Libro del mese

    Ulisse

    Ulisse

    Avvincente rivisitazione dell’’Odissea’ omerica, ‘Ulisse’ (L’Ultimo degli eroi) di Giulio Guidorizzi, ci offre un punto di vista ‘femminile’ sul grande vincitore di Troia. Se, infatti, protagonista indiscusso del libro rimane il mitico Odisseo, la sua figura viene raccontata, meglio sarebbe dire esaminata, attraverso i pensieri e le parole delle donne da lui sedotte nel corso del suo lungo e straordinario viaggio di ritorno verso la sospirata patria Itaca. Pensieri e parole in larga parte immaginati dall’autore, o, comunque, messi in maggiore evidenza rispetto al poema originale. Ecco, dunque, che il capolavoro omerico, da archetipo assoluto di ogni ‘viaggio’, viene qui rappresentato come fatale itinerario alla ricerca della propria essenza di uomo. Ulisse, infatti, per Guidorizzi è, come ben anticipa il titolo, un eroe che avrà la sua consacrazione definitiva in quanto uomo. L’ultimo essere chiamato ad avere un piede nel mondo mitico dagli eroi, ma forse il primo a meritare fino in fondo l’impegnativa definizione di uomo. Un uomo speciale, forse unico, capace di sedurre donne e dee, ma desideroso di vivere ed affermare fino in fondo la propria umanità. Di qui il convinto rifiuto dell’immortalità offertagli dall’innamorata Calypso. Di qui la sincera esternazione delle proprie emozioni più profonde, a scapito della sua sinistra fama di incallito ingannatore. Ulisse non dissimula sempre, e, come tutti gli eroi omerici non si vergogna di piangere. Il suo non è però il pianto ‘marziale’ di Achille sul corpo di Patroclo, né quello paterno del vecchio re Priamo sul cadavere smembrato e insepolto del figlio maggiore Ettore. Quello di Ulisse è anche un pianto ‘moderno’, spesso malinconico, intriso di nostalgia e malinconia, per episodi ‘concretamente’ tragici, ma anche per l’angosciante consapevolezza di una assoluta, eppure fatalmente attrattiva precarietà esistenziale. Gli dei non sono più i numi capricciosi e dispettosi spettatori di una guerra, come quelli sotto le mura di Troia, ma problematiche proiezioni di desideri pienamente umani. E così, scopriamo una volta di più che la vera ‘amante’ di Odisseo è Circe, che rinuncia alla sua natura di maga, stregata a sua volta dall’unicità di un uomo che non esita ad aprire completamente il proprio cuore a lei. Un uomo, chiamato, tuttavia, a un proprio destino, irreversibilmente altro, non solo in senso amoroso. Lo proveranno, con altrettanta evidenza, le straordinarie esperienze con le ‘Sirene’ incantatrici, in questo libro anche parlanti, in una ‘scena in tutto e per tutto cinematografica’, e con la dea Calypso, sensuale come e più di una donna in carne e ossa, anche se destinata a produrre prolungatissime ‘sospensioni incantate’. O ancora come l’immediata rinuncia a una possibile ‘seconda vita’ accanto a una giovane pura e serena, come la regina Nausicaa, sua salvatrice nella beata isola dei Feaci. Esperienze che l’uomo riesce a vivere intensamente, ma mai fino in fondo, logorato, prima ancora che da un amore da preservare, da un inquietudine di fondo, capace di guidare ogni suo percorso. Probabilmente sarà proprio questa sua caratteristica ad ispirare a Guidorizzi un finale ben più aperto di quello omerico. Un finale che, in realtà, offre a Penelope un meritato ruolo di co-protagonista. Se Circe, più ancora di Calypso, è infatti, la vera amante di Ulisse, e Atena la sua ispiratrice e protettrice (in qualche caso addirittura affettuosa, ma come lo può essere una dea ‘maggiore’ dell’Olimpo), Penelope è la sua compagna di vita. La regina di Itaca acquista nel ‘romanzo’ una dimensione psicologica profondissima e, per certi versi, nuova. La psicoanalisi, si sa, ha tratto grande ispirazione dai miti greci, e la Penelope di Guidorizzi è lontanissima dal modello di donna fedele che attende. La sua, infatti, è un’attesa ‘attiva’. Anche Penelope viaggia continuamente, ma lo fa nei suoi sogni, attraverso le sue pitture, in un mondo interiore complesso ed evoluto. Anche lei, come il marito, esercita fino in fondo la ‘metis’, quella intelligenza duttile, capace di adattarsi alle circostanze, che le consente di ingannare costantemente i proci che la ‘assediano’. La Penelope di Guidorizzi è sicuramente una donna capace di parlare anche alle nostre contemporanee ed è in viaggio come il marito. Proprio come lui vive di inquietudini supplementari e, al suo ritorno sembra consapevole della provvisorietà della gioia riservatale. In qualche modo, Penelope è entrata nella parte di colei che attende.

    Molti secoli dopo qualcuno ha detto che ‘’la vita è quello che accade mentre stai facendo altre cose’’. L’esistenza adulta di Penelope si è sublimata nell’attesa, vero e proprio perno di un suo consapevole ruolo dall’alto spessore tragico. Un ruolo completamente sganciato da quello di un marito verso il quale esprime il massimo della rispettosa fedeltà, ma sempre congiunto a una piena autonomia intellettuale, prima che umana. Situazione, questa, ben evidente già ai tempi della sua ‘volitiva’ scelta del giovane ‘isolano’, tra tanti pretendenti più blasonati, nella Sparta degli anni migliori.
    Forse per questo, Giulio Guidorizzi sembra alludere, nel finale, alla ripresa di un ‘doppio’ viaggio, dai contorni incerti e misteriosi.

    Ettore Zecchino


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