Libro del mese

    La salute non è in vendita

    La salute non è in vendita

    Coraggioso compendio in forma divulgativa del pensiero di Giuseppe Remuzzi sul nostro servizio sanitario nazionale, ‘La salute non è in vendita’ è un saggio tascabile, pubblicato nel novembre 2018, circa un anno prima dell’avvio della terribile pandemia ancora in corso. Il mondo è cambiato in fretta e molte operazioni culturali di questo tipo segnano il passo, evidenziando una rapida senescenza. Non è certo il caso di quest’opera. Molti dei temi trattati hanno infatti anticipato alcune visioni della medicina affermatesi in era COVID, confermando il carattere profetico di alcune tesi dell’autore (tra l’altro, un intero capitolo è stato riservato all’importanza letteralmente unica dei vaccini per i progressi della medicina). In altri casi subentra invece, una evidente problematizzazione, capace di intrigare maggiormente il lettore, e, auspicabilmente, di invogliare lo scienziato, protagonista assoluto di questa stagione pandemica, a nuove ‘fatiche’. In ogni caso, l’’operetta’ si legge tutta di un pezzo, sia per le acclarate doti comunicative del suo autore, sia per un’onestà intellettuale e un sano spirito polemico, rari a rinvenirsi in lavori di questo tipo. Se, quindi, al netto della precisione e puntualità delle argomentazioni utilizzate , non troppo stupiscono gli accorati appelli a un investimento più serio e costante da rivolgere alla ricerca e a una intelligente e mirata prevenzione. Se, allo stesso filone si può far risalire la preghiera alla politica di ascoltare la scienza (ecco un punto forse ribaltato dal COVID), non stupisce nemmeno, per un ‘big scientist’ del calibro di Remuzzi, la notevole fiducia nella robotica e l’afflato progressista verso l’impiego sempre più imprescindibile dell’alta tecnologia in medicina. Parole appassionate sono poi spese per un altro tema sulla bocca di tutti, come la valorizzazione dei giovani medici. In questo caso, però, l’autore non esita a collegare questo obiettivo a un inevitabile ‘ridimensionamento’ dei colleghi più esperti, ‘puniti’, tra l’altro, con l’eliminazione dell’intramoenia, occasione permanente di diseguaglianze fondate sul reddito, e ‘relegati’ a un impiego nel privato. Proprio sul rapporto tra pubblico e privato si leggono alcune tra le pagine più significative del libro, capaci di restituirci l’immagine di un Remuzzi sostenitore a oltranza del servizio pubblico, e, quindi, fortemente polemico nei confronti dell’attuale ‘parallelismo’, per lui incomprensibile, con il privato. L’illustre bergamasco non esita a considerare il nostro sistema sanitario assolutamente squilibrato a favore del privato, di fatto in larga parte finanziato direttamente o indirettamente dal pubblico. I due mondi, per Remuzzi, raramente si integrano virtuosamente, mentre, di norma, semplicemente, si sovrappongono. A pagarne le spese è inevitabilmente il malato, in balia di criteri di valutazione delle strutture sanitarie, fondate su un’ottusa ragione economica, e non su reali esigenze di cura. Ragione economica ottusa anche perché incapace, a causa di croniche carenze di programmazione, di mettere a frutto un surplus notevole che la sanità può offrire anche in questo campo.
    Non che altri sistemi se la passino meglio. E qui emerge un Remuzzi patriottico, che, numeri alla mano, può evidenziare pecche molto maggiori di realtà ben più celebrate della nostra, a partire da quella statunitense. L’attaccamento per la natura ‘pubblica’ del servizio sanitario affonda le sue radici in profondi convincimenti dell’autore, che non esita, pur nel poco spazio concesso dall’agilità dell’opera, ad argomentare anche in maniera politologicamente accattivante, mostrando di ammirare Obama, ma citando niente meno che il ‘marxismo’ sanitario, e non esitando a portare sul banco degli imputati mostri sacri della storia, del calibro di Dwight D. Eisenhower. ‘La salute non è in vendita’ è infatti anche una arricchente occasione per fruttuosi excursus nello spazio e nel tempo, guidati sempre da dati, numeri, studi, ricerche, padroneggiati e ben spiegati da Remuzzi, non a caso uno dei pochi connazionali da decenni continuativamente accreditato nei più alti consessi della ricerca medica mondiale. Sarà forse questa autorevolezza, anche morale, a consentirgli di esprimere forti dubbi su tante strategie di cura, molto simili all’accanimento terapeutico, per soggetti meritevoli di una morte più dignitosa, e, per certi versi, più naturale di quella a volte somministrata da una medicina che non riesce a capire quando è opportuno fermarsi. Altrove, nel libro, Remuzzi si consente prese di posizione veramente nette, come quella, assolutamente senza sconti, contro l’omeopatia negli ospedali pubblici, o contro la nuova direttiva europea sugli orari di lavoro, che impiegatizza e sindacalizza a oltranza i medici, spesso loro malgrado. Per non parlare dell’attacco frontale agli attuali criteri di valutazione del servizio sanitario nazionale, o alla pretesa di fondare la medicina territoriale su liberi professionisti.
    Dove trovare, quindi, i soldi per migliorare le cose? Elementare Watson, sembra dire Remuzzi: ‘’chiudendo i piccoli ospedali (tutti, non solo qualcuno), e accreditando il privato solo per quello per cui il pubblico è carente’’. A tutti deve infatti essere garantito il livello più alto possibile di buona sanità, per Remuzzi incompatibile con i piccoli ospedali (fisiologicamente carenti per dotazione organica e strutturale), ma incompatibile anche con una immotivata dispersione di denaro in attività fintamente concorrenti tra pubblico e privato.

    Insomma, un libro documentato e ragionato, ma corsaro quanto basta per intrigare anche il lettore più intransigente. Si sente solo il bisogno di una medesima operazione a pandemia conclusa e inclusa.

     

    Ettore Zecchino


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