioni è anche una storia delle idee?

    La storia delle istituzioni è una storia non solo ideale delle idee, ma soprattutto una storia pragmatica delle idee. Studia le idee messe in pratica, ossia calate nel flusso delle pratiche istituzionali.


    Quale peso ha il diritto nella nascita di uno Stato?

    Il diritto è decisivo nella costruzione dello Stato, ma ne è solo l’ossatura. Non si può fare la storia solo giuridica dello Stato ovvero non si può tracciare un profilo solo giuridico dello Stato. Se lo si fa, come da alcuni, anche autorevoli studiosi, è stato fatto, si perviene a distorsioni interpretative gravissime, che allontanano la descrizione storiografica dalla realtà.

     

    Come vede il futuro di questa ormai antica istituzione?

    Lo Stato non è un’istituzione come le altre. È piuttosto l’istituzione che istituisce le istituzioni. È una istituzione istituente. Che si fonda, come ha affermato Pierre Bourdieu, su uno «spirito di Stato», ossia sulla matrice di un pensiero statuale, che diventa la struttura precomprensiva della mentalità, tanto individuale quanto sociale. Oggi si registrano segnali di erosione dello Stato. Diverse forze si ‘avventano’ su questa fondamentale istituzione del consorzio umano, forse la più duratura e certamente la forma organizzativa più efficace che si sia mai data. Ma di qui a dire che lo Stato è un’entità ormai morta e superata, ce ne corre. Gli Stati continuano, al momento, a essere i grandi protagonisti delle vicende storiche mondiali e la loro presenza determina, lo si voglia ammettere o no, la più efficace forma di educazione alla civilizzazione che vi sia mai stata. Molti studiosi adottano lo Stato (soprattutto inteso sotto il profilo giuridico) come parametro interpretativo. Ma a mio avviso l’argomento essenziale dovrebbe essere, invece, non solo e non tanto lo Stato quanto la civilizzazione statuale, le politiche di civilizzazione imperniate sullo spirito diffuso delle istituzioni.

    Quale definizione istituzionale utilizzerebbe per l’Unione Europea?
    Un esperimento innovativo, non lontano dal raggiungere il suo bivio cruciale. A quel punto o si coagulerà in una forma di statualità compiuta o imploderà.

    Lo considera un modello destinato a diffondersi nel mondo?

    No, perché le condizioni che ne hanno determinato la nascita non sono storicamente riproducibili e men che meno esportabili.

     

    Quali sono gli elementi irrinunciabili perché si produca un itinerario di civilizzazione statuale?

    L’educazione, che passa attraverso dei fondamenti assiologici comuni, il buon funzionamento della giustizia (senza giustizia materiale, ossia realizzata, tutti i valori politici crollano e diventano un’ipocrita farsa), la difesa del bene comune come presupposto indispensabile della funzione pubblica, l’emersione e la diffusione su larga scala dell’interesse al disinteresse (per usare un’altra formula di Bourdieu). Auspicabile ma non decisiva, è una lingua comune.

    L’intuizione artistica ha mai ispirato la costruzione di una realtà istituzionale?

    Purtroppo sì! Lo Stato, invece, dev’essere weberianamente considerato una categoria razionale, finalizzata all’efficienza organizzativa non slegata da valori politici ispirati a un senso profondo di umanità.

     

    Quali opere letterarie, cinematografiche, e in genere artistiche, hanno meglio descritto la realtà statuale?

    In àmbito letterario citerei Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli; il Frammento di storia futura di Gabriel Tarde, e La bolla di componenda di Andrea Camilleri. In àmbito cinematografico, La presa del potere di Luigi XIV di Roberto Rossellini, e Nirvana di Gabriele Salvatores, premonitore, quest’ultimo, del rapporto distorsivo tra tecnica e politica.  Tra le arti figurative scelgo il Leviathan, la prodigiosa scultura plastica di Anish Kapoor. Lo Stato va visto anche “in controluce” e Mario Sironi mi sembra il pittore che meglio di altri ha saputo rappresentare il rischio di una statualità che porta alla solitudine, all’abbandono non recuperabile, con l’annichilimento e l’atomizzazione che ne conseguono per l’uomo moderno.

     

    Ci indica le caratteristiche specifiche che deve avere una istituzione scientifica internazionale, come l’OMS?

    Non deve invadere il campo della politica e deve applicare sempre rigidissimi parametri meritocratici, oggettivi e verificabili da tutti.

     

    Durante la pandemia in corso ha mai notato l’emersione di squilibri tra i poteri?

    Nemmeno un ipovedente potrebbe evitare di notarli.

    Quale ruolo ha avuto in questa fase la comunità scientifica?

    A mio avviso sono stati commessi vari errori nella comunicazione, con l’aggravio di una indebita invasione del circuito mediatico e di quello politico.

     

    In quali casi nella storia singoli politici hanno intuito e realizzato assetti istituzionali radicalmente innovativi?

    Da un punto di vista strettamente istituzionale citerei Napoleone Bonaparte, con la sua codificazione e con lo straordinario perfezionamento dell’apparato amministrativo, parzialmente ereditato dall’Antico Regime. Da un punto di vista meramente politico, ho un’ammirazione sconfinata per il gesto di Enrico III di Valois, re di Francia che sul letto di morte indicò nel suo nemico Enrico di Borbone il suo successore, per il bene dello Stato. A pensarci bene è proprio a quell’episodio che si deve far risalire la nascita dello Stato moderno e della statualità in Francia e in Europa. E infine, il coraggio del generale Charles de Gaulle nello sperimentare un sistema istituzionale nuovo, che coniugasse la rappresentanza parlamentare con la capacità decisionale del governo. Anche quel sistema mostra tuttavia le sue rughe. Non esistono sistemi istituzionali eterni e perfetti una volta per sempre. Tutto è perfettibile, ma anche regredibile. Altrimenti l’intelligenza non servirebbe. E invece serve eccome ed è tutto ciò che possediamo per progredire nella condizione umana. Non si può coltivare l’illusione che vi sia un sistema istituzionale per definizione migliore in assoluto. Tutto è relativo allo spazio geopolitico e al tempo culturale che si vive. Le istituzioni servono, peraltro, a mitigare questa relatività transeunte delle forme sociali e a dare una stabilità necessaria alla rassicurazione degli esseri umani.

    Ettore Zecchino


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