Libro del mese

    Odi et Amo

    Odi et Amo

    La ragionata proposta di una nuova interpretazione ‘culturale’ della meccanica quantistica e, al tempo stesso, un suggestivo ‘ingresso’ alternativo in un mondo fantastico, ma spesso inaccessibile, offerto al lettore non specialistico, attraverso un’ampia rilettura del concetto di ambiguità. Si muove su un doppio registro, rivolgendosi ora allo scienziato, ora all’umanista, ‘Odi et Amo. Dalle ambiguità percettive al pensiero quantistico’, del fisico Giuseppe Caglioti.  Il volume, frutto della indispensabile collaborazione ‘grafica’ dell’architetto Luigi Cocchiarella, e dell’acume filosofico di Tatiana Tchouvileva, si avvale di una prefazione di Giorgio Benedek, collega a amico ultra-cinquantennale dell’autore, e di una postfazione del neuro-psichiatra Vittorino Andreoli. Tanti cervelli in connessione, è il caso di dire, per un’opera che, innegabilmente legata a un registro almeno parzialmente divulgativo, ha comunque fondatissime pretese di valenza sistemica. Dalla rivalutazione dell’ambiguità che, sottratta alla sua tradizionale interpretazione negativa, diventa la pietra angolare di un nuovo edificio in costruzione, l’intero mondo del sapere riceve un sussulto, come sempre più chiaramente appare, pagina dopo pagina. Secondo il professore Caglioti, la meccanica quantistica ha definitivamente cancellato l’antico dogma aristotelico-scolastico del ‘tertium non datur’, e si è servita, in quest’operazione, dell’ambiguità, elevata a concetto base del nuovo corso fisico, ma concepita, al tempo stesso, come una ‘virtù’ intrinseca dell’umano. D’altra parte, ci ricorda Caglioti, citando Richard Feynman, la natura non è 'classica', e una sua corretta, sia pur difficilissima interpretazione, non può che essere quantistica.
    All’ambiguità si guarda nel testo come a uno stato di natura imprescindibile per la realizzazione del bello, caratterizzato dall’incontro-scontro tra simmetria e ordine. L’autore sposa, anzi, in pieno, un antico proverbio zen, secondo il quale ‘’la vera bellezza è una deliberata, parziale rottura della simmetria’’. Una certa riduzione della simmetria diventa, in particolare, la vera essenza dell’arte, che ‘scientificamente’ crea bellezza. ‘’Scientia reddit opus pulchrum’’, scriveva Bonaventura da Bagnoregio, non a caso citato da Giorgio Benedek nella prefazione all’opera, per avvalorare la sua tesi di una intrinseca connessione tra conoscenza ed emozione estetica. Come dire, tra arte e scienza. E, infatti, la ritroviamo nella grande letteratura (a partire dal celeberrimo verso catulliano che regala il titolo al libro), ma anche nella musica, forse l’arte più quantica (in ogni caso la preferita di molti grandi fisici, Einstein in testa), fino alla politica, che praticamente vive di ambiguità. Senza dimenticare l’umorismo, fondato su di essa. Un discorso a parte riguarda le arti figurative, qui esemplificate in tanti capolavori pittorici, scultorei e architettonici, ma anche fotografici. In particolare, è da alcuni lavori di optical art del maestro Franco Grignani che è partita questa complessa riflessione sull’ambiguità, in grado di portare Caglioti, dopo una sofferta folgorazione stendhaliana nel lontano 1975, a elaborare, nei decenni, un vero e proprio sistema mental-quantistico, oggi offerto a tutti noi.
    Un libro, quindi, a tratti letterario e filosofico, sicuramente profondamente ‘grafico’, letteralmente invaso da innumerevoli immagini astratte e ‘cinetiche’ (quelle dell’ammiratissimo Franco Grignani, ma anche grandi classici come il cubo di Necker e i vaso-profili di Edgar Rubin, fino alla geometria dei frattali nel broccolo romano) utilizzate come supporto di una stringente visione quantistica, che fa smarrire il lettore meno consapevole, tra illusioni ottiche e salti logici, entanglement e tunneling, indeterminatezze e sovrapposizioni, varianti ed equazioni, onde e particelle, e tutti i paradossi di questa nuova fisica (incluso quello del famoso gatto di Schrodinger). La novità, tra le tante proposte, è tuttavia, l’estensione di queste ‘regole’ al nostro cervello, o, se si vuole, più spiritualmente, alla nostra mente, incapace di sfuggire al dominio dell’ambiguità. Una prospettiva, questa, interpretata come un grande passo in avanti da Andreoli, che, pur mettendo in guardia sull’attuale impermeabilità del ‘mistero’ coscienza, ammette di ‘’intravvedere una via per rendere un poco meno sconosciuta la mente’’.

    Dio, quindi, potrebbe anche giocare a dadi, ma con l’universo della menta umana.

    Ettore Zecchino


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