Libro del mese

    Invito alla meraviglia

    Invito alla meraviglia

    Raccolta di cinque saggi di Ian McEwan sul tema del rapporto tra letteratura e scienza, ‘Invito alla meraviglia-Per un incontro ravvicinato con la scienza’ rappresenta una tappa significativa del viaggio avviato 63 anni fa da Charles Percy Snow alla ricerca dei punti di contatto possibili tra arte e scienza. In Gran Bretagna si continua, quindi, a ragionare su questo grande tema e si sceglie un punto di vista orgogliosamente laico, a tratti forse possiamo serenamente dire, laicista. Un approccio incentrato su quello che l’autore considera il punto di contatto più evidente tra i due mondi, la ‘meraviglia’ del titolo che, come precisa il sottotitolo, consente a lui, letterato, un ‘incontro ravvicinato con la scienza’.
    McEwan è considerato uno degli scrittori più importanti del mondo e sicuramente del Regno Unito, e deve parte della sua fama alla realizzazione di opere ad argomento scientifico, come ‘Sabato’, ‘Solar’ e ‘Macchine come me’. In questa raccolta di saggi, tuttavia, il suo punto di vista è programmaticamente quello di un letterato che vuole ‘scrivere’ sulla scienza e non di scienza. Lo si capisce sin dalle prime pagine del libro, nelle quali si affretta a precisare che a quest’ultima non spetta il privilegio di una immediata comprensione universale. ‘’Per la maggior parte di noi – esordisce McEwan – la grandezza nella letteratura è più comprensibile e accessibile della grandezza nella scienza’’. Se, quindi, quasi tutti possono spiegarsi il perché del successo di opere come ‘Anna Karenina’ o ‘Madame Bovary’, e possono riconoscere il talento dei loro autori, altrettanto non si può dire per le grandi scoperte scientifiche, che ‘’tendono all’oggettività, e di conseguenza ci tengono a distanza, infestate come sono di dettagli complicati e apparentemente futili’’. Anche per questo motivo, mentre un capolavoro della letteratura cammina nella storia di pari passo con il suo autore, una grande scoperta scientifica si può emancipare, anche rapidamente, da chi l’ha realizzata. Tanto da consentire, ad esempio, il suo studio su altri testi. A conferma di ciò - fa notare l’autore - teorie come la gravitazione universale o la relatività generale non vengono quasi mai lette attingendo all’opera originaria dei loro autori. L’irrobustimento di una letteratura propriamente scientifica potrebbe quindi, per McEwan, diventare un contributo moralmente rilevante da parte di uno dei due mondi, per lo sviluppo pieno dell’altro. Sintesi non di rado rinvenuta nell’opera di grandi scienziati. Su tutti, Charles Darwin, particolarmente apprezzato da McEwan, e a suo dire capace nell’’Origine della specie’, e, ancora di più nell’’Espressione delle emozioni negli uomini e negli animali’, di portare con mano il lettore lungo un affascinante percorso biografico, in un trionfo pieno della curiosità, intesa come molla principale dell’appassionata e inesausta ricerca scientifica del padre dell’evoluzionismo. Ecco un caso ‘puro’ di efficace letteratura scientifica, solo in parte favorito dal minore ‘tecnicismo e specialismo’ della materia trattata, rispetto ad altre.
    Sempre da Darwin si parte nell’individuare un comune anelito al concetto di priorità, tanto per l’opera letteraria quanto per la scoperta scientifica, benchè in forme e con ‘intensità’ diverse. L’opera letteraria può infatti dire qualcosa di importante anche se non è originale. Spingendoci verso un noto paradosso, lo attesta Pierre Menard che, in un racconto di Borges, reinventa autonomamente, senza mai avere letto Cervantes, l’intero ‘Don Chisciotte’, parola per parola. Quello che per la letteratura è comunque sempre fortemente auspicabile, diventa essenziale per la scienza. Se Darwin non avesse accelerato ricerche già in corso da molti anni, nel timore di essere anticipato dal collega Alfred Russel Wallace, la rivoluzionaria teoria dell’evoluzione sarebbe stata formulata, più o meno negli stessi anni, e più o meno nella stessa maniera, da qualcun altro. Proprio come, spostandoci nel campo della fisica, sarebbe potuto capitare ad Einstein se non avesse concentrato tutti i suoi sforzi per giustificare con calcoli precisi la sua teoria della relatività generale, mettendola al riparo dagli studi che su di essa stava realizzando il celebre matematico, nonché suo amico, David Hilbert.

    Un legame molto forte, a intensità invertita rispetto al precedente, tra letteratura e scienza, è garantito dal fattore estetico. Lo scrittore inglese è infatti intimamente convinto della ‘bellezza’ di alcune grandi teorie scientifiche. Di più, è sicuro di ravvisare in questo aspetto le ragioni di un successo immediato di teorie particolarmente eleganti, proprio come l’evoluzione della specie darwiniana o la celebre equazione einsteiniana, confermando quanto già affermato dal suo connazionale Paul Dirac, uno dei grandi fisici del ‘900. La bellezza, qui interpretata come capacità di risolvere nella maniera più semplice possibile il maggior numero di problemi, si fa eleganza e cessa di essere patrimonio esclusivo dell’arte.

    D’altra parte, come si evince dal terzo saggio dell’opera, ‘’a partire dallo studio empirico di Aristotele sulla biologia marina della laguna di Pirra, nell’isola greca di Lesbo, intorno al 344 A.C, per giungere fino a noi….. la tradizione letteraria scientifica è vasta, ricca e plurilinguistica e dovrebbe appartenere a tutti, non solo a chi esercita una professione scientifica’’. Il canone comune, incessantemente ricercato da McEwan, ritorna quindi ad essere ‘’un grande invito a provare meraviglia e piacere’’.

    Elementi, questi ultimi, che, sembra ammonirci lo scrittore inglese, devono tenersi ben lontani da sensazionalismi di varia natura. Come quelli spettacolarmente descritti (e qui il letterato emerge con prepotenza) nel quarto saggio, ‘Blues dalla fine del mondo’. Identificabile sin dal titolo come una godibilissima ballata progressista, questa parte dell’opera, non priva di un certo retrogusto laicista, vede l’autore impegnato a passare in rassegna celebri movimenti millenaristi presenti e passati. Una cavalcata lungo i secoli nel corso della quale McEwan, alla minuziosità di un cronista dell’orrore, aggiunge anche il coraggio intellettuale di una posizione apertamente dissacratrice di vecchi miti, su tutti quello dell’’Apocalisse’ giovannea. Alle colpe evidenti di una certa ‘letteratura di genere’, l’appassionato di scienza McEwan non dimentica di assegnare responsabilità di non poco conto anche alla sua seconda ‘amata’. E così, all’immancabile condanna dell’abiura galileiana segue, alcuni secoli dopo, l’accusa manifesta a taluni settori del mondo scientifico, di fomentare direttamente o indirettamente ‘’una pulsione di collettività verso le cose ultime’’, come si può evincere dalla gestione della comunicazione relativa a temi sensibili, quali le permanenti ‘crisi’ nucleari. E forse ancora più plasticamente, da un certo pressappochismo, variamente giustificato, nell’approcciare al grande tema presente e futuro dell’emergenza climatica e ambientale. Ritorna, quindi, l’auspicio di una letteratura scientifica di qualità come antidoto verso derive irrazionali di vario genere.

    Anche nell’ultimo saggio, interamente dedicato all’Io, McEwan non si priva di alte dosi di coraggio intellettuale, come quando, contro una consolidata interpretazione storico-filosofica, da lui stesso evocata, non rinuncia ad additare la religione come elemento ritardante l’emersione dell’Io sulla scena culturale mondiale. In una ricostruzione documentata, ma a tratti un tantino temeraria, lo scrittore inglese sembra attribuire ad Agostino una sorta di anatema verso qualunque tipo di curiosità intellettuale. Concedendosi minimi accenni a grandi uomini della classicità romana e della cultura medioevale, fa quindi partire da Montaigne, ‘opportunamente’ scristianizzato, il denso percorso dell’Io nella storia, successivamente impersonato in maniera paradigmatica (e qui non ci sono obiezioni possibili) dall’Amleto shakespeariano. Un saggio, quest’ultimo, che tenta qua e là di ancorarsi a schemi neuroscientifici, ma che rivela più degli altri la sua natura di testo eminentemente letterario, tutto proteso a ‘’sfidare’’, ancora una volta amleticamente, questa ‘’quintessenza di polvere’’.

    Ettore Zecchino


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