Libro del mese

    Odi et Amo

    La ragionata proposta di una nuova interpretazione ‘culturale’ della meccanica quantistica e, al tempo stesso, un suggestivo ‘ingresso’ alternativo in un mondo fantastico, ma spesso inaccessibile, offerto al lettore non specialistico, attraverso un’ampia rilettura del concetto di ambiguità. Si muove su un doppio registro, rivolgendosi ora allo scienziato, ora all’umanista, ‘Odi et Amo. Dalle ambiguità percettive al pensiero quantistico’, del fisico Giuseppe Caglioti.  Il volume, frutto della indispensabile collaborazione ‘grafica’ dell’architetto Luigi Cocchiarella, e dell’acume filosofico di Tatiana Tchouvileva, si avvale di una prefazione di Giorgio Benedek, collega a amico ultra-cinquantennale dell’autore, e di una postfazione del neuro-psichiatra Vittorino Andreoli. Tanti cervelli in connessione, è il caso di dire, per un’opera che, innegabilmente legata a un registro almeno parzialmente divulgativo, ha comunque fondatissime pretese di valenza sistemica. Dalla rivalutazione dell’ambiguità che, sottratta alla sua tradizionale interpretazione negativa, diventa la pietra angolare di un nuovo edificio in costruzione, l’intero mondo del sapere riceve un sussulto, come sempre più chiaramente appare, pagina dopo pagina. Secondo il professore Caglioti, la meccanica quantistica ha definitivamente cancellato l’antico dogma aristotelico-scolastico del ‘tertium non datur’, e si è servita, in quest’operazione, dell’ambiguità, elevata a concetto base del nuovo corso fisico, ma concepita, al tempo stesso, come una ‘virtù’ intrinseca dell’umano. D’altra parte, ci ricorda Caglioti, citando Richard Feynman, la natura non è 'classica', e una sua corretta, sia pur difficilissima interpretazione, non può che essere quantistica.
    All’ambiguità si guarda nel testo come a uno stato di natura imprescindibile per la realizzazione del bello, caratterizzato dall’incontro-scontro tra simmetria e ordine. L’autore sposa, anzi, in pieno, un antico proverbio zen, secondo il quale ‘’la vera bellezza è una deliberata, parziale rottura della simmetria’’. Una certa riduzione della simmetria diventa, in particolare, la vera essenza dell’arte, che ‘scientificamente’ crea bellezza. ‘’Scientia reddit opus pulchrum’’, scriveva Bonaventura da Bagnoregio, non a caso citato da Giorgio Benedek nella prefazione all’opera, per avvalorare la sua tesi di una intrinseca connessione tra conoscenza ed emozione estetica. Come dire, tra arte e scienza. E, infatti, la ritroviamo nella grande letteratura (a partire dal celeberrimo verso catulliano che regala il titolo al libro), ma anche nella musica, forse l’arte più quantica (in ogni caso la preferita di molti grandi fisici, Einstein in testa), fino alla politica, che praticamente vive di ambiguità. Senza dimenticare l’umorismo, fondato su di essa. Un discorso a parte riguarda le arti figurative, qui esemplificate in tanti capolavori pittorici, scultorei e architettonici, ma anche fotografici. In particolare, è da alcuni lavori di optical art del maestro Franco Grignani che è partita questa complessa riflessione sull’ambiguità, in grado di portare Caglioti, dopo una sofferta folgorazione stendhaliana nel lontano 1975, a elaborare, nei decenni, un vero e proprio sistema mental-quantistico, oggi offerto a tutti noi.
    Un libro, quindi, a tratti letterario e filosofico, sicuramente profondamente ‘grafico’, letteralmente invaso da innumerevoli immagini astratte e ‘cinetiche’ (quelle dell’ammiratissimo Franco Grignani, ma anche grandi classici come il cubo di Necker e i vaso-profili di Edgar Rubin, fino alla geometria dei frattali nel broccolo romano) utilizzate come supporto di una stringente visione quantistica, che fa smarrire il lettore meno consapevole, tra illusioni ottiche e salti logici, entanglement e tunneling, indeterminatezze e sovrapposizioni, varianti ed equazioni, onde e particelle, e tutti i paradossi di questa nuova fisica (incluso quello del famoso gatto di Schrodinger). La novità, tra le tante proposte, è tuttavia, l’estensione di queste ‘regole’ al nostro cervello, o, se si vuole, più spiritualmente, alla nostra mente, incapace di sfuggire al dominio dell’ambiguità. Una prospettiva, questa, interpretata come un grande passo in avanti da Andreoli, che, pur mettendo in guardia sull’attuale impermeabilità del ‘mistero’ coscienza, ammette di ‘’intravvedere una via per rendere un poco meno sconosciuta la mente’’.

    Dio, quindi, potrebbe anche giocare a dadi, ma con l’universo della menta umana.

    Ettore Zecchino

     
    Storie di vaccini

    Un titolo in parte fuorviante per un piccolo libro di qualità. ‘Storie di vaccini. Dal vaiolo al coronavirus. Tra sfide e successi’ non è certamente un trattato storico sui vaccini e nemmeno una disamina di successi nel senso ‘immediato’ del termine. Si tratta, invece, ben più originalmente, di un agile mix biografico, scientifico, e ‘lateralmente’ storico, incentrato su un’avventura ultradecennale, vissuta in primissima persona dal professore Gennaro Ciliberto, attuale Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale Tumori ‘Regina Elena’ di Roma. Un’avventura con la maiuscola, quella dell’IRBM (Istituto di Ricerche di Biologia Molecolare) Angeletti di Pomezia, nato nel 1990 come una joint venture tra la multinazionale statunitense Merck Sharp and Dohme e l’italiana Sigma-tau,  e diretto del professore napoletano Riccardo Cortese, maestro e mentore di Ciliberto, dedicatario del libro. Una struttura passata di mano e trasformata, un ventennio dopo, in IRBM Science Park. Da essa, per la genialità di Riccardo Cortese è poi nata Okairos, e, successivamente, ReiThera e Takis. E di queste eccellenze biotecnologiche l’autore ricorda anche il momento del concepimento, soffermandosi sui nomi prescelti e sulle loro etimologie. Insomma,  una breve storia, da ‘insider’, di una valle dei vaccini italiana, emersa dall’oblio e valorizzata nei suoi successi e nelle sue battute d’arresto.
     Un racconto autobiografico, come si evince dalla ricca e gustosa aneddotica, relativa soprattutto al maestro ‘padre da scalare’ Riccardo Cortese. Ma anche dai ricordi figurativi, che ci immergono in sale presidiate da ritratti dei grandi immunologi dei secoli scorsi. Su tutti, Edward Jenner, capace di debellare il temutissimo vaiolo, e venerato da Cortese, entusiasta distributore di artistici fermacarte con effigiato, su piccole lastre di bronzo, il suo ‘mito’ nell’atto di vaccinare un riottoso bambino.  Senza dimenticare altri mostri sacri, come i vari Pasteur, Kock, Salk, Sabin. Dalle notevoli collezioni di arte contemporanea (erano gli anni di Claudio Cavazza e dell’industria farmaceutica paladina delle ‘Due Culture’), fino alle stesse architetture di stampo anglosassone di un parco scientifico in piena espansione.
    Un tratto emergente anche da un approccio ‘laico’ alla ricerca, che il maestro Cortese faceva perfettamente convivere con uno spiccato talento manageriale e in prima persona imprenditoriale. Una parentesi, questa pontina (belle anche le brevi digressioni storico-geografiche sui luoghi), che ha immesso l’Italia in un circuito veramente internazionale e, quel che più conta, in posizioni di avanguardia. Ecco, quindi, a poco a poco, emergere il ruolo cruciale, anticipato sin nelle prime pagine, della ricerca immunologica nazionale, capace di gettare le basi per la creazione di innovativi e performanti vaccini (basti pensare a quello contro l’ebola). E, venendo all’attualità pandemica, all’elaborazione e al perfezionamento di tecniche alla base sia dei vaccini con vettore adenovirale non umano, con la diretta partecipazione al progetto Astrazeneca, sia di quelli a mRNA, in parte letteralmente made in Italy, se si pensa che il vaccino di Moderna è stato ‘disegnato’ dal siciliano Andrea Carfì, a sua volta attivo per anni a Pomezia. Successi questi, a volte lineari, più spesso conseguenze di insuccessi parziali o di intuizioni partorite in altri ambiti. E così tocchiamo con mano i collegamenti diretti tra le persistenti difficoltà della ricerca immunologica in campi ancora in parte minati come Aids e cancro, e la performante applicazione di alcune di queste stesse ricerche in ambito infettivologico e virologico. Un vero e proprio inno alla vaccinologia come branca decisiva per garantire la salute umana in svariati ambiti, ma anche alla circolarità della ricerca e alla necessità di un suo continuo finanziamento. La scienza bio-medica torna, quindi, a mostrare la sua dimensione olistica, assestando, finalmente, un discreto colpo a una sua interpretazione  ultra-specialistica.
    Dal libro di Ciliberto, pur carico di vitale ottimismo e di resilienza contro le spesso prevedibili difficoltà italiche, non possono non emergere perplessità e in qualche caso, veri e propri scoramenti, per una politica della ricerca singhiozzante e ingenerosa in un settore che pochi decenni fa annoverava il nostro Paese tra le super-potenze mondiali.
    Il super-vaccino italiano, capace di mettere insieme le competenze sui vettori adenovirali di ReiThera, e sul DNA di Takis, in qualche modo evocato da Ciliberto, si è purtroppo rivelato, per ora, solo un sogno. Eppure, il decano dei farmacologi italiani, Sivio Garattini, ha evocato e continua ad invocare un vaccino ‘nazionale’, garantendo l’esistenza di tecnologie e know-how per realizzarlo.

    La ricerca, sembra dirci Gennaro Ciliberto, non si fermerà mai, almeno fino a quando esisteranno squadre di ricercatori motivati, come quella messa su dal defunto Riccardo Cortese. Il timore è che non tutti i ricercatori italiani siano intenzionati, o semplicemente siano nelle condizioni, di dimorare nel proprio Paese, come caparbiamente e meritoriamente ha fatto lo stesso Ciliberto.
    Dopo tutto, si sa, la scienza non ha confini, ma i ricercatori hanno comunque una carta d’identità.

     

    Ettore Zecchino

    Ulisse

    Avvincente rivisitazione dell’’Odissea’ omerica, ‘Ulisse’ (L’Ultimo degli eroi) di Giulio Guidorizzi, ci offre un punto di vista ‘femminile’ sul grande vincitore di Troia. Se, infatti, protagonista indiscusso del libro rimane il mitico Odisseo, la sua figura viene raccontata, meglio sarebbe dire esaminata, attraverso i pensieri e le parole delle donne da lui sedotte nel corso del suo lungo e straordinario viaggio di ritorno verso la sospirata patria Itaca. Pensieri e parole in larga parte immaginati dall’autore, o, comunque, messi in maggiore evidenza rispetto al poema originale. Ecco, dunque, che il capolavoro omerico, da archetipo assoluto di ogni ‘viaggio’, viene qui rappresentato come fatale itinerario alla ricerca della propria essenza di uomo. Ulisse, infatti, per Guidorizzi è, come ben anticipa il titolo, un eroe che avrà la sua consacrazione definitiva in quanto uomo. L’ultimo essere chiamato ad avere un piede nel mondo mitico dagli eroi, ma forse il primo a meritare fino in fondo l’impegnativa definizione di uomo. Un uomo speciale, forse unico, capace di sedurre donne e dee, ma desideroso di vivere ed affermare fino in fondo la propria umanità. Di qui il convinto rifiuto dell’immortalità offertagli dall’innamorata Calypso. Di qui la sincera esternazione delle proprie emozioni più profonde, a scapito della sua sinistra fama di incallito ingannatore. Ulisse non dissimula sempre, e, come tutti gli eroi omerici non si vergogna di piangere. Il suo non è però il pianto ‘marziale’ di Achille sul corpo di Patroclo, né quello paterno del vecchio re Priamo sul cadavere smembrato e insepolto del figlio maggiore Ettore. Quello di Ulisse è anche un pianto ‘moderno’, spesso malinconico, intriso di nostalgia e malinconia, per episodi ‘concretamente’ tragici, ma anche per l’angosciante consapevolezza di una assoluta, eppure fatalmente attrattiva precarietà esistenziale. Gli dei non sono più i numi capricciosi e dispettosi spettatori di una guerra, come quelli sotto le mura di Troia, ma problematiche proiezioni di desideri pienamente umani. E così, scopriamo una volta di più che la vera ‘amante’ di Odisseo è Circe, che rinuncia alla sua natura di maga, stregata a sua volta dall’unicità di un uomo che non esita ad aprire completamente il proprio cuore a lei. Un uomo, chiamato, tuttavia, a un proprio destino, irreversibilmente altro, non solo in senso amoroso. Lo proveranno, con altrettanta evidenza, le straordinarie esperienze con le ‘Sirene’ incantatrici, in questo libro anche parlanti, in una ‘scena in tutto e per tutto cinematografica’, e con la dea Calypso, sensuale come e più di una donna in carne e ossa, anche se destinata a produrre prolungatissime ‘sospensioni incantate’. O ancora come l’immediata rinuncia a una possibile ‘seconda vita’ accanto a una giovane pura e serena, come la regina Nausicaa, sua salvatrice nella beata isola dei Feaci. Esperienze che l’uomo riesce a vivere intensamente, ma mai fino in fondo, logorato, prima ancora che da un amore da preservare, da un inquietudine di fondo, capace di guidare ogni suo percorso. Probabilmente sarà proprio questa sua caratteristica ad ispirare a Guidorizzi un finale ben più aperto di quello omerico. Un finale che, in realtà, offre a Penelope un meritato ruolo di co-protagonista. Se Circe, più ancora di Calypso, è infatti, la vera amante di Ulisse, e Atena la sua ispiratrice e protettrice (in qualche caso addirittura affettuosa, ma come lo può essere una dea ‘maggiore’ dell’Olimpo), Penelope è la sua compagna di vita. La regina di Itaca acquista nel ‘romanzo’ una dimensione psicologica profondissima e, per certi versi, nuova. La psicoanalisi, si sa, ha tratto grande ispirazione dai miti greci, e la Penelope di Guidorizzi è lontanissima dal modello di donna fedele che attende. La sua, infatti, è un’attesa ‘attiva’. Anche Penelope viaggia continuamente, ma lo fa nei suoi sogni, attraverso le sue pitture, in un mondo interiore complesso ed evoluto. Anche lei, come il marito, esercita fino in fondo la ‘metis’, quella intelligenza duttile, capace di adattarsi alle circostanze, che le consente di ingannare costantemente i proci che la ‘assediano’. La Penelope di Guidorizzi è sicuramente una donna capace di parlare anche alle nostre contemporanee ed è in viaggio come il marito. Proprio come lui vive di inquietudini supplementari e, al suo ritorno sembra consapevole della provvisorietà della gioia riservatale. In qualche modo, Penelope è entrata nella parte di colei che attende.

    Molti secoli dopo qualcuno ha detto che ‘’la vita è quello che accade mentre stai facendo altre cose’’. L’esistenza adulta di Penelope si è sublimata nell’attesa, vero e proprio perno di un suo consapevole ruolo dall’alto spessore tragico. Un ruolo completamente sganciato da quello di un marito verso il quale esprime il massimo della rispettosa fedeltà, ma sempre congiunto a una piena autonomia intellettuale, prima che umana. Situazione, questa, ben evidente già ai tempi della sua ‘volitiva’ scelta del giovane ‘isolano’, tra tanti pretendenti più blasonati, nella Sparta degli anni migliori.
    Forse per questo, Giulio Guidorizzi sembra alludere, nel finale, alla ripresa di un ‘doppio’ viaggio, dai contorni incerti e misteriosi.

    Ettore Zecchino

    Dio e la scienza

    Best seller di fine secolo in Francia, ‘Dio e la scienza’ (verso il metarealismo) porta la firma dell’allora ‘giovanissimo novantenne’ Jean Guitton, in ‘dialogo’ con i due gemelli franco-russi Grichka e Igor Bogdanov, all’epoca divulgatori scientifici della televisione transalpina. Il successo del libro, in Italia editato da Bompiani nel 1993, con la prefazione di Giulio Giorello, deve molto a questa formula, ma, forse, in essa incontra anche alcuni dei suoi limiti più evidenti. Notevole appare infatti il dislivello fra i tre, e la concordanza di fondo nell’argomentare sembra figlia di una certa soggezione intellettuale dei due fratelli, pur brillantissimi nel ruolo di spalla del protagonista e di straordinari divulgatori del suo pensiero, cui di fatto, spianano scientificamente la via. E forse proprio questo appare come un altro pregio-difetto del libro, a quanto pare successivamente derubricato a volumetto di second’ordine dallo stesso Guitton. L’operazione, insomma, sembra, almeno a distanza di anni, eccellente da un punto di vista editoriale, un po’ meno sul piano cultural-scientifico. A provarlo, forse, è il destino non brillantissimo del ‘metarealismo’ del sottotitolo, immaginato dal grande francese come una sorta di nuovo corso filosofico.
    Il volume, in ogni caso, affronta con coraggiosa determinazione un tema trattato più volte in passato, ma raramente in forma così esclusiva: quello, sempre suggestivo, del rapporto tra scienza e divino, dove la scienza è soprattutto la fisica, che, nelle sue declinazioni quantistiche, è interpretata da Guitton come una sorta di scala verso Dio. Quel Dio per lui già palese nell’impressionante atemporalità dell’istante ignoto che precede la nascita dell’Universo e nella miracolosa improbabilità statistica alla base del fenomeno vita, ma che diventa ancora più esplicito nella natura ‘spirituale’ che non esita ad attribuire alle sempre più evanescenti particelle subatomiche, definite come delle tendenze ad esistere.

    Il punto di arrivo, pur raggiunto attraverso una straordinaria sapienza divulgativa, si colloca al termine di una intensa galoppata nei sentieri ‘fantastici’ della meccanica quantistica e conferma la citazione introduttiva, attribuita a Pasteur, secondo cui ‘’un po’ di scienza allontana da Dio, ma molta riconduce a Lui’’. Una fiducia nella scienza, nei suoi linguaggi, nei suoi metodi, rivelatasi assoluta in Guitton, che quasi sempre ragiona e argomenta presupponendo la validità del cammino tracciato da scoperte e studi recenti, anche quando dal contro-intuitivo sembrano giungere all’inverosimile. Tranne, forse, che nella teoria degli universi paralleli, respinta per presunta incongruità logica.
    Jean Guitton si conferma, quindi, un uomo del nostro tempo, con la sua elasticità mentale, e con la sua insopprimibile sete di libera conoscenza. Disposto, per essa, a sbarazzarsi in un sol colpo (ma ovviamente come conseguenza di riflessioni pluridecennali) di grandiosi retaggi filosofici. E così, ecco scomparire ogni divisione possibile tra materia e spirito, trasformati quasi in un indistinto nello straordinario mondo della fisica odierna, dove per Guitton il ruolo di Dio potrebbe essere quello di un osservatore quantistico dell'intero Universo. In fondo, per dirla, con il suo riverito maestro Bergson ‘’l’universo è una macchina che produce degli dei’’.

    L’uomo di fede emerge, quindi, ovunque, e si spinge a piegare alla causa ogni spunto, ogni traccia, incontrati nell’esplorazione scientifica dell’Universo. Come quando sembra quasi esultare nello scorgere nelle particelle elementari gli einsteiniani dadi di Dio, con i quali, tuttavia, è l’uomo a giocare, nella sua spiritualità quantica. O come quando si compiace della natura dell’evento vita, definita ‘’miracolosa’’ da Francis Crick, scopritore del dna. Una visione da contrapporre idealmente alla per lui raggelante emersione del caso, autorevolmente proposta dal biologo Jacques Monod nel suo celebre ‘Le hasard et la necessitè’, richiamato da Giulio Giorello all’inizio della sua prefazione.
    D’altra parte, è proprio il laico Giorello a riconoscere l’onestà intellettuale e la plausibilità della proposta di Guitton, che, pur non esente da inevitabili influssi tomistici, ‘’non vuole costringerci a credere, piuttosto offre un esempio di come la sua fede personale può crescere e ravvivarsi nel confronto con la scienza, senza rassegnarsi all’insignificanza del Mondo e degli uomini’’.

    Insomma, un’opera lodevole e stimolante, solo sopraffatta dalla grandiosità del tema e dei conseguenti obiettivi, tali anche per un gigante come Guitton.
    ‘’Nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna: sustanze e accidenti e lor costume quasi conflati insieme, per tal modo che ciò ch’io dico è un semplice lume’’. (Dante - Paradiso XXXIII).

    Forse, ancora oggi, a certe altezze può condurre solo la più sublime tra le opere poetiche!

     

    Ettore Zecchino

    La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni

    Estratto da un celebre discorso pronunciato all'Athénée  Royal di Parigi nel febbraio del 1819, il saggio ‘La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni’ di Benjamin Constant è un libretto di poche, ma densissime pagine, capace di sistematizzare temi dibattuti per secoli, e, al tempo stesso, di aprire una nuova pagina della storia, di quella del liberalismo in particolare. In questo scritto Constant sostiene che la libertà presso i popoli antichi si misurava, essenzialmente, con riguardo al livello di partecipazione alla vita pubblica. Si trattava, quindi, ad ogni evidenza, di una libertà riferita al cittadino, soprattutto nell’accezione greca di abitante della ‘polis’, e non all’individuo. Una libertà, quindi, intesa esclusivamente nella sua accezione in seguito definita, con qualche approssimazione, ‘positiva’, come capacità di gestione collettiva della cosa pubblica, a vantaggio della quale andavano sacrificati eventuali impulsi a un suo trasferimento nella sfera ‘privata’. All’opposto, la libertà dei moderni è, (sempre secondo una definizione storica) ‘negativa’, in quanto riferita alla garanzia per l’uomo (all’epoca di Constant, da intendere come persona di genere maschile), di non essere ostacolato dall’autorità pubblica in tutti gli aspetti della propria vita non nocivi alla comunità. Una differenza enorme, eppure, secondo Constant, non compresa dai giacobini, che pretendevano di fare la rivoluzione in nome di una libertà ormai anacronistica. La società moderna è infatti estremamente più articolata ed estesa, a partire dall’aspetto puramente dimensionale ed anagrafico. Non si può, quindi, deliberare collettivamente in piazza, come invece avveniva nell’agorà greca. I cittadini moderni, inoltre, non dispongono di schiavi, ai quali delegare le incombenze quotidiane, per dedicarsi in via quasi esclusiva alla vita pubblica. La società moderna è, tra l’altro, fondata sul commercio, visto come un’evoluzione della guerra, alla base, invece, della società antica. E il commercio, contrariamente alla guerra, non prevede interruzioni. L’uomo moderno, quindi, non può mai sottrarsi alle sue occupazioni private, dalle quali attinge le proprie ricchezze e i propri agi, di cui vuole poter disporre liberamente. Naturalmente, si affretta a precisare Constant, neppure l’uomo moderno si può consentire il lusso del disinteresse rispetto alla cosa pubblica. Di qui, la fortuna dell’istituto della rappresentanza, capace di garantire a tutti una partecipazione, sia pur indiretta, alle attività di guida e di governo di un Paese, per altro, nella visione di Constant, riferita pure alle amministrazioni territoriali. D’altra parte, il ricorso eccessivo a quest’istituto può pregiudicare la natura veramente libera di un popolo, esponendolo, anche in assenza di vere e proprie derive tiranniche, a degenerazioni oligarchiche o a forme più o meno velate di dittatura, della maggioranza, o, addirittura, di singole minoranze. Un pericolo assoluto, ben messo a fuoco anni dopo da Alexis de Tocqueville, capace di vanificare qualsiasi aspirazione alla libertà individuale, tanto cara ai moderni. Ecco, quindi, che, con buona pace di tanti autorevoli interpreti di Constant, le due libertà nel pensiero dell’autore sono, in realtà fortemente interconnesse. Per Constant, in particolare, non si può parlare di libertà in termini assoluti quando una società umana non riesce a mantenere il giusto equilibrio tra queste due sue declinazioni.

    Il carattere dirompente del testo e l’acume di alcune sue tesi hanno, come spesso capita in questi casi, consentito interpretazioni differenti, a volte del tutto contrastanti, di quest’opera, ora letta in chiave marxista come una manifestazione di conservatorismo borghese, ora come una delle più riuscite celebrazioni di una liberal-democrazia da compiersi. In realtà, Benjamin Constant, liberale convinto ed estimatore di Adam Smith, ma non strettamente liberista, sembra, al riguardo, mantenersi su un piano problematico. Da un lato, infatti, pare presumere la democrazia come sfondo ideale per un pieno sviluppo storico delle idee liberali, dall’altro, con la netta preferenza accordata alla libertà individuale, sembra ammonire che liberalismo e democrazia siano costrette a coabitare, ma mantenendo sempre proprie evidenti specificità e differenti finalità ultime.

    Come tutte le opere di questo spessore, ‘La libertà degli antichi’ genera continui dibattiti, anche a distanza di due secoli dalla sua pubblicazione, legittimando anche occasionali e non infondati ridimensionamenti. Come quelli operati da chi rimprovera l’autore per una disamina del mondo antico troppo parziale ed imprecisa, o forse, troppo modellata sulla Atene di Pericle o, alternativamente, sulla Sparta degli efori. Come non rimanere perplessi, infatti, rispetto a una ‘standardizzazione’ tra polis greca e repubblica romana? Come negare la presenza, anche nel mondo antico, almeno in quello greco-romano, più direttamente preso in esame dall’autore, di libertà individuali, che non si limitano certo allo sviluppo commerciale di Atene, dall’autore elevata a realtà (solo per alcuni aspetti) comparabile con quella moderna? E come non citare almeno Hegel e le sue considerazioni sull’invenzione romana del diritto privato?

    In realtà, Constant, a leggere bene il suo denso saggio, al netto di semplificazioni e ‘compressioni’ dovute alla necessaria sintesi oratoria, sembra suggerire una sostanziale coincidenza degli aneliti e delle esigenze di libertà degli antichi e dei moderni, incamminati su percorsi diversi ‘solo’ per la notevole diversità del quadro storico sottostante. Insomma, anche gli antichi volevano poter raggiungere indisturbati il massimo del godimento possibile, ma, in una società basata sulla schiavitù, massimo godimento era, probabilmente, il poter essere liberi, nell’accezione basica del termine, e rimanere in questo stato quanto più a lungo possibile. Condizioni garantite solo dal pieno sviluppo della propria partecipazione pubblica, in grado di motivare il proprio impegno diretto contro il rischio di schiavitù esterne (il cittadino greco combatte per se le guerre e per questo riesce a esprimere frequenti ‘eroismi’) ed interne, come antidoto a derive autoritarie e oligarchiche del potere.

    Anche quello della libertà, sembra volerci dire Constant, è un cammino evolutivo, ma la sua intelligenza, definita elogiativamente illuministica, non poteva prevedere la beffa di una storia che avrebbe sconfessato alcuni dei presupposti di questo libro. Il commercio, ad esempio, sarà pure un’evoluzione della guerra, ma di certo non è riuscito a impedire le insuperate tragedie belliche novecentesche, né i feroci totalitarismi fioriti come loro maggiori cause ed effetti. In fondo, ‘romanticamente’, il passato ha in sé elementi del presente e anticipazioni del futuro.
    Dunque, Benjamin Constant, campione del Romanticismo in letteratura, nell'analisi storica era un illuminista o un romantico?

     

    Ettore Zecchino

     

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