Area Covid-19

    Individuato farmaco per curare pazienti affetti da COVID19

    Un gruppo di ricercatori del King’s College di Londra, dell’Università degli studi di Trieste, e del Centro di Ingegneria Genetica e Biotecnologie (ICGEB) della stessa città, ha identificato la Niclosamide come farmaco in grado di trattare i pazienti Covid-19. Si tratta di un salicilanilide sintetico, sviluppato negli anni '50, approvato, all’epoca, contro l'infezione da tenia, e già in passato segnalato per la sua azione contro vari virus, incluso il SARS-CoV-2. Questa molecola sarebbe infatti in grado di bloccare gli effetti dannosi che la proteina spike di Sars-CoV-2 causa alle cellule polmonari dei pazienti, sopprimendo l'attività della proteina TMEM16. Nel polmone dei pazienti Covid-19 gli pneumociti (cellule che costituiscono l’epitelio degli alveoli polmonari) risultavano infatti alterati da un punto di vista morfologico e polinucleati, generando dei sincizi a partire dall’attivazione della proteina Spike. Dunque, è proprio la proteina Spike a generare queste cellule anomale, attraverso la fusione delle cellule infettate con quelle vicine.
    Nel corso dello studio, gli esperti hanno previsto tre possibili meccanismi con cui Spike può attivare le proteine TMEM16: 1) direttamente sul gene S, espresso dalle cellule infette in cis; 2) come conseguenza del legame con il recettore ACE2, e successiva attivazione della proteasi in trans; 3) indirettamente, attraverso l'attivazione del rilascio di Ca2+. Per quanto riguarda l'interazione tra i livelli di Ca2+ e la proteina TMEM16, quest’ultima, attivata da Spike virale, sembrerebbe aumentare l'ampiezza dei segnali di calcio (Ca2+) spontanei che si vengono a generare a livello intracellulare. Ciò è in linea con i risultati precedentemente ottenuti, dai quali si evinceva che sia TMEM16A sia TMEM16F sono in grado di aumentare i segnali di Ca2+ intracellulari. L’attivazione della famiglia TMEM16, tramite la proteina Spike, sembrerebbe avere una specifica rilevanza per la patogenesi del Covid-19, in quanto potrebbe incidere in diversi processi, quali infiammazione, trombosi e disfunzione delle cellule endoteliali e alveolari.
    La sperimentazione clinica è partita su 120 pazienti Covid-19 in India, ai quali si sta somministrando la niclosamide. I risultati sono attesi nei prossimi mesi.

    Drugs that inhibit TMEM16 proteins block SARS-CoV-2 Spike-induced syncytia

     
    Ricerca italiana scopre enzimi che bloccano il virus SARS CoV2

    Nel vivo della campagna vaccinale il genetista Giuseppe Novelli dell’Università “Tor Vergata” di Roma, con il contributo di Pier Paolo Pandolfi (Università di Torino e Università del Nevada), in collaborazione con l’Ospedale Bambin Gesù (Roma), con l’Istituto Spallanzani (Roma), con l’Università San Raffaele (Roma) e con diverse istituzioni internazionali, tra le quali le nord-americane Harvard, Yale, Rockfeller, Nih, Mount Sinai, Boston University, University of Toronto, e le francesi Inserm Parigi e Hôpital Avicenne, ha identificato una classe di enzimi denominata E3-ubiquitin ligasi, già utilizzata per altre patologie, e in grado di bloccare il virus SARS-CoV2 nelle cellule infettate, impedendo ulteriori contagi. Nel loro studio, Novelli e collaboratori hanno evidenziato una forte espressione di tali enzimi, come NEDD4 e WWP1, nei campioni dei pazienti infetti dal virus dei membri della famiglia di ligasi HECT-E3, evidenziando la capacità di interagire con la proteina SARS-CoV-2 Spike. In particolare, è stato mostrato il potente effetto antivirale dell’Indolo-3 Carbinolo (I3C), un NEDD4 naturale e WWP1 inibitore delle Brassicaceae, in grado di bloccare l'epidemia virale. L’I3C è un composto naturale che potrebbe essere utilizzato come antivirale contro l’infezione da SARS-CoV2. Queste stesse proteine svolgono un’azione simile anche per altri virus come l’Ebola.

    Concludendo, IC3 bloccherebbe in vitro l’uscita e la moltiplicazione del virus dalle cellule infettate. Sono ancora in corso studi per testare l’efficacia di tale enzima come farmaco per prevenire la manifestazione dei sintomi gravi nei pazienti COVID-19.

    Alessia Maria Cossu, PhD Biogem

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    Ricerca senese su monoclonali in fase uno

    Italia a un passo dalla sperimentazione clinica di un anticorpo monoclonale anti Covid 19. Protagonista è la fondazione senese Toscana Life Sciences, che ha dato vita, da alcuni mesi, al progetto MabCo19, in collaborazione con l’istituto di Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, di Roma. La ricerca, portata avanti dal team del professore Rino Rappuoli, e coordinata dal giovane battipagliese Emanuele Andreano, è praticamente conclusa, e si attende con fiducia l’imminente avvio della fase uno dei test clinici, che punta a dimostrare la sicurezza del prodotto. Si procederà poi con la fase due, che indicherà l’attività del farmaco in una popolazione di 20 soggetti sani, e la fase tre, allargata a un campione più ampio che indicherà l’efficacia del trattamento. La speranza è di poter disporre del prodotto entro l’estate prossima.

    Quella dei monoclonali è una strada da subito riconosciuta come fondamentale per la lotta al virus, ma fino ad oggi è stata percorsa con difficoltà un po’ ovunque. Il loro utilizzo, d’altra parte, è già largamente attestato in patologie oncologiche e autoimmuni. La notizia di un avanzamento degli studi per un loro utilizzo anti Covid19 è quindi di particolare importanza. Gli anticorpi monoclonali possono infatti essere una risposta del tutto complementare e ausiliaria a quella indispensabile offerta dai vaccini. Rispetto a questi ultimi possono vantare un effetto insieme profilattico e curativo, anche se al momento non sembrano in grado di agire sulle fasi più avanzate della malattia, e anche se l’immunità garantita ai pazienti dovrebbe essere molto più limitata nel tempo, rispetto a quella vaccinale. In compenso, come è ovvio, i tempi di stimolazione dell’organismo sono molto più rapidi di quelli del vaccino.

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